Hanyeo – The servant – La cèrèmonie – The housemaid. I film ispiratori di Parasite.

Hanyeo (The housemaid)

Hanyeo (The housemaid) è del 1960 ed è considerato il film più rappresentativo di Kim Ki-young, nonché un classico del cinema coreano, tanto da aver influenzato molti tra i registi delle generazioni successive. I mutamenti sociali registrati dal cinema, spesso si sono concentrati sul tema della famiglia e in perfetta linea con la tradizione culturale coreana che vede nella famiglia un valore assoluto, Kim Ki-young si è appropriato del tema. In netto contrasto con il realismo, l’armonia, l’equilibrio e il sentimentalismo tipico del canone coreano, ha elaborato il suo racconto in tonalità melodrammatica, per esaltare le passioni, per accentuare l’espressività con cui vengono interpretate le sventure e i violenti contrasti. Un’intensità che a volte supera così tanto l’autenticità da suscitare la risata. L’esigenza estetica tradizionale aveva imposto troppa sobrietà, dolori repressi e sublimazione, adesso va sostituita dalla necessità di appagare un bisogno, dall’esperienza coinvolgente di soddisfare un desiderio. Ambientato in una casa la cui struttura tra piani inferiori e superiori, scale, porte scorrevoli, interni e balconi è ideale anche simbolicamente come luogo dove si svolgono i conflitti, è incentrato sulla psicologia femminile, ed è definito thriller domestico. Un racconto sulla distruzione della famiglia per l’infiltrazione di una cameriera sessualmente predatoria, prima seduttrice poi sempre più psicologicamente instabile, fino a divenire assassina e suicida che induce il suo amante al suicidio attraverso un rito, a voler legittimare la loro passione. Tutto è avvolto in un bianco e nero che oscura ancora di più l’atmosfera. Kim Ki-young è intenzionato a rappresentare avidità, brama di potere e sessualità, perché trova interessanti quelle emozioni che corrono violente. Lo fa con molta ironia, allontanandosi dall’eccessiva serietà associata all’istituzione familiare, mettendone in discussione i valori conservatori e avanzando dubbi anche sulle disuguaglianze sociali in determinate condizioni. Con sarcasmo fa la caricatura della famiglia, dove un marito moralmente discutibile che fa l’insegnante di pianoforte, si sottomette sessualmente alla cameriera che disprezza. Dove la moglie accetta di condividere il marito con l’amante, per non compromettere l’ascesa economica e per salvare le apparenze. Dove il figlio maschio è un bambino sprezzante che già manifesta alterigia e disgusto verso gli altri. Tutta questa storia di distruttività, è conclusa dal narratore che sembra voglia smorzare l’eccesso di orrore, facendo l’occhiolino allo spettatore, ammonendo tutte le famiglie su quel che potrebbe capitare.

The servant

1963. Tratto da un romanzo di Robin Maugham (parente del più famoso Somerset), la sceneggiatura della versione cinematografica è di Harold Pinter che ha definito i temi lavorando sulle forme del doppio, dell’ambiguità e dell’intrusione che scardina gli equilibri. Offrendo a Joseph Losey la struttura narrativa per la ricerca formale, con i continui movimenti della m.d.p. che sottolineano la non linearità del rapporto tra i personaggi, il nobiluomo e il suo servo. Anche qui l’intruso è un cameriere che si appropria dell’ambiente e del suo padrone per ridurli a rifiuti. L’indagine del film è concentrata sull’ambiguità di fondo dell’identità umana e della condizione esistenziale, sul comportamento dei protagonisti avviluppati dalla crudeltà che sottende il rapporto servo-padrone, qui rappresentati da un condiscendente aristocratico e un malvagio cameriere. Da una situazione del tutto ordinata, si passa all’irrazionale della trasgressione e del divieto, mediante vicende e relazioni che vedono i due ribaltare i loro ruoli e i loro rapporti che sono anche sessuali. Non sono l’uno il male e l’altro il bene. Il servo è qualcuno diventato così, ha già prestato servizio presso altri nobili che lo hanno ridotto così, cinico e malizioso e adesso si trova al servizio di qualcuno che non rispetta, perché troppo debole per troppa facilità di vivere. “La corruzione è insita nel rapporto di servitù, come stato d’animo, come potrebbe essere in ogni rapporto dialettico, tra giudice e giudicato, ispettore e indiziato, carceriere e carcerato” (parole di Losey). Quindi il film, più che un apologo moralistico con implicazioni politiche e classiste, per l’intreccio di sopraffazioni e per l’attrazione ambigua che prova il padrone, è una sconfortante analisi del dissolvimento di una identità. E se il servo ha preso il posto del padrone, non può per questo sentirsi più libero, all’interno di un ordine morente non ne esce neppure lui.

La cèrèmonie

1995. La sceneggiatura è tratta da un romanzo giallo di Ruth Rendell derivato da un fatto di cronaca accaduto in Francia nel 1933 che ha anche ispirato Jean Genet per la stesura de “Le serve”. Il titolo La cèrèmonie deriva dal modo di dire che usavano i francesi al tempo della Rivoluzione per indicare l’evento che portava alla morte per mezzo della ghigliottina. L’interesse di Chabrol è rivolto alle scelte che compiono gli individui nelle situazioni più estreme, perché più cariche di conseguenze e perché definiscono più di qualsiasi altre la personalità di chi le compie. In questo caso sono due i personaggi che commettono una strage, insieme, perché nessuna delle due sarebbe in grado di compierla da sola. Le due sono un’impiegata delle poste arrogante, sfrontata, logorroica, invidiosa e dominante sull’altra, una cameriera appena assunta da una famiglia ricca che non sembra molto sveglia e che pur riuscendo a svolgere molto bene il suo lavoro, nasconde di essere analfabeta, quindi rivela di possedere l’abilità dell’inganno. La cameriera all’inizio sembra tranquilla e svolge con cura le sue mansioni, fino a quando diventa amica dell’impiegata che nutre disprezzo per lo stile agiato dei ricchi signori e sta già macchinando per fare della cameriera il suo strumento di vendetta. Una storia di potere, manipolazione e segreti che esplode contro la rispettabilità borghese, nel momento in cui le due si trasformano in flippate in cerca di vendetta. Uno sfogo scoppiato per cause oscure, provenienti da zone d’ombra della psiche, perché solo così si può dar motivo di tanta irrazionalità. Per tutta la durata del film non ci sono colpi di scena che possano annunciare il tragico finale, la m.d.p. non indaga e si limita a registrare gli avvenimenti, come gesti quotidiani qualsiasi. L’allegra ferocia con cui le due celebrano il rito (la cèrèmonie) omicida, non sottintende alcuna vendetta di classe, lo stesso Chabrol ironizzò a quattro anni dalla caduta del muro di Berlino, dicendo che si trattava dell’ultimo film marxista. Solo confuse aspirazioni e fascinazioni irresistibili verso la rovina.

The housemaid

2010. Cinquant’anni dopo, Im Sang-soo realizza il remake di The housemaid. Il punto di vista è diverso, là intrigante inquietante sullo sviluppo dell’identità femminile, con le minacce e i danni che una donna infligge alla famiglia, qui, adesso che i rapporti di potere sono cambiati e le persone reagiscono in modo diverso, l’intento è uno studio sulle relazioni di classe e sul deformato senso del diritto dei ricchi. Quando uscì la prima versione del film nel 1960, le spettatrici coreane nelle sale cinematografiche reagirono urlando “uccidi la pazza!” e l’attrice che interpretava la parte, fu costretta a concludere la sua carriera per le minacce che riceveva. L’intrusa predatrice operava una sovversione intollerabile, la sua avidità immorale si contrapponeva alla “buona moglie che fa bene alla nazione”, che se questa lavora lo fa per aiutare il marito, così possono accelerare i tempi per trasferirsi in una casa occidentale piena di oggetti di lusso. Nel film più recente la cameriera non veste i panni della femme fatale, ha una natura gentile e infantile e, se prima asseconda il padrone, poi diviene vittima della sua famiglia appartenente alla classe dei nuovi super ricchi coreani che, ci dice il regista, sono affetti da un complesso di inferiorità derivante da cinquant’anni di dominio coloniale giapponese che provoca in loro una violenza inaudita che esercitano soprattutto in casa. La casa in questo film è imponente, contiene apparecchi costosi, il tecno camino, una scala interna sontuosa, quadri. I signori ogni giorno gettano parecchio cibo avanzato, la m.d.p. indugia troppo sui dettagli, così come fa con le scene di sesso, spogliandoli della loro funzione simbolica presente nel primo film. L’opulenza è grande tanto quanto il distacco dalla realtà di coloro che la esibiscono. Il padrone è un uomo di potere che, facendo suoi certi cliché del nobile occidentale, saper degustare buoni vini o suonare al pianoforte Beethoven, pensa che questi lo rendano raffinato ed elegante. La ricchezza gli consente di avere a disposizione tutto e alla sua logica del consumo appartiene anche il corpo femminile. In questa nuova versione c’è un personaggio aggiunto, la governante anziana molto efficiente, apparentemente fredda, in realtà piena di rabbia e di disprezzo. A lei sono affidate le battute più cariche di biasimo, le più divertenti, e risulta essere quella che esprime l’unica vera critica di classe, quando definisce la famiglia composta da persone disgustose. La cameriera giovane dopo aver ceduto al suo padrone tenta di cambiare le regole, tenendosi il bambino che vogliono farle abortire, ma viene stritolata dal meccanismo. La famiglia può tornare così al suo stato iniziale e lei, modellandosi alla mostruosità dominante nella casa, si adopera in un suicidio spettacolare, recando loro un danno che ricorderanno per un pezzo. Im Sang-soo si è detto poco deferente nei confronti del film di Kim Ki-young, che ha il suo principale merito nell’essersi mostrato propenso a esplorare ciò che si nasconde sotto i personaggi. Avesse seguito questa inclinazione, anche lui non avrebbe smarrito il potenziale sovversivo della storia e, avrebbe concluso il suo film con una ribellione femminile costruttiva invece che autodistruttiva.