Letture

Venedikt Erofeev – Mosca sulla Vodka

Mi è capitata questa edizione del 1977, ma in commercio se ne trova un’altra più recente con il titolo Mosca Petuski poema ferroviario probabilmente più appropriato. Perché si tratta anche di un trattato sull’alcool, e questo gli conferisce l’aspetto comico, però sta di fatto che la vodka non è altro che una veste gettata addosso a qualsiasi cosa di cui si voglia parlare, attraverso un punto di vista esasperato, imprevedibile, carico di violazioni delle connessioni logiche, dove tutto è percepito in modo pervasivo, desolante e buio. Non è dunque assurdo indagare su questo allucinato viaggio da Mosca a Petuski, come anche cercare nella vita sregolata di questo scrittore trascurato dalla critica ufficiale. Nell’apparente bizzarria ci sono molti elementi che presuppongono una cultura viva e profonda, che rimandano alla conoscenza degli archetipi dell’inconscio, alle suggestioni filosofiche e religiose, a tanta poesia, musica, scienze.

Un mio conoscente diceva che la Koriandrovaja (vodka al coriandolo) agisce sull’uomo in modo antiumano, ovvero: rinvigorendo tutte le membra indebolisce l’anima. Chissà perché, a me invece è successo il contrario, ossia l’anima si è rinvigorita in sommo grado e le membra si sono indebolite, ma ammetto che anche questo è antiumano.”

Come ogni venerdì, Venicka compie il viaggio da Mosca a Petuski (cittadina che dista dalla capitale 100km) con il treno elettrico. Petuski è il posto dove gli uccelli non tacciono né di giorno né di notte, dove il gelsomino non sfiorisce né d’inverno né d’estate, dove il peccato originale, se veramente c’è stato, non tormenta nessuno. Dove quelli che non smaltiscono la sbornia per settimane hanno lo sguardo limpido. Laggiù alle undici precise lo aspetta una ragazza, la diavolessa dalle ciglia chiarissime e un bambino che già conosce la lettera “U”. Per questo porta con sé, in una valigia, i regali per loro: bottiglie di vodka, di vino rosatello e noci per il bambino.

Venicka è un fannullone le cui passioni lottano contro il dovere e la ragione. Dialoga con gli angeli, cita Puskin, Gogol, Block, Corneille, Turgenev e Goethe. Possiede un’anima ammalata che da quando ha coscienza di sé non fa altro che simulare la sanità mentale. Trova che tutto ciò di cui gli altri parlano e tutto ciò di cui si occupano, lo lascia indifferente. Senza affermare di conoscere la verità, ma di essersi ad essa molto avvicinato, la contempla con un misto di dolore, paura e mutismo che lo porta a bere vodka. Descrive questa melanconia universale invitando ad osservare il quadro “Il dolore inconsolabile” di Kramskoj e chiede: “Se davanti a quella principessa, un gatto avesse fatto cadere una coppa di porcellana di Sevres….lei cosa avrebbe fatto? Mai si sarebbe agitata, perché per lei era una sciocchezza, perché lei in quel momento stava al di sopra di qualsiasi Sevres…frivola e noiosa… precisamente come me.

Il dolore inconsolabile. Ivan Nikolaevič Kramskoj 

Il registro semiserio lo usa anche quando riferisce della sofferenza che prova al pensiero della grossolanità degli altri “E quelli, invece, bevono con la coscienza della propria superiorità sul mondo… A me nuoce molto la mia delicatezza, che mi ha mutilato tutta la giovinezza, tutta l’infanzia e l’adolescenza…o piuttosto no, piuttosto non si tratta di delicatezza, ma semplicemente che ho dilatato all’infinito la sfera di ciò che è intimo; e quante volte ciò mi ha rovinato.”

Bere per alleggerire l’anima. Bere tanto per imparare a rinvigorirsi. Ne fornisce il metodo: “Dalla prima alla quinta dose (bicchiere) si rinvigorisce, poi dalla sesta alla nona inclusa ci si rammollisce, dalla decima sopraggiunge la sonnolenza, con uno sforzo si beve l’undicesima per vincere il sonno. Come fare a superare l’impasse e andare avanti? Dopo la quinta bisogna bere idealmente la sesta la settima e le successive fino alla nona, d’un fiato solo, ma solo con l’immaginazione…con uno sforzo di volontà passare direttamente alla decima ed esattamente come la NONA SINFONIA di Dvorak che di fatto è la nona ma viene detta la QUINTA, esattamente bisogna fare così…. bisogna chiamare decima la sesta dose e sicuramente si rinvigorisce senza impedimenti fino alla ventottesima (trentaduesima)… seguono la follia e la deboscia.”                                          Oltre al metodo, delucida anche sulle composizioni di cocktail, assurdi e disgustosi, combinati con qualsiasi liquido, purché emanino miasmi “Si aggiunga al profumo birra, deodorante per i piedi, acqua dentifricia, soluzione antiforfora e vernice purificata. Soprattutto la vernice purificata…. Chissà perché in Russia nessuno sa di cosa sia morto Puskin, mentre chiunque sa come si purifica la vernice per i mobili.”

Certo, si potrebbe obiettare, nel mondo oltre la vodka c’è la psichiatria “…C’è anche l’astronomia extragalattica, ma tutto questo non è roba nostra riguarda gli americani e i tedeschi, come la corrida riguarda gli spagnoli e il bel canto gli italiani. Noi russi ci occupiamo del singhiozzo, bisogna rispettare ogni vocazione.”

A un certo punto del racconto si mette a indagare tra i compagni di viaggio, per scoprire chi gli ha rubato dalla valigia la mezza bottiglia di vodka Rossijskaja che aveva avanzato. I ladri sono nonno e nipote, due poveracci che si mettono a piagnucolare. Le sue reprimende contro le loro scuse sono un capolavoro: “Io vi capisco, sì. Io posso capire tutto se voglio perdonare…. La mia anima è come la pancia del cavallo di Troia, può contenere molto. Io perdono tutto se voglio capire. E io capisco…. Bene , basta lacrime. Io, se voglio capire, ho posto per tutto. Io non ho una testa, ma una casa di tolleranza.” La compassione è come l’amore non c’è differenza. La compassione e l’amore per il mondo sono indivisibili.

E a proposito dell’amore, la molteplicità di emozioni che gli provoca la “diavolessa” Una tentatrice, che non è una ragazza, ma una ballata in la bemolle maggiore, sono descritte  nella rievocazione del loro primo incontro. La narrazione è quella di uno sprofondamento, di un cortocircuito di pensieri e di sensazioni provate. Riferisce dei ragionamenti fatti sul perché di questa attrazione ed anche dello spavento sempre provato nei confronti delle donne. “Da una parte mi piaceva che (le donne) avessero il vitino di vespa; ciò mi destava languore…. ma, dall’altra parte, esse hanno sgozzato Marat…e Marat era incorruttibile e non bisognava sgozzarlo. Questo già uccideva in me il languore. Da una parte in esse mi piaceva, come a Carlo Marx, la loro debolezza, ossia che sono obbligate a pisciare sedendosi alla turca; quello mi piaceva… Ma sì mi riempiva di languore. Ma dall’altra parte, esse hanno sparato con una pistola contro Lenin! E questo uccideva il languore: se vuoi accucciarti alla turca, fa pure, ma perché sparare contro Lenin? Dopo una cosa del genere sarebbe ridicolo parlare di languore.”

Questo modo di raccontarsi autodenigrandosi, ha un fondamento eversivo. La realtà è grezza, brutale e drammatica. Allora la parlata di strada, il torpiloquio, l’affronto, l’auto-avvilimento, sono una provocazione. L’immagine che dà di sé, fondata sulla farsa, sui funambolismi che sfidano e capovolgono ogni sistema, che mettono in dubbio ogni autorevolezza, più la presa di distanze dal presente, sono l’affermazione che la vita ordinaria va distrutta. Questo è il senso del delirio allucinato finale. A conclusione, la perdita di controllo razionale è esaltata da incontri inverosimili. Con la Sfinge che lo interroga su cinque enigmi irrisolvibili. Con un maggiordomo e la principessa del “Dolore inconsolabile” che lo inquietano. Con le Erinni che volano squassando il vagone. Con Mitridate re di Ponto con il naso colante di moccio che gli trafigge i fianchi con un coltellino. Con l’operaio e la contadina del monumento della Muchina sulla Prospettiva Mira di Mosca che lo colpiscono con la falce e il martello. Con quattro assassini che lo inchiodano come Gesù. In quest’ultimo atto, dalla sfumatura religiosa, forse si può rintracciare il tentativo di trovare l’accesso a una vita più autentica.

Il manoscritto di questo romanzo, redatto su un quaderno, cominciò a girare tra amici e conoscenti. Venja Erofeev lo utilizzava come merce di scambio, cedendolo per cinque rubli che gli servivano per comprarsi una bottiglia di vodka, poi se lo faceva restituire. A un certo punto, per fortuna dopo che ne erano state stampate alcune copie battute a macchina, il quaderno sparì. Perduto. Ma, all’insaputa di Erofeev, nel 1973 uscì pubblicato da un editore di Gerusalemme. Ignorato dalla critica fino a dopo la sua morte, avvenuta per un tumore alla gola nel 1990, divenne un mito. Nello stesso anno la BBC gli dedicò un documentario e nel 2000 Mosca gli eresse un monumento, raffigurante lui alla stazione Kurskij, e la sua diavolessa in quella di Petuski. Oggi sono entrambi in un giardinetto della capitale.