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John Berger – Ritratti

Sistemate in ordine cronologico, John Berger si occupa di una serie di opere artistiche a partire dalle pitture rupestri della grotta di Chauvet, fino ai disegni di Randa Mdah, artista siriana nata nel 1983. Interpreta e valuta adottando diversi criteri: secondo la conformità della prassi alla teoria, sulla forza del disegno, la luminosità del colore e la concordanza con un ideale formale; finalizzando l’opera a esiti emozionali o affettivi, facendo leva sulla forza persuasiva; equiparando qualità con autenticità. Sempre tenendo conto che, la finalità estetica di un’opera appartiene al proprio tempo che sempre esercita influenza sulla cultura e i suoi orientamenti. Per seguire questo precetto, riporta molte notizie documentarie attorno alle vicende che riguardano la vita dell’artista, come componenti della sua cultura, come processi attraverso i quali l’opera si è formata. Per conseguenza, considera anche il suo stesso giudizio variabile nel tempo. Valutare solo i fattori visivi o le forme, prescindendo il tempo, il luogo, i fatti, equivarrebbe a nasconderne il messaggio. L’artista ri-crea nell’opera la sua esperienza del mondo. L’opera, stimolando il processo della percezione, ha il potere di attrarre altre idee, altri significati, di sollecitare associazioni nuove nei fruitori, i quali, osservando, riconoscono qualcosa di preesistente e mediante un’identità di spirito, ripercorrono una forma di mistero. Quasi tutti i “ritratti” del libro iniziano con un’analisi, a volte fatta con ragionamenti inediti, qualche ripensamento, per poi condursi, attraverso il coinvolgimento emotivo, verso il racconto di fatti personali, verso una poesia, uno scambio epistolare, sovrapposizioni di immagini, anacronistici parallelismi, esami sulla politica attuale.

Caravaggio è l’emozione di raccontare il sentimento che prova verso la donna amata…Quando sei lontana, per me sei comunque presente. Questa presenza è multiforme: consiste di innumerevoli immagini, paesaggi, significati, cose note, punti di riferimento, eppure l’insieme rimane marcato dalla tua assenza, in quanto è diffusa. È come se la tua persona diventasse un luogo, i tuoi contorni orizzonti. Allora vivo in te come se vivessi in un paese. Sei ovunque…Una sera a letto mi hai chiesto chi è il mio pittore preferito. Ho esitato, in cerca della risposta meno studiata e più veritiera. Caravaggio. La risposta ha sorpreso anche me. Ci sono pittori più nobili di lui e anche pittori con una visione più ampia. Ci sono pittori che ammiro di più e che sono più ammirevoli. Ma non c’è nessuno a quanto pare -visto che la risposta mi è venuta spontanea- a cui mi senta più vicino.

Rembrandt… La prima volta che ho visto “Il cavaliere polacco”, mi è parso che potesse trattarsi del figlio di Rembrandt, l’adorato Titus. Mi sembrava -e continua a sembrarmi-  un dipinto che parla dell’andarsene di casa….Amo il dipinto del “Cavaliere polacco” come potrebbe amarlo un bambino, perché è l’inizio di una storia raccontata da un vecchio che ha visto molte cose e non vuole mai andare a dormire… Amo il cavaliere come potrebbe amarlo una donna: la sua audacia, la sua insolenza…. A volte la consuetudine equestre è ancora visibile nei corpi e nel modo in cui si muovono (i polacchi). Il gesto di mettere un piede nella staffa e di lanciare verso l’alto l’altra gamba mi viene in mente mentre sono seduto in un bar pizzeria di Varsavia e guardo gli uomini e le donne che in vita loro non hanno mai montato o neppure toccato un cavallo, e stanno tutti bevendo una Pepsi-Cola…. Amo “Il cavaliere polacco” come potrebbe amarlo un cavaliere che ha perso la sua cavalcatura e a cui ne è stata regalata un’altra. Il cavallo donato è un po’ vecchiotto, i polacchi a un ronzino del genere danno il nome di szkapa, ma è un animale di provata fedeltà. Infine amo l’invito del paesaggio, da qualunque parte conduca.

Vermeer…Le grandi rivelazioni avvengono tutte prima dei venticinque anni. Forse perché le aspettiamo con tanta avidità. Rilke fu il primo poeta europeo moderno che lessi. Matisse il primo disegnatore che capii. Impossibile separare la mia esperienza delle loro opere dal letto di una ragazza…. Le rivelazioni che avvengono in seguito sono più oggettive. D’un tratto si ha l’impressione di vedere in una nuova luce… Ci si sente in dovere e non, come prima, semplicemente desiderosi di riconoscere ed essere riconosciuti. Tutti, superati i trentacinque anni, cominciamo a spiegare…. Vermeer, che cosa voleva dire nell’immobilità delle sue stanze che la luce riempie come l’acqua colma una cisterna? Qual è il significato delle donne al tavolo e alla finestra che la luce rivela? Perché possiamo sentirci così vicini a loro, i nostri occhi che assorbono ogni intima goccia di luce (come se, osservando, asciugassimo delicatamente le superfici umide), e al contempo essere così distanti da loro?…. Era in grado di ritrarre con precisione impareggiabile ciò che costituiva il singolo istante perché aveva una consapevolezza acutissima, oggettiva e senza ombra di nostalgia del fatto che ogni istante vissuto è irripetibile… Di fronte a una donna di Vermeer che puntualmente gira la testa, legge una lettera, versa il latte, si prova una collana allo specchio, alza un bicchiere, ci accorgiamo proprio dello scorrere del tempo.

Géricault…. Dietro ogni cosa che immaginava e dipingeva si avverte lo stesso voto: lasciatemi guardare in faccia la sofferenza, lasciatemi scoprire il rispetto e, se possibile, trovare la bellezza…. Géricault aveva molto in comune con Pasolini                                                                                          

mi sforzo a capire ogni cosa, ignaro

come sono d’altra vita che non sia

la mia, fino perdutamente a fare

di altra vita, nella nostalgia,

piena esperienza: sono tutto pietà,

ma voglio che diversa sia la via

del mio amore per questa realtà,

che anch’io amerei caso per caso, creatura

per creatura.

I ritratti dell'”Assassino folle” o del “Cleptomane”, sono il primo esempio di chi ha guardato in faccia così a lungo e con tale intensità qualcuno che era stato classificato e condannato come pazzo…. Ci sono periodi storici in cui la follia si mostra per quello che è: un’afflizione rara e anormale. In altri periodi -come quello in cui siamo appena entrati- si direbbe che la follia sia comune… Nel corso della storia..ogni forma di afflizione è diventata, in un certo senso, il promemoria di una speranza. Qualsiasi dolore attestato, condiviso o sofferto restava naturalmente dolore, ma poteva essere in parte trasceso se lo si percepiva come sprone a compiere maggiori sforzi in vista di un futuro che ne fosse privo. L’afflizione aveva avuto uno sbocco storico! E durante questi due secoli tragici, perfino la tragedia era considerata latrice di una promessa. Oggi le promesse sono diventate sterili…Non c’è posto per la pietà nell’ordine naturale del mondo che opera in base alla necessità. Lo guardiamo con indifferenza, non lo conosciamo. È matto. Non ci si può fare niente.

Renoir….Suo figlio, il regista cinematografico Jean Renoir, ha scritto un libro notevole sui suoi ricordi d’infanzia. Vi si trova questa conversazione con il padre: “Di chi è questa musica? – Di Mozart- Che sollievo. Per un istante ho temuto che fosse di quell’imbecille di Beethoven…il modo in cui Beethoven parla di sé è francamente indecente. Non ci risparmia il minimo dettaglio delle sue pene d’amore o sul suo mal di stomaco. Ho avuto spesso una gran voglia di dirgli: che cosa me ne importa se sei sordo?“.                                                             Non c’è niente di più semplice che ridicolizzare un’epoca passata, e non c’è niente di più ridicolo. Non è per nostro merito se oggi siamo più vicini a Beethoven. È troppo facile applicare retrospettivamente a Renoir (a Picasso, aggiungo io) il ragionamento femminista….

Van Gogh…. Per un animale ambiente naturale e habitat sono un dato; per l’uomo la realtà non è un dato (nonostante gli empiristi). Essa va di continuo cercata, trattenuta, sono tentato di dire “salvata”. Ci viene insegnato a contrapporre reale e immaginario, come se il primo fosse sempre a portata di mano e il secondo distante, remoto. Questa contrapposizione è falsa…La realtà, comunque la si interpreti, si trova al di là di uno schermo di cliché. Ogni cultura produce tale schermo, in parte per facilitare le proprie pratiche e in parte per consolidare il proprio potere. La realtà è nemica di chi ha potere. Tutti gli artisti moderni hanno pensato che le loro innovazioni offrissero un approccio più intimo alla realtà…. È qui che l’artista moderno e il rivoluzionario si sono talvolta trovati fianco a fianco, ispirati entrambi dall’idea di abbattere lo schermo dei cliché.

Bacon… L’assenza di alternativa, nella sua visione della condizione umana… Il suo progresso, in trent’anni, è di ordine tecnico e consiste nel mettere sempre più a fuoco il peggio..Bacon ha osservato la crudeltà del mondo, dipingendo più e più volte il corpo umano o parti del corpo umano in pena, in preda al bisogno o in agonia…L’arte è piena di omicidi, esecuzioni o martiri…nella visione di Bacon, è che non ci sono testimoni né dolore….Per tutta la vita, di questa sua visione non fregava niente a nessuno. Eppure il mondo crudele che Bacon evocava e tentava di esorcizzare si è rivelato profetico. Può succedere che, nel giro di cinquant’anni, il dramma personale di un artista rifletta la crisi di un’intera civiltà.. Quello che segue, Berger lo ha scritto nel 2004. Tanto per rientrare nel discorso della profezia, della lungimiranza o più semplicemente, del vedere chiaramente dove conducono certe posizioni….L’attuale epoca storica è l’epoca del Muro. Dopo la caduta del muro di Berlino, sono stati srotolati i progetti preparati per costruire muri da ogni parte. Muri di cemento, burocratici, di sorveglianza, di sicurezza, razzisti, zone cuscinetto. Dovunque i muri separano chi è disperatamente povero da chi spera contro ogni evidenza di continuare a essere relativamente ricco. I muri incidono ogni sfera, dal lavoro agricolo alla salute. Esistono anche nelle metropoli più ricche del mondo. Il muro è la prima linea di ciò che, molto tempo fa, si chiamava”guerra di classe”. Da un lato: ogni armamento concepibile, il sogno di guerre senza un solo sacco di plastica per i cadaveri, i media, l’Abbondanza, l’igiene, il glamour per tutti. Dall’altro: le pietre, i viveri scarsi, le faide, le malattie dilaganti, l’accettazione della morte e la continua preoccupazione di come sopravvivere un’altra notte. Oggi dunque la scelta di senso nel mondo è tra le due facce del muro. Il muro è anche dentro ciascuno di noi. Quale che sia la nostra condizione, siamo liberi di decidere con quale lato del muro ci sentiamo in sintonia. Non si tratta di un muro tra il bene e il male. Bene e male esistono da entrambe le parti. La scelta è tra rispetto di sé e caos di sé. Dalla parte dei potenti c’è il conformismo della paura -loro il muro non lo dimenticano mai-  e le labbra che si muovono come per dire parole che non significano nulla. Bacon ha dipinto esattamente questo mutismo.

Pollock….Immaginate un uomo allevato in una cella bianca fin dalla nascita, tanto che non ha mai visto altro che la crescita del proprio corpo. E poi immaginate che d’improvviso gli vengano dati alcuni bastoni e delle vernici brillanti. Se fosse un uomo con un innato senso dell’equilibrio e dell’armonia dei colori, potrebbe, coprire le pareti bianche della sua cella come Pollock ha dipinto le sue tele. Vorrebbe esprimere le sue idee e i suoi sentimenti riguardo alla crescita, al tempo, all’energia, alla morte, ma non disporrebbe di un vocabolario di immagini viste o ricordate con cui farlo. Non avrebbe altro che i gesti che scoprirebbe applicando i suoi segni colorati alle pareti bianche. Potrebbe trattarsi di gesti appassionati e frenetici, ma per noi non significherebbero altro che il tragico spettacolo di un sordomuto che tenta di parlare.

Nicolas de Staël… Per tutta la sua breve vita si è misurato con il cielo e le sue luci…I cieli mutano non solo di ora in ora, e, da una stagione all’altra, ma anche da un secolo all’altro. Cambiano in base al tempo atmosferico, e in base alla storia. Ciò accade perché il cielo è come una finestra e uno specchio, una finestra affacciata sul resto dell’universo, e uno specchio per gli eventi terreni che sotto a esso hanno luogo. I cieli di El Greco riflettono le cospirazioni della Controriforma e dell’Inquisizione spagnola, tanto quanto quelli di Turner riflettono il tumulto della Rivoluzione industriale. Nessuno osserva il cielo reale per più di un istante senza esprimere un desiderio che ha a che vedere con qualche paura o speranza attuale.

Michael Quanne….Qualsiasi pittore professionista impara un dato linguaggio pittorico, e questo linguaggio -quando lo si vede da una grande distanza- è sempre limitato perché è stato sviluppato per esprimere e soddisfare certe esperienze e non altre. Ogni forma d’arte è intimamente connessa a un tipo di esperienza di vita. La differenza tra musica da camera e jazz non riguarda la qualità, l’eleganza o il virtuosismo, ma due stili di vita, che le persone coinvolte non hanno scelto ma in cui sono nate. Il mestiere acquisto da un apprendista nello studio di Gainsborough era ideale per dipingere piume e raso e inutilizzabile per dipingere una Pietà.

Juan Munoz. Nel 2001, a soli quarantotto anni, Munoz muore. Per il “ritratto” da dedicargli, Berger non analizza una sua opera, compone un’associazione. Determinato non dalla somiglianza ma da un modo di porsi, di affrontare e sfidare la vita, dedica all’amico scomparso il ricordo (forse immaginato) dell’incontro con il poeta Nâzim Hikmet e un racconto di impressione  ..Quando si racconta una storia, tutto dipende da che cosa segue che cosa. L’ordine più autentico è di rado ovvio. Si scopre a forza di tentativi. Spesso facendo e disfacendo. Ecco perché sul tavolo ci sono anche un paio di forbici e un rotolo di nastro adesivo. Lo scotch non è inserito in uno di quegli aggeggi che permettono di tagliarlo facilmente nelle dimensioni desiderate. Devo usare le forbici. Il difficile è trovare la fine del nastro per srotolarlo. La cerco impaziente con le unghie e m’innervosisco. Sicché, quando la trovo, la appiccico al bordo del tavolo, lascio che il nastro si srotoli fino al pavimento, e lo abbandonò lì a penzolare. A volte esco sulla veranda e mi sposto nella stanza accanto, dove chiacchiero, mangio o leggo il giornale. Qualche giorno fa ero seduto in questa stanza quando qualcosa, muovendosi, ha attirato il mio sguardo. Una minuscola cascata d’acqua luccicante scendeva, ondeggiando, verso il pavimento della veranda vicino alle gambe della mia sedia vuota davanti al tavolo. I torrenti alpini cominciano così. A volte un rotolo di scotch agitato da uno spiffero della finestra può muovere montagne.

Basquiat….Di solito, per contestare le falsità da cui si è avvolti, si ricorre a contro-informazioni che portano alla luce le verità tenute nascoste… Basquiat ha capito che le menzogne non possono essere descritte con nessuno dei linguaggi utilizzati di continuo… La sua strategia di pittore era screditare e fare a pezzi tali codici, lasciando affiorare qualche verità invisibile, clandestina. Il suo stratagemma di pittore è affine a certe forme di rap… Compita il mondo in un linguaggio deliberatamente stentato, ontologicamente stentato… Si è inventato un alfabeto visivo tutto suo composto da innumerevoli segni: lettere, loghi, sagome, diagrammi, emblemi, figure geometriche… così non può entrare in nessun registro ufficiale. I dipinti sono espressivi, li si può ammirare, ricordare, trovano risposta in un altro dipinto, ma sono innominabili. La loro nitidezza celebra l’invisibile, per conseguenza nessuna menzogna può intrappolarle, sono liberi.

Randa Mdah…. In vita mia non ho mai visto disegni come quelli che sto osservando (Lead on paper). Quel che li rende senza precedenti è, almeno per me, l’esperienza di vita di cui sono impregnati. Non la descrivono e non la illustrano, ne sono semplicemente colmi… Che tipo di esperienza è quella di cui sono colmi questi disegni? È una forma di resistenza, abituale, comune e inesauribile. Una resistenza granitica. Una resistenza in ogni corpo che circola come flusso sanguigno. Le mani e le linee dei corpi misurano i battiti della resistenza dell’anima. La percezione di resistenza, forza, energia, fanno riaffiorare alla memoria due fatti accaduti qualche tempo prima. In visita alla tomba del poeta Mahmud Darwish, che si trova su una collina vicina a Ramallah, Berger racconta di essersi seduto sul prato, dove è successo qualcosa di inaspettato e di simile a un caso accadutogli pochi giorni prima. Era in macchina insieme al figlio, nevicava… All’improvviso un uccello ha urtato il parabrezza. Era un uccellino, un pettirosso, stordito ma ancora vivo, che sbatteva le palpebre. L’ho tolto dalla neve, era caldo nella mia mano, molto caldo. Ogni tanto lo esaminavo. Nel giro di mezz’ora è morto. L’ho sollevato per metterlo sul sedile posteriore dell’auto e la sua leggerezza mi ha sorpreso. Pesava meno di quando lo avevo raccolto dalla neve. L’ho passato da una mano all’altra per esserne certo. Era come se la sua energia da vivo, la sua lotta per sopravvivere, si fossero sommate al suo peso. Adesso non pesava quasi nulla. Quando mi sono seduto sull’erba della collina è successo qualcosa di simile. La morte di Mahmud aveva dissolto il suo peso. Quel che restava erano le sue parole.

Berger possiede la capacità di liberare le immagini e determina, con il suo esempio, un metodo da acquisire per permettere alle opere di lavorare su di noi. Ogni opera racchiude una trama da svelare. Chi la osserva ne è assorbito, attratto e interpellato ancora prima di capirne l’intreccio. Unica posizione possibile è interrogarla e interrogarsi, fare ipotesi cercando risposte a quesiti che l’opera pone al suo e al nostro presente, seguire un procedimento associativo, provando a identificarsi. Quest’esperienza diretta di condividere le profonde connessioni dell’arte con l’esperienza umana, agisce come intuizione. Poiché non si guarda solo con gli occhi, il punto non è solamente “cosa hai fatto”, ma anche “chi sei”. Un artista non ha l’obbligo di condurre una vita esemplare, tuttavia il comportamento che ha mantenuto in alcuni frangenti della sua vita o la sua condotta morale, non sempre possono essere disgiunti dalla sua opera. Per quanto ogni giudizio vada contestualizzato e ogni fatto vada interpretato in una prospettiva storica, succede, e per ognuno di noi con motivazioni diverse, che s’imponga dalla coscienza una resistenza che non si riesce a ostacolare. Personalmente ho resistenze oppositive che mi portano a sentirli incompatibili con me, per George de La Tour e William Turner. Verso Turner per “colpa” di un film. Mike Leigh nel 2014 ha diretto un film biografico su Turner. Il film, fotograficamente eccellente, ha messo in luce le caratteristiche più basse del pittore, la brutale materialità, aspetti (anche quello fisico) quasi animaleschi. Un anaffettivo totalmente disinteressato alla vita degli altri, reso così fortemente dal suo interprete che, anche il povero Timothy Spall, l’attore che lo impersona, mi è oramai insopportabile qualsiasi ruolo interpreti. Purtroppo le fonti storiche confermano l’assoluta attinenza del Turner cinematografico con quello reale: era davvero un gretto misantropo e la suggestione ricevuta dal film ancora oggi agisce su di me. Guardare un quadro di Turner non mi impedisce di coglierne la grandezza, di ammirarne la luce e il colore, ma l’inquietudine e il disorientamento che mi provocano le sue “Bufere” così violente, sono la sua stessa implicita violenza.

Quando ero incinta di mio figlio, un’amica mi imprestò un libro che all’epoca andava molto di moda. Era la guida al parto scritta dal ginecologo francese Frédérick Leboyer. Il libro era corredato da molte immagini di quadri di de La Tour: Adorazione, Natività, Il Neonato. Tutte splendide. I colori rossi, i bruni e i dorati, sono resi spettacolari da una impareggiabile esposizione della luce. Tutte scene notturne, con personaggi assorti, madri in contemplazione del bambino che dorme sereno, la cui delicatezza emerge dal buio, visibile per il bagliore della fiamma di una candela. I protagonisti sono sempre persone semplici, contadine o mendicanti, lo sguardo compassionevole che gli rivolge, tuttavia mal si concilia con i fatti della vita di La Tour. Dopo un ricco matrimonio andò a vivere nella città della moglie, dove ebbe successo, guadagnò molti soldi e divenne un proprietario terriero facoltoso e influente. Durante la guerra dei Trent’anni fece tanti guadagni speculando sul grano durante le carestie. Da documenti d’archivio si sa che dovette pagare le cure mediche a un contadino che aveva aggredito, e altri fatti lo fanno inquadrare come ambizioso, violento e spregiudicato. Allora, queste armoniose visioni che il lume della candela rende vaghe, al limite tra apparenza e illusione, cosa sono davvero? Sono la perfezione formale cui aspirava La Tour? Una soluzione personale, al di là del vero “senso” da attribuire agli altri esseri umani, cui egli non ha saputo dare risposta, o l’interpretazione magica dei sogni più belli di una mamma in attesa?