Letture

Elaine Feinstein – Anna di tutte le Russie

Ad appellarla “Anna di tutte le Russie” è stata Marina Cvetaeva. L’ammirava così tanto da dedicarle un intero ciclo di sue poesie che, raccontò a Mandelstam, l’Achmatova portava con sé in una borsetta fino a quando non si ridussero in brandelli. Quest’ultimo particolare è stato smentito dall’Achmatova che pure la riconosceva come sua pari, anche se aveva riserve sulla violenza delle sue emozioni, sulla crudezza espressiva e sul modo di esporre totalmente la sua vita interiore. Entrambe sono fra i maggiori poeti del Ventesimo secolo. Diverse per temperamento, controllata e riservata l’Achmatova, incauta e iperemotiva la Cvetaeva, rappresentano due modi di espressione poetica. Il richiamo classico, il rigore, l’asciuttezza, la prima; l’impulso a inventare forme nuove, sintassi difficile, con salti di significato, lineette e punti esclamativi, la seconda. Non furono amiche, si frequentarono poco, ma in comune hanno il dolore e l’angoscia per i propri cari imprigionati e le sofferenze per i drammi cui la vita le ha sottoposte.

Achmatova scrisse la sua prima poesia a undici anni. Il padre non gradiva che lei scrivesse perché temeva di essere disonorato, allora lei, che di cognome si chiamava Gorenko, decise di darsi lo pseudonimo “Achmatova”, cognome tataro di una principessa sua antenata che sposò Khan Akhmat, discendente di Gengis Khan.

Anche il resto della famiglia non l’apprezzava molto. La sorella Ija considerava le sue poesie frivole, invece la madre reagiva con maggior sensibilità, ma quando leggeva i versi scoppiava in lacrime ed esclamava “Non so, capisco solo che la mia povera figlia sta male”.

Come fanno a volte le persone considerate strane, Anna cominciò a ritenersi speciale, dava valore a episodi che sembravano preannunciarle un destino particolare. Era nata la notte del 23 giugno, vigilia di San Giovanni, così, pensava, aveva acquisito poteri magici. Era sonnambula e le persone accanto a lei erano preoccupate perché qualche volta camminava sull’orlo del tetto.

All’inizio le sue poesie trattavano temi intimi, le relazioni tra uomo e donna. Dalla prima guerra mondiale amplia i temi alle sofferenze del suo paese, alla tristezza, alla fede cristiana. Nel 1916 Mandelstam dichiarò che la poesia dell’Achmatova era divenuta una gloria per la Russia.

Coinvolta in tutti gli eventi cruciali del 900, rivoluzione, guerra, tirannia di Stalin, il suo coraggio fu messo a durissima prova. Ancor più difficile risultò quando il primo marito e il figlio furono rinchiusi nel gulag, quando non le veniva permesso di pubblicare e di poter vivere senza l’aiuto dei fidati amici. Nel ’22 comincia la messa al bando della sua poesia. Il critico Ejchenbaum scrisse: “Qui possiamo vedere gli inizi della paradossale o, più correttamente, contraddittoria doppia immagine dell’eroina per metà prostituta che brucia di passione e per metà suora capace di chiedere perdono a Dio”. Sulla Pravda Lev Trockij scrive: “Il circolo lirico dell’Achmatova, della Cvetaeva, della Radlova è molto ristretto. Egli [Dio] è un invitato molto opportuno…. non si capisce come trovi il tempo per dirigere i destini dell’universo, dato che è solo, non più giovane, e oberato da tutti quei fastidiosi incarichi di carattere privato”.

Anche la sua vita sentimentale è stata irrequieta come tutti gli altri ambiti della sua esistenza. Tre mariti, un numero indefinito di amori, tradimenti, ripicche, ma anche senza disagi o particolari inquietudini quando succedeva di dover soccorrere, dati i tempi precari, i famigliari dell’amante di turno, magari andando a conviverci.

Nel 1926 le fu commissionata ufficialmente una ricerca sull’opera di Puskin, cui si dedicò con una particolare eccentricità. Su Puskin scriveva analisi erudite e oggettive, ma allo stesso tempo parlava di lui come se lo avesse conosciuto personalmente, ed era evidente che provava gelosia per la moglie Natalja. Questo non è stato l’unico coinvolgimento passionale; esaminava attentamente anche le donne di Shakespeare, come se le frequentasse dal vivo. “Desdemona è affascinante ma Ofelia è un’isterica”.

Majakovskij si era espresso negativamente sulla poesia dell’Achmatova che considerava  un cimelio del passato. Una volta lesse in pubblico “Il re dagli occhi grigi” sulla melodia di un motivetto popolare.                                                                   Nel ’33 non potendo più pubblicare poesie si mise a studiare Dante insieme a Mandelstam leggendolo in originale. Parlando di se stessi, tutti e due i poeti erano concordi nel ritenere che le loro poesie nascevano da una frase musicale che a un certo punto cominciava a suonare insistentemente all’orecchio.

Nel 1935 vennero arrestati sia Punin (terzo marito) che Lev Gumilev (figlio suo e del primo marito). L’Achmatova scrisse una supplica direttamente a Stalin, cosa che fece anche Pasternak. Questi due appelli ebbero risultato, lo dimostra la risoluzione scritta di propria mano da Stalin sulla lettera dell’Achmatova. Il rilascio colse di sorpresa Punin, che aveva chiesto di poter restare in cella fino al mattino seguente, per poter andare a casa in tram.

Dal 1933 al 1938 sono gli anni del terrore staliniano. Stalin aveva detto all’NKVD, odierno KGB, che chi era arrestato per tradimento o per essere seguace di Trockij, doveva essere fucilato immediatamente, mentre i personaggi più in vista subivano un processo farsa. A Gorki, nelle grazie di Stalin, poiché malato e depresso poco gli si faceva sapere, al punto che, in occasione della persecuzione al suo amico Kamenev, furono stampate delle copie finte della Pravda solo per lui.

Il poema “Requiem” è riferito ai giorni di prigionia del figlio Lev, versi che l’autrice non poteva scrivere e che imparò a memoria ai Kresty, la prigione di Leningrado, dove rimane in fila per ore insieme ad altri familiari, nella speranza di avere notizie del figlio. “Negli anni terribili della ezovscina (grandi purghe) ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi riconobbe. Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di tutti noi e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando) : -Ma questo lei può descriverlo?- E io dissi: -Posso-.

Lev Gumilev diventò un antropologo, uno dei padri fondatori della concezione moderna di una Russia eurasiatica, la quale rigetta qualsiasi tentativo di introdurre valori dell’Europa occidentale nei cosiddetti stati eurasiatici. Questa teoria, già preesistente, da lui sviluppata negli anni Sessanta, si basa sul postulato che fra gli stati eurasiatici e quelli occidentali c’è una differenza incolmabile, che si può superare solo con la vittoria di una parte sull’altra.

Lei e Pasternak erano amici e lui in più occasioni l’aveva aiutata, specie nei riguardi del figlio e correndo dei rischi. Lei però non era certa che lui l’apprezzasse davvero e se gli piacessero le sue poesie o se avesse letto qualcuna di quelle scritte prima del ’40. Inoltre le dispiaceva che ne “Il Salvacondotto” le avesse dedicato solo qualche paragrafo lodando la sua semplicità, mentre al genio della Cvetaeva aveva dedicato molte pagine. Il giudizio dell’Achmatova sul “Dottor Zivago” era che trovava bruttissime alcune pagine, e quello che la infastidiva di più era il loro tono predicatorio. Elogiò invece molto la descrizione dei paesaggi:” Non c’è niente di simile in tutta la letteratura russa, né in Turgenev né in Tolstoj.” Una volta lui le confidò di dover scrivere poesie per poter dare i soldi alla sua amante Ol’ga Ivinskaja. Lei, che detestava quella donna, gli strillò che era una fortuna per la cultura russa che lui avesse bisogno di soldi. Comunque, quando lui litigava con la moglie, prendeva il treno per Leningrado e dormiva dall’Achmatova, sul pavimento.

Brodskij nei primi anni ’60 frequentò a lungo l’Achmatova quando lei alloggiava nella dacia a Komarovo. “Conversando con lei, o semplicemente bevendo tè o vodka, diventai cristiano, un essere umano nel senso cristiano della parola”. Brodskij rimase sempre più interessato alla Cvetaeva, come poeta, ma provava per lo spirito dell’Achmatova un rispetto sempre più profondo. Nel circolo dei giovani poeti che frequentavano la dacia, si leggevano le poesie e si discuteva molto, si beveva anche parecchio. Racconta Brodskij: “Lei era una bevitrice formidabile. Se c’è qualcuno che sapeva bere, questi sono l’Achmatova e Auden. Tutte le sere dava una strigliata a me o a qualcun altro, accompagnandosi con una bottiglia di vodka. Naturalmente c’era qualcuno che non lo sopportava, ad esempio Lidija Cukoskaja (che viveva con l’Achmatova e l’accudiva). Al minimo segno del suo arrivo la bottiglia veniva nascosta…. Quando gli astemi se ne andavano, si riprendeva la bottiglia da sotto il tavolo”.

A partire dalla seconda metà degli anni ’50 all’Achmatova, completamente riabilitata, vengono assegnati importanti incarichi e riconoscimenti in patria e fuori. Nel 1964 viene insignita del premio Etna-Taormina, un importante premio letterario. Come succedeva ai russi, dovette aspettare per diversi mesi i documenti di viaggio. Lei ne era divertita: “Che cosa pensano, che poi non voglia tornare? Sono rimasta qui quando tutti se ne andavano, ho vissuto in questo paese tutta la vita per cambiare tutto adesso?” Viaggiò in treno, prima soggiornò a Roma, poi in Sicilia. Alla serata di gala si lessero le sue poesie, i poeti invitati, tra cui Arsenij Tarkovskij, lessero poesie a lei dedicate. Fu proiettato “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini. Al suo albergo arrivarono molti ammiratori e lei, mostrando il senso dell’ospitalità russa, tirò fuori dalle valigie caviale, vodka, prosciutto e pane nero per tutti.

Achmatova era considerata una donna molto bella. Alta, magra, elegante nel portamento, capace di ipnotizzare gli ascoltatori quando leggeva le sue poesie con la sua voce affascinante. Alcuni pittori la ritrassero e riuscirono a rendere quella particolare padronanza di sé, come fece Natan Al’tman

Anche in fotografia non sfugge la sua nobile compostezza. A me personalmente piace moltissimo in questa foto di Moisei Nappelbaum

E in quest’altra.

Consci che siamo inermi

e nulla possediamo

che ogni cosa è persa

_così che ogni giorno

è anniversario di memoria_

sulla nostra passata ricchezza

e sulla grande munifica dea

abbiamo iniziato a comporre

canzoni. (1915)

Il miele selvatico sa di libertà,

la polvere del raggio di sole,

la bocca verginale di viola,

e l’oro di nulla.

Ma noi abbiamo appreso per sempre

che il sangue sa solo di sangue… (1933)

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