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Nikolaj Leskov – Il viaggiatore incantato.

Ivan Sever’janyč è il viaggiatore incantato che racconta la sua vita fatta di avventure dalle quali esce in maniera incredibile, in uno spazio aperto che gli fa raggiungere gli estremi della terra russa, la steppa Kazaka, gli altopiani del Caucaso, i santuari sul mar Bianco, da nord a sud e da oriente a occidente della Russia europea. “Incantato” perché Ivan ha la capacità di rispondere alla bellezza e alla perfezione della natura corrispondendo con una spontanea espressione di sé. L’incanto gli fa commettere atti spericolati ma Ivan ammette che molto gli è accaduto non per sua volontà, e qui rientra l’incanto nel senso di incantesimo, l’essere sotto l’influenza di incantesimi, infatti siamo informati subito del fatto che sua madre, appena nato, lo ha promesso a Dio e che il monaco che ha ucciso e che gli è apparso in sogno, gli ha predetto che dovrà morire più volte.

Sul battello che sta attraversando il lago Ladoga i passeggeri si scambiano impressioni sull’orribile tedio percepito durante la breve visita alla tristissima città di Korela. Qualcuno ricorda che l’apatia di quel luogo faceva durare poco la permanenza degli esiliati, tra loro un seminarista mandato lì per insubordinazione a fare il sagrestano che s’impiccò nell’attesa della risposta alla sua supplica di rimuoverlo. Dopo questa rievocazione nasce uno scambio di idee tra i sostenitori del gesto del sagrestano e gli oppositori, cioè coloro che considerano il suicidio un gesto senza perdono. Tra i sostenitori c’è Ivan, il quale asserisce che per i suicidi esiste un uomo che può aggiustare la loro posizione, che ci sono prove sicure che questo sia vero, perché le ha verificate il metropolita di Mosca. Comincia il racconto di quella storia meravigliosa che Ivan non si rifiuta di raccontare attirando sempre più l’attenzione dei passeggeri che all’inizio desiderano solo passare il tempo e divertirsi sui dettagli insoliti, poi lo spingono ad aprirsi e a raccontare di sé e come nella modalità utilizzata nelle Mille e una notte, si incastonato una dietro l’altra una serie di affascinanti storie.

Le storie sono pezzi della sua biografia raccontata in modo cronologico, episodi separati e messi insieme perché alla fine di ogni racconto i compagni di viaggio gli fanno una nuova domanda per ottenere un nuovo racconto. La composizione del romanzo è dunque basata sull’intersecazione di una storia nella storia o di una storia interna e una storia esterna, dove la trama esterna viene utilizzata per chiarire le circostanze che appaiono nell’interna. Questa costruzione è significativa per dare credibilità su eventi incredibili, raccontati da chi li ha vissuti ma non è in grado di spiegarli.

Ivan Sever’janyč è il tipico rappresentante del popolo, la sua forza e abilità sono l’essenza della nazione russa. All’inizio è un ragazzo sconsiderato e spericolato, agisce peccando fino ad uccidere, è costretto a cambiare molti ruoli, da cocchiere intenditore di cavalli, anzi connessèr come si autodefinisce, a schiavo dei Tartari, poi balia, soldato e poi ufficiale, attore, impiegato, sempre adattandosi alle circostanze e neppure alla fine, da novizio al monastero, si concluderanno le sue trasformazioni, sarà un’ulteriore tappa del suo viaggio senza fine. Il racconto utilizza i motivi del romanzo d’avventura e del romanzo di viaggio, delle epopee popolari, quelle dell’amore per i cavalli e l’arte di addestrarli, le storie epiche che richiamano gli eroi come Il’ja Muromec e delle antiche biografie russe dei santi. Di santi e di eroi però conosciamo solo gli aspetti positivi, nel caso di Ivan il quadro è complicato da ambiguità etiche e morali. D’altra parte si potrebbe ricordare una lunga stirpe di santi, a cominciare da San Paolo, che condussero una lunga vita da peccatori fino al momento della rivelazione divina. Ivan è spesso crudele, nella volontà dell’autore c’è una precisa intenzione che deriva dal desiderio di descrivere in modo dettagliato aspetti della vita della gente comune. In quegli anni, siamo nel 1873, sia nella narrativa che nella letteratura saggistica, appaiono una quantità di dettagli relativi a una morale grossolana o semplicemente antiestetici, utilizzati sia da coloro che cercavano di mostrare tutto l’orrore della vita della gente comune, sia da coloro che la idealizzavano come fonte di nuova saggezza. Ci sono gli scrittori che hanno aderito all’ideologia del narodismo che propugnano un avvicinamento tra l’intellighenzia populista e i contadini, alla ricerca della verità e saggezza. C’è Tolstoj con i suoi interessi verso il mondo contadino e le comunità tradizionali e i riferimenti ideali alla religiosità contadina sentita come spinta al perfezionamento interiore. Il personaggio di Ivan segue le tendenze del tempo ma con l’aggiunta di qualcos’altro, egli è un figlio promesso a Dio da sua madre e quindi guidato da una forza per la quale nemmeno lui stesso è sicuro di chi compie determinate azioni. Ciò si manifesta quando è affascinato (incantato) dalla bellezza e quando fa qualcosa sotto l’influenza di un inspiegabile impulso momentaneo.

Gli episodi sono narrati da Ivan con un linguaggio insolito, frasi composte da parole che a volte le rendono poco comprensibili. Si tratta di giochi di parole, tra l’altro molto difficili da tradurre in altre lingue, parole pseudo popolari che vogliono ricreare il discorso dialettale. È una forma precisa che prende il nome di Skaz e si definisce come narrazione scritta che imita un resoconto orale spontaneo nel suo uso del dialetto, del gergo e del peculiare linguaggio di una persona. Queste storie e questo gergo irregolare nel quale l’ascoltatore deve immergersi il più possibile trova vicinanza al processo di narrazione della fiaba: “Una fiaba è una voce strana che oltre alle caratteristiche linguistiche, introduce una visione del mondo straniera che l’autore usa intenzionalmente nel suo testo” – (Problemi della poetica di Dostoevskij, Mikhail Bachtin). È interessante sapere che tra le idee iniziali sul titolo ci dovesse essere un riferimento a Telemaco. Telemaco si è messo in viaggio per cercare suo padre, il viaggio di Ivan è ricerca del significato della vita e il suo posto in essa. Per continuare a fare riferimenti, Ivan potrebbe assomigliare a Don Chisciotte o al Chichikov delle “Anime morte”, a quei personaggi in trasformazione, che cambiano nella ricerca della verità.

Ci si aspetta che gli scrittori russi ci mostrino lo sviluppo spirituale di un personaggio e ci diano verità per vivere. Malgrado l’ovvia base letteraria, Leskov vuole dimostrare che la vita reale è più stravagante e imprevedibile delle storie di fantasia, la “stranezza” è accentuata dal comportamento di Ivan che non sente nulla di insolito nelle metamorfosi della sua vita. Il percorso della sua vita è in parte un’espiazione per i suoi peccati, il potere oscuro, egoistico, animale della sua giovinezza, viene gradualmente illuminato dall’autocoscienza morale, dal superamento del proprio egoismo, da una crescente attenzione alle preoccupazioni e ai sentimenti degli altri, senza però rinnegare nessuno degli atti riprovevoli commessi in passato. In lui c’è la convinzione che il suo destino è stato predeterminato e che in tutta la sua vita non ha compiuto molto per libero arbitrio. Sul suo destino fanno luce i sogni e le visioni in contrasto con le sue intenzioni, ma rivelano anche la versatilità della sua natura e la ricchezza della sua immaginazione. È probabile che per un russo la storia contenga un implicito significato distintivo nazionale. Per un non russo la storia può chiedere di essere letta come la somma delle tristi assurdità degli sforzi umani, la vita come viaggio estenuante, meraviglioso e triste, come una eterna ricerca di un obiettivo inafferrabile.

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