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Nina Berberova – Il corsivo è mio

Tra il 1960 e il 1966 Berberova scrisse questo libro che parla di persone e di fatti accaduti quarant’anni prima. Lo definisce, libro di memorie, non autobiografia. La distinzione è sostanziale, dice lei stessa, un’autobiografia è egocentrica, mentre le memorie sono il racconto degli altri. Tuttavia succede che anche le memorie parlino più dell’autore che non delle persone di cui si narra. Non a caso, racconta di quella volta che lesse un saggio intitolato “Tre incontri con Lev Tolstoj”. “Il primo incontro: l’autore arriva a Jasnaja Poliana, ma Tolstoj è ammalato. Il secondo incontro: arriva a Chamovniki e lo informano che Tolstoj non è in casa. Il terzo incontro: arriva a Astrapovo e Tolstoj è appena morto. Di Tolstoj non appresi nulla, ma quanto imparai sull’autore!” Anche leggendo questo libro si apprendono molte cose su di lei. Il suo intento era quello di scrivere la storia della letteratura russa del primo Novecento attraverso i suoi protagonisti, perlopiù coloro che hanno fatto parte della prima emigrazione russa (1917/40). Lo fa in modo particolare. Nulla da dire sulla prosa, le si riconosce il merito di saper elaborare con metodo ricco e solido. Invece suscitano perplessità le descrizioni dei personaggi. Tutti sono rappresentati mediante tratti che ne delineano la fisionomia fisica, psicologica e comportamentale. Quasi tutti, come figure che, nel rapporto con l’autrice, costituiscono difficoltà e antagonismi. Spessissimo racconta fatti, o riporta parole, per indicare nelle persone, valori e idee in cui non si riconosce. Poiché si tratta di persone morte da tempo, ha il vantaggio di non preoccuparsi di dover rispondere a proteste o smentite, perciò queste storie e i protagonisti, risultano condizionati dal giudizio della sua particolare ottica: parziale e soggettiva. Molti dei nomi sono noti solo agli specialisti di letteratura russa, ma ne coinvolge talmente tanti che alla fine del libro ci sono ottanta pagine di regesto con una nota per ognuno.

Nel racconto, l’approccio agiografico al “grande” le è estraneo (il che non è un difetto, anzi, ma..), perciò scrive su Pasternak o su Cvetaeva senza la minima riverenza. Accenna direttamente alle inclinazioni lesbiche di Cvetaeva e senza cautela scrive: “L’isolamento di cui scrisse nella sua grande poesia “Il corno di Orlando” ha rivelato dopo molti anni la sua immaturità: l’isolamento non è, come si pensava una volta, la peculiarità di una persona che sta sopra gli altri, l’isolamento è l’infelicità dell’uomo, sia psicologica che ontologica, di colui che non è arrivato a quel punto di maturazione che gli permette di unirsi al mondo. Questo isolamento diventò sempre più tragico, perché con gli anni sentì il bisogno di unirsi agli altri e forse solo alla fine maturò, dopo aver capito che un essere umano non può restare emarginato per anni. Se questo avviene, è colpa sua e non dell’ambiente. Il poeta e il suo dono, il poeta su un’isola deserta, il poeta nella sua torre d’Avorio, tutte immagini seducenti che celano la silente, pericolosa e mortifera assenza tematica…. In lei stessa, nel suo atteggiamento verso le persone e il mondo era già celata la sua fine…. Chodasevic una volta mi disse che Marina Cvetaeva da giovane gli faceva venire in mente EseninUna volta li sognai, penzolavano, soli, dondolavano dal loro cappio.”

Di Pasternak dice di amare alcune poesie, peraltro non le sembrano neanche tanto interessanti:“Nascondeva l’essenza dei suoi versi, si tratta di poesia emotiva e non conoscitiva. Si reagisce attraverso l’udito o la vista senza che sia necessario approfondire nulla… arzigogoli di parole che non hanno a che fare con il tema principale.” Lo ritiene dotato d’ingegno ma non maturo. “Dottor Zivago” lo considera goffo, artificioso e non compiuto.

Riconosce il talento di un certo numero di scrittori, ma perlopiù ha una bassa opinione di tutti, continuando, sgradevole nei toni, a definirli senza gentilezza.

C’è Belyj: afflitto da tormenti insensati, ubriachezza (un russo, ma dai!), sempre alla ricerca di un padre, si sentiva indifeso, non capiva se stesso. I suoi rapporti con gli altri erano fondati sull’incomprensione. Tormentava i conoscenti con visite tardive e ripeteva fino allo strazio il racconto di una storia d’amore finita da oramai quindici anni.

C’è Sklovskij: definito geniale ma uomo fallito, intelligente e ironico, con una testa grossa e un sorriso che metteva in mostra le nere gengive(!).

Berberova a vent’anni subisce la diaspora. A Parigi, lontano dal proprio paese e dai propri familiari, vive in povertà. Descrive questa esperienza dell’esilio insistendo sulla povertà e sull’isolamento dalla vita culturale francese, attribuendo tale alienazione, a una generale indifferenza degli intellettuali francesi, aggravata dalla moda filosovietica diffusa nei circoli letterari parigini. La scrittrice esiliata descrive nelle sue memorie la sua situazione di solitudine, ansia, fallimento in arte e nella vita. Lo fa con l’enfasi del martirio, secondo il modello del maestro pensatore russo, profeta solitario, la cui eroica abnegazione e il rifiuto dei compromessi, lo ha escluso dalla vita collettiva, e si sente disprezzato o deriso. “Quanto odio provava Ladinskij per quella città! Una sera camminavamo insieme per rue Vaugirard… all’improvviso si fermò e disse -Come odio tutto questo, i loro negozi, i loro monumenti, le loro donne, la loro lingua, la loro storia e la loro letteratura… Ciò nonostante, secondo il calcolo più modesto, il mondo intero si è nutrito di tutto questo per circa trecento anni… Qui mi hanno calpestato. E hanno calpestato anche lei-. Cercavo di spiegargli che quell’essere calpestati non era il risultato di una nostra casuale sfortuna personale. Era il risultato di una catastrofe nazionale in cui eravamo implicati”. Quindi lei stessa, con tono piccato, prosegue e si raffronta così: “Sono state scritte decine di libri di memorie sugli anni Venti e Trenta. Era bello essere a Parigi, essere giovani e poveri. Ma il giornalista americano che aveva deciso di farla finita con il suo giornale di Chicago per scrivere un romanzo che nessuno avrebbe pubblicato, oppure il pittore svedese, che aveva deciso di non adeguarsi al gusto del pubblico e di dipingere per sé, oppure il musicista dei Caraibi che suona la sega e aveva spezzato ogni legame con il suo paese non essendo d’accordo con il governo….erano tutta gente che non poteva essere paragonata a noi, avevano deciso di restare, ma sarebbero anche potuti partire… noi eravamo uno strano mucchietto di persone che, pur non potendo per ragioni d’età essere stati né banchieri, né governatori, né generali dello zar, chissà perché non erano d’accordo con quello che succedeva in patria…. Hemingway nelle sue memorie racconta della sua vita a Parigi. Di quegli anni, dei soldi che per i suoi racconti arrivavano quando capitava, dei sessanta franchi al giorno che davano la possibilità di vivere a due persone, modestamente, ma in modo passabile, e anche di andare da qualche parte, a Saint Lys, a Fontainebleau, sulla Loira”. Berberova comparando dice che, quando le girava benissimo, raggranellavano in due trenta o quaranta franchi, e che ogni imprevisto era un problema.

Dopo la seconda guerra mondiale, rimasta sola, Berberova lascia la Francia “che esigeva sottomissione”, per l’America “che non poteva esercitare pressioni”. Qui, entrata nella vita americana, diventa professoressa di letteratura russa in prestigiose università e pubblicando i suoi libri, ottiene la fama che desiderava. A sessant’anni si dice pronta per l’inevitabile, scrive queste memorie anche per interrogarsi sul significato della sua esistenza e fa precedere il racconto da questa descrizione di sé: “Sono libera di vivere dove e come voglio, di leggere ciò che voglio, di pensare a tutto ciò che voglio, come voglio, e di ascoltare chi voglio. Sono libera nelle vie delle grandi città, dove nessuno mi vede… posso sapere tutto quello che voglio sapere e posso dimenticare quello che non mi serve”.

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Brani

A Natasha, amica e compagna di classe, svela il suo segreto più segreto, quello che si vergogna a svelare. Le confida che non le piace Eugenij Onegin. “Perché dovrebbe piacere? Dapprima Tatjana si innamora senza aver scambiato due parole con quella persona, soltanto per il suo aspetto (fatuo, annoiato, vuoto), poi si sposa con un pingue generale soltanto perché glielo chiede la madre. Quindi Tatjana confessa a Onegin di amarlo ma lo respinge: che giochetti antiquati e irresponsabili. Natasha mi osserva accigliata e domanda: -Ma questo ti sembra così importante? Non è poi lo stesso? L’importante è che “Il suo bavero di pelliccia di gelo s’è inargentato”. L’importante è come si incatenano gli enjamblements da un verso all’altro, da una strofa all’altra. È il linguaggio! È l’ironia! È Puskin!”.

Sull’immanenza della fine, osserva le morti di Puskin e di Tolstoj. “Se Tolstoj avesse lasciato la sua casa dopo “Le confessioni” sarebbe morto da uomo libero, superiore alla sua religione moraleggiante. Se Puskin avesse abbandonato la moglie, si è appreso recentemente per l’apertura dell’archivio delle lettere che lei amava D’Anthes, non sarebbe stato vittima della sua stessa aberrazione. Puskin aveva costruito la sua vita, senza sospettare che ai suoi tempi non poteva più sussistere una fedeltà dovuta dal fatto che una donna era stata data in moglie. Puskin morì per una donna, senza capire cos’è una donna, lui che le conosceva così bene! Tatjana Larina si vendicò”.

Sulle persone. “Dopo aver vissuto la mia lunga vita incontrando gente, facendo amicizia con le persone… Mi sono resa conto che ci sono persone esauribili in una serata (in una settimana, in un anno) e ce ne sono altre che sono invece inesauribili, perché dentro di loro succede sempre qualcosa, qualcosa si muove, funziona, si agita, sparisce e riappare di nuovo”.

Sulla creazione artistica. “Stravinskij, in una delle sue interviste riguardanti la creazione artistica, la definisce un processo fisiologico: quando compone si sente come un maiale che cerca il tartufo o come un’ostrica che crea una perla. Confessa che ogni tanto gli cola la saliva per i suoni e l’armonia che sta riproducendo sulla carta, e che ogni creazione artistica è per lui un lavoro degli organi di secrezione interna. Il suo risultato è quanto è stato secreto. Tutto ciò che è inghiottito viene digerito, assimilato, secreto, e anche la creazione artistica è senz’altro un atto fisiologico”.