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Bret Easton Ellis – Bianco e American psycho.

Bianco è una raccolta di saggi. Contiene dell’autobiografia, a partire dalla descrizione delle sue esperienze durante l’adolescenza che mette a confronto con quelle dei millenial che denomina “generazione inetti”, tratta di critica cinematografica e critica letteraria, comprende la volontà di evidenziare la funzione asfissiante dei social, ragiona sul politicamente corretto che, secondo lui, sta sopprimendo la libertà di espressione.

Si apre con una prefazione dove espone il motivo che lo ha portato a scrivere il libro. Un fastidio opprimente ha preso ad assillarlo, provocato dal disgusto nei confronti della stupidità altrui: adulti che sui social condividono giudizi avventati o stupide preoccupazioni, sempre con l’incrollabile certezza di avere ragione. Un atteggiamento che considera tossico, messo in atto da una società inferocita che in un istante si offende, si scandalizza, giudica e attacca chi ha opinioni “sbagliate”. I social che parevano incoraggiare il dialogo, diventano una trappola e mirano a silenziare gli individui.

Continua la riflessione impostata sulla perdita della capacita di giudizio e buonsenso, attribuendo il vero scandalo al prevalere delle rigide reazioni -Quando una comunità si vanta delle sue diversità e della sua unicità e poi mette al bando la gente solo per come si esprime, non per incitazioni all’odio, ma semplicemente perché non ne gradisce le opinioni, ha avviato una deriva conformista e autoritaria.- Si tratta di un dettato che impone di pensare e di considerare secondo un unico punto di vista, ed è purtoppo quello nel quale si trovano oggi tutti gli ambiti, società, politica, arte, cultura.

Il verbo di Facebook – Consiste nel presentare un ritratto di se stessi, in modo da apparire più carini più amichevoli più melensi. Questo è il momento in cui nacquero i concetti di “mi piace” e “relazionabilità” che ridussero tutti noi, per essere accettati, a seguire un codice morale positivo secondo cui tutto deve piacere, ogni voce deve essere rispettata e chiunque ha opinioni negative o impopolari è escluso dalla conversazione e spietatamente umiliato (perdendo followers o venendo bloccato). –

L’atteggiamento permissivo dei genitori con figli nati tra gli anni 60/70, era determinato dalla mancanza di controllo, da una mancata consapevolezza di cosa fosse rischioso fisicamente, emotivamente e culturalmente. Oggi un’idea di fragilità estrema, impedisce al bambino di valutare in proprio il rischio in qualsivoglia situazione. Millenial o Generazione inetti – Ipersensibili con la convinzione che tutto sia loro dovuto, di essere sempre nel giusto, con la tendenza a reagire in modo spropositato, con positività passivo-aggressiva. Tutto a causa dei loro genitori elicottero iperprotettivi che ne hanno controllato ogni mossa. Quei genitori (boomer o generazione x) che a loro volta sentivano di non essere stati amati dai loro genitori e di conseguenza hanno soffocato i loro figli, senza insegnare loro come affrontare le dure prove della vita e come funziona davvero il mondo: non si piace a tutti, quella tal persona non ricambierà il tuo amore, i bambini sono crudeli, il lavoro fa schifo, è dura essere bravi in qualcosa, non hai talento, la gente soffre, invecchia, muore. E la risposta a tutto questo è stata che la generazione inetti è collassata nel sentimentalismo e ha creato una narrazione vittimista anziché confrontarsi con quelle dure realtà, affrontarle, elaborarle, per andare avanti meglio attrezzati. –

Vittimismo – Sei una persona bianca, intelligente a cui succede di essere stata traumatizzata da qualcosa al punto di parlare di te stessa come di una “sopravvissuta”, probabilmente dovresti chiedere aiuto. Se sei un adulto di origini caucasiche che non può leggere Shakespeare o Melville o Toni Morrison perché questo potrebbe far scattare qualcosa che finirebbe col feriti e perché testi simili potrebbero pregiudicare la tua speranza di autodefinirti per mezzo della tua vittimizzazione, allora hai bisogno di uno specialista. Se pensi di subire un’aggressione quando un tizio ubriaco cerca di metterti le mani addosso durante una festa, o qualche coglione ti si struscia addosso mentre fate la coda, o qualcuno ti identifica correttamente col tuo genere sessuale e tu consideri tutto ciò un enorme insulto sociale, devi farti aiutare da un professionista. Se sei afflitto dalle conseguenze di un evento traumatico avvenuto anni prima, hai bisogno di cure. Ma fare la vittima è come una droga. Ti senti così bene, attiri così tanto l’attenzione del prossimo e ti fa sentire perfino importante mentre mostri le tue ferite. L’onnipresente epidemia di autovittimizzazione in cui definisci te stesso per mezzo di una cosa negativa, è a tutti gli effetti una malattia. Il fatto che non si possa sentire una battuta o vedere un’immagine e commentare ogni cosa come razzista e sessista, è una psicosi che la nostra cultura ha incoraggiato. –

L’opera d’arte -Bisogna essere consapevoli del fatto che ogni opera d’arte è il prodotto dell’immaginazione umana, creata come qualsiasi altra cosa da individui imperfetti e pieni di mancanze. Che si tratti della brutalità di De Sade o dell’antisemitismo di Celine o della misoginia di Mailer o del gusto per le minorenni di Polanski, sono sempre stato in grado di separare l’arte da chi l’aveva creata e di esaminarla, apprezzarla, oppure no, da un punto di vista estetico. Di fronte all’orribile affermarsi della relazionabilità, la presunta innocuita dell’opinione di massa, l’ideologia secondo cui tutti dovrebbero pensarla allo stesso modo, nel “migliore” dei modi, ricordo di non aver mai voluto ciò che richiede la cultura del nostro tempo. Anziché rispetto, gentilezza, inclusione, innocuita, amabilità e decenza, ciò che volevo era essere disturbato dalle cose. Volevo essere messo alla prova, calarmi nei panni degli altri, vedere le cose coi loro occhi, specie se si trattava di outsider, mostri e freak. Volevo essere scioccato. Volevo cambiare la mia opinione. Volevo essere sconvolto e persino ferito dall’arte. Volevo che qualcuno mi annichilisse con la crudeltà della sua visione del mondo, si trattasse di Shakespeare o Scorsese, Joan Didion o Dennis Cooper. Tutto questo mi donò l’empatia. Mi aiutò a capire che esisteva un altro mondo oltre il mio. –

Si dichiara disinteressato alla politica ma muove critiche pesanti alla sinistra, considerando che strutturalmente dovrebbe avere maggior sensibilità verso le lotte per i diritti di uguaglianza. -Il Partito democratico è intriso di superiorità morale, intollerante e autoritario, distaccato dalla realtà, manca di coerenza ideologica.- Esprime fastidio per l’indignazione liberale che mancherebbe di neutralità, di capacità di mettersi nei panni dell’altro, di non essere in grado di ammettere il punto di vista altrui reagendo in modo eccessivo e isterico. -Se guardi tutto solo attraverso le lenti del tuo partito e della tua appartenenza, se sei capace di stare nella stessa stanza solo con gente che la pensa e che vota come te, questo non fa solo di te una persona poco curiosa e tendente all’ipersemplificazione, passiva-aggressiva, irrigidita nella presunzione di incarnare la superiorità morale, senza che tu ti chieda mai se per caso, agli occhi degli altri, non incarni invece l’inferiorità.-

Le molte riflessioni espresse in questo libro sono ottimi spunti per discutere. Tuttavia alcune, per come sono dichiarate, danno l’impressione di essere sassolini che si è voluto togliere dalle scarpe con l’intenzione di voler l’ultima parola per un rancore personale, anche nei confronti di persone precise (come David Foster Wallace). Dal punto di vista politico, lascia perplessi la difesa di certi leader dell’estrema destra razzista (forse per percorrere ostinatamente la corrente anticonformista intrapresa?), lascia perplessità anche il modo in cui accusa di censura il politicamente corretto. Il suo sembra il risentimento di un privilegiato che, con tutti i vantaggi della sua posizione, di ceto e istruzione, percepisce come preoccupante limitazione epocale ciò che in realtà è una battaglia linguistica che mira al più scrupoloso egualitarismo. Ammetterlo non significa che chi usa termini perfetti sia migliore di altri, ma non si può sostenere che la sfida a qualsivoglia tabù sia -Fare dell’umorismo feroce e comportarsi male-. Non a caso vengono in mente le parole di David Foster Wallace suo più avverso rivale – La cosa grandiosa dell’ironia è che seziona ogni cosa e poi la guarda dall’alto per mostrarne le tare, le ipocrisie, le scopiazzature… Il sarcasmo, la parodia, l’assurdo e l’ironia sono modi efficaci di smascherare la realtà e mostrarne la sgradevolezza, ma il problema è: una volta che abbiamo fatto saltare le regole dell’arte, e dopo che l’ironia ha svelato e diagnosticato le brutture del reale, a quel punto che facciamo? L’ironia è utile per sfatare le illusioni, ma in America le illusioni le abbiamo già sfatate e ri-sfatate… L’ironia e il cinismo postmoderni sono ormai fini a se stessi, sono il parametro della sofisticatezza hip e dell’abilità letteraria. Pochi artisti osano parlare di altri modi di porsi per risolvere ciò che non va, perché temono di sembrare sentimentali e ingenui agli occhi degli ironisti stanchi di tutto. L’ironia è stata liberatoria, oggi è schiavizzante. In un saggio ho letto una bella frase, diceva che l’ironia è il canto dell’uccellino che ha imparato ad amare la propria gabbia. Non c’è dubbio che i primi postmodernisti e ironisti e anarchici e assurdisti abbiano prodotto cose egregie, ma il guizzo non si passa da una generazione all’altra come il testimone della staffetta, il guizzo è personale, idiosincratico… Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni …
Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio…Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore.-

American psycho è un romanzo sul nulla e sul vuoto di un mondo senza senso. Un ambiente fatto di individui privi di connotazioni, tanto da accettare di farsi chiamare con nomi diversi dal proprio, confondendosi tra di loro. Personalità nulle incapaci di emozionarsi, che si limitano alla superficie di qualsiasi cosa, all’esteriorità delle merci tutte etichettate. I marchi sono i simboli dell’omologazione, determinano il comportamento e sostituiscono gli ideali. Gli elenchi di marchi di vestiti, di scarpe, di accessori (ma quante riviste di moda avrà sfogliato per riportarne così tanti?), gli elenchi di cibi (alcuni li ho cercati per verificare se fossero veri piatti gourmet perché mi apparivano alquanto improbabili, tipo, radicchio con calamari organici (?), salsiccia di capesante, pizza al dentice, lasagne con melanzane e caprino [Gesù santissimo!]). Elenchi che ostentano ricchezza, sciorinati con insistenza ossessiva, segnano intenzionalmente il senso di un inganno che oscura la realtà autentica. Tutta questa modalità passiva è ribaltata dalla violenza, nel tentativo di provare emozioni e recuperare un’identità sottomessa agli schemi. La violenza è feroce, folle, senza motivo. Suscita disgusto ma è anche grottesca, a volte comica, quindi priva il lettore di provare pietà. Bateman non è in grado di distinguere il bene dal male perché non è in grado di sentire nulla. Bateman guarda quotidianamente un programma televisivo del quale fornisce sempre l’argomento, significa cha la televisione scandisce le sue giornate, dando preminenza al virtuale sul reale. La sua è una spersonalizzazione graduale che lo porta verso lo sdoppiamento, come se a un certo punto si guardasse dall’esterno e non fosse più in grado di controllarsi. Lo sdoppiamento è dimostrato anche nel manifestarsi di una lucidità mentale nei capitoli dedicati alle recensioni musicali che si contrappongono alla follia omicida. Per rafforzare questo disturbo di compresenza, l’autore utilizza anche il cambio di tecnica narrativa, quando l’io narrante si sdoppia e per raccontare un avvenimento diventa narratore esterno, per poi, prima di concludere, ritornare al punto di vista del narratore interno. Pochi sono gli istanti in cui Bateman riesce a reagire autenticamente suscitando la tristezza di tutto questo vuoto, quando è davanti all’urinatoio e fissa una crepa e si dice che se vi scomparisse dentro, molto probabilmente nessuno se ne accorgerebbe, anzi, qualcuno potrebbe anche provare una sensazione si sollievo. Oppure quando la sua segretaria gli dichiara i suoi sentimenti. Ma per Bateman, che per un attimo prova a illudersi, è impossibile riacquisire il senso della realtà andato perduto. Il romanzo che comincia con la frase dantesca “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, si conclude con la frase di un cartello dove sta scritto “Questa non è l’uscita”.

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