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Romain Gary: -La notte sarà calma- -La promessa dell’alba- -La vita davanti a sé- -Biglietto scaduto-

“Credevo che si potesse, in letteratura come nella vita, piegare il mondo secondo la propria ispirazione e restituirlo alla sua autentica vocazione, che è quella di un’opera ben fatta e ben pensata. Credevo alla bellezza, e quindi alla giustizia. ” –La promessa dell’alba

Scrittore al di fuori delle principali correnti letterarie, tanto che non gli è mai stata riconosciuta una grande dimensione letteraria, la critica si è concentrata principalmente sulle questioni di identità. Le sue molte facce e i suoi tanti pseudonimi vengono attribuiti al gusto per il travestimento a tendenze schizofreniche o al rifiuto della realtà. C’è da chiedersi: se si costruiscono storie, non è per aiutarci a vivere? Se si inventano altre identità non è per scivolare facilmente nei panni degli altri e fingere di avere tutta un’altra vita? Il continuo confronto tra realtà e finzione non sono i presupporti per diventare uno stimato romanziere? Comunque, ogni suo scritto è ridotto ad analisi troppo rapide e molti aspetti sono appena toccati. Ha certamente posto l’immaginazione al di sopra della concentrazione sullo stile, tuttavia ha sviluppato in esso quel tratto comico, probabilmente derivato dalla tradizione ebraica dell’Europa centrale, che ha via via utilizzato come sberleffo provocatorio parodia e autoscherno, come prova di resistenza per smascherare l’inautenticità, come banco di prova per la ricerca della verità, sul quale niente e nessuno ha da temere se esce indenne da queste aggressioni. “Il comico è un richiamo all’umiltà, è un’affermazione di dignità, per questo lo rivolgo tanto più volentieri verso me stesso” –La notte sarà calma– . Diventa mancanza di rispetto nel momento storico in cui la ricerca della verità semplice e onesta va contrapposta alla frode ideologica intellettuale, aspetto più ignobile del ‘900. Lui, uomo della Francia libera che non ha mai smesso di proclamare la sua lealtà alla confraternita combattente, con l’umorismo si salvò perché gli permise di superare la delusione per il divario tra i tributi pagati e l’avidità di una società che ha voltato le spalle a quelli che hanno dato la vita. Tuttavia non è rimasto fermo alle commemorazioni del passato, ha osservato e sostenuto le generazioni successive e i movimenti degli anni ’60 e ’70. Ha criticato la politica europea fino alla metà degli anni ’70 sottolineando quelli che dovevano essere i fondamenti dell’Europa e la sua vocazione umanistica, “Non c’è politica possibile se prima non mette radici la cultura…I politici non pensano veramente al futuro. Non c’è (1973) alcuna programmazione per l’avvenire, discorso politico in cui non si avvertono inadeguatezza e le piccole furbizie dei monchi. …..Quando si fanno scelte politiche bisogna astrarsi da se stessi, bisogna partire dagli uomini….invece sono solo modi per rifiutare il cambiamento, diverse le maniere di sistemare le poltrone e le cuccette dell’espresso, ma senza alcuno sforzo per spostare i binari, la direzione. “-La notte sarà calma-. Fautore di una civiltà che abbia i suoi valori in principi femminili (non dice femministi): dolcezza, tenerezza, maternità, rispetto per le fragilità.”È banale sostenere che basta sostituire le donne agli uomini per il semplice motivo che la maggior parte delle donne che “fanno” sono state già ridotte al rango di uomo in virtù delle esigenze stesse e delle condizioni della lotta. Le idee prendono corpo e forma tra le mani, prendono la forma, la delicatezza o la brutalità delle mani che danno loro corpo, ed è venuto il tempo che le idee siano raccolte dalle mani di una donna”-La notte sarà calma-. Condanna i pregiudizi morali contro l’aborto come vere e proprie bassezze, definendoli principi di chi se li può permettere e parte di un cristianesimo privo di umiltà e di pietà.

Pioniere delle rivendicazioni ecologiste, fa sue anche le denunce di arretratezza e sfruttamento del cosiddetto terzo mondo. Tutti i suoi libri gravitano attorno al tema di una costitutiva fragilità e i personaggi trovano la forza di rimanere attaccati alla speranza di qualcosa. Illusioni? Forse, mai però storie fraudolenti, piuttosto versioni ottimizzate della verità. Vero è l’orrore per quello che causa odio dispotismo guerre e tutto ciò che ci rende infelici, cioè una vasta schiera di nemici contro cui ogni uomo degno di questo nome deve battersi; primo tra tutti il dio della stupidità, poi quello delle certezze assolute, poi quello della meschinità del pregiudizio e del disprezzo e poi molti altri, loschi nascosti e difficili da identificare.

Ha reso tributi per onorare sogni speranze e sacrifici e ha dedicato un intero libro a sua madre che lo ha amato enormemente, tanto da fargli dubitare che non sia un bene ricevere così tanto amore, perché si crede sia dovuto e che si possa trovare anche altrove “Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi, fino alla fine”- La promessa dell’alba-. Sua madre era invadente e dominatrice, profondamente entrata in lui, tanto da costituire il suo testimone interiore cioè l’osservatore di ogni azione e di ogni pensiero, quella cosa che controlla giudica approva o condanna, la guida che ogni essere umano dovrebbe sentire dentro di sé per non perdersi. E sarà per sua madre che metterà in gioco ogni energia per realizzare i suoi sogni di rivincita, per riaffermarne il valore con un risarcimento: veder diventato suo figlio scrittore e ambasciatore di Francia. Lui si farà carico di tutto per raggiungere gli obiettivi perché la posta in gioco era d’importanza capitale e ce la farà, ma alla fine si renderà conto che malgrado tutto non gli sembra abbastanza e che il capolavoro resta irraggiungibile. Con un espressivo riferimento al giocoliere Rastelli che, malgrado fosse il più grande al modo, non riusciva a superare il limite dei sette oggetti sospesi in aria ” L’ultima palla è sempre rimasta fuori dalla mia portata…dopo aver vagato a lungo in mezzo ai capolavori, si fece strada in me la verità poco a poco, e capii che l’ultima palla non esiste” ” Tutti hanno mentito sul caso Faust, Goethe più degli altri….la vera tragedia di Faust non è di aver venduto l’anima al diavolo. La vera tragedia è che non c’è nessun diavolo che voglia la sua anima. Nessuno che venga ad aiutarti ad afferrare l’ultima palla, qualunque sia il prezzo che siete disposti a pagare ” La promessa dell’alba .

La presa di coscienza non deve necessariamente essere seguita dalla rinuncia. La consapevolezza di un limite che ti appartiene può diventare il risveglio per un cambiamento, per cambiare uno schema. Forse è questo che lo ha spinto a voler cambiare tante volte il suo nome, mai invece l’attenzione verso le figure fragili. È giocoso e colorito il linguaggio del piccolo musulmano Momò che in prima persona racconta una storia di banlieue. Lui e i coprotagonisti sono esseri sradicati che vivono nel degrado e nell’emarginazione, tra avversità e contrapposizioni religiose ( “Per molto tempo non ho saputo di essere arabo perché non c’era nessuno che mi insultava. L’ho saputo soltanto a scuola” La vita davanti a sé), in miseria ma con imprevedibili atti di solidarietà dovuti alla spontanea benevolenza e alla comprensione di chi condivide la medesima condizione. C’è in ognuno di loro una tale purezza di cuore che lo spaccio di droga, la prostituzione, la devianza sessuale per necessità di sopravvivenza e tutto quello che fa di loro dei derelitti, risultano niente di fronte al calore affettivo di cui sono capaci. Pagine scritte con un linguaggio imprevedibile, colme di tenerezza e umorismo “Signor Hamil come va? Come va rispetto a ieri vuoi sapere? Ieri o oggi, Signor Hamil, fa lo stesso, è solo tempo che passa…….Sono rimasto ancora un po’ con lui lasciando passare il tempo, quello che scorre lentamente non è francese. Il signor Hamil mi ha detto tante volte che il tempo viene lentamente dal deserto con le sue carovane di cammelli e che non ha fretta perché trasporta l’eternità. Ma è sempre più bello quando ti viene raccontato che quando lo guardi sulla faccia di un vecchio che ogni giorno se ne fa rubare un po’ di più e se volete sapere la mia opinione, il tempo bisogna andarlo a cercare dai ladri” La vita davanti a sé. E fantastiche sono tutte le circonvoluzioni verbali e mentali di Momò che hanno la linearità logica e il candore ingenuo di un bambino che parla di eutanasia omosessualità e vecchiaia.

“Sei rimasto giovane. Gli uomini invecchiano sempre male quando restano giovani” Biglietto scaduto . La tragedia della decadenza virile è impossibile da accettare quando si è imprigionati nel ruolo machista di uomo forte e sempre pronto all’azione. L’angoscia del fallimento fisico è nel protagonista concomitante con quella economica e diventa una metafora del declino dell’occidente, delle sue crisi, disfunzioni e del suo svuotamento (economico sociale ideologico culturale). “Nel corso degli anni ’60 ’70 la prosperità economica pareva aver scoperto il segreto della crescita perpetua e la prosperità economica europea e americana aveva fatto ritrovare quel lustro morale e quasi spirituale che non aveva più conosciuto dai grandi fasti della borghesia del 19simo secolo. Una frase meravigliosa la pronunciò la moglie di un ambasciatore che tornava da un viaggio in Cina -Insomma il comunismo è per i poveri!-. Il mercato dell’auto veleggiava, il credito scorreva a fiumi, il petrolio sgorgava da solo, la costruzione di complessi immobiliari fruttava miliardi ai suoi fautori, ma si offriva al tempo stesso di che sognare a quelli che fino a quel momento avevano dovuto accontentarsi dei gioielli offerti da Richard Burton a Elisabeth Taylor, dei miliardi di Onassis e di Niarkos” Biglietto scaduto. L’incertezza negli sviluppi dell’attività economica alludono all’ansia per la perdita del vigore sessuale, così come il riaffermato successo economico diventa il riscatto per l’umiliazione della regressione sessuale. Pur progettando di eliminarsi, a differenza del Gary reale, questo protagonista non ha rivolto la pistola verso se stesso, probabilmente solo per rimandare l’inevitabile tramonto.

Romain Gary è stata una casuale felice scoperta, ho letto avidamente questi romanzi di cui ho sottolineato frasi che ho poi trascritto su fogli per adornarci casa, su alcune ho riflettuto su altre mi ci sono rispecchiata. Ho trovato comunanza di pensieri sentimenti ed emozioni, una identica visione di fiducia e ottimismo anche nei momenti più duri, una stessa (piccola) dose di misantropia, stessa passione verso il cinema, verso Malraux, verso l’umorismo e verso il mare che lui spesso chiama “mio fratello”. Non ho mai mangiato i cetrioli salati russi da lui adorati, li andrò a cercare per scoprire cosa mi sono persa. Stessa repulsione che diventa avversione e poi vero e proprio astio nei confronti della stupidità: “Quando la stupidità diventa troppo potente, quando la più grande forza spirituale di tutti i tempi, che è la cazzata, si fa sentire di nuovo, chiamo sempre alla riscossa mio fratello l’Oceano….è allora che si leva in me un boato liberatorio, venuto dal fondo della nostra antica notte, una voce potentissima che parla a nome nostro, giacché soltanto l’Oceano mio fratello possiede i mezzi vocali necessari per parlare in nome dell’uomo” La promessa dell’alba.

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Charles Baudelaire

Non credeva nel progresso perché riteneva che atrofizzasse la parte spirituale di noi. Non era attratto dal bene dell’umanità e sosteneva che la rovina avverrà per avvilimento dei cuori. Antilluminista, detestava Rousseau e disprezzava Voltaire “falso genio che non vede il mistero in niente”. Antiromantico, osservava il proprio tempo da poeta traendone però più motivi di protesta che di poesia. Antidemocratico, dopo un giovanile ribollimento rivoluzionario divenne antiprogressista fino all’insolenza. La poesia era il mezzo per esprimere tutto se stesso, pensava in forma di poesia anche se questa non gli bastava, non riusciva a dire tutto, ecco il motivo degli scritti critici, dei progetti di romanzi, le novelle, le lettere, tutte le sue pagine sono nell’insieme parti vive di uno scambio e di un flusso in cui l’uno mantiene l’altro in equilibrio. I progetti per le opere “Razzi” e “Il mio cuore messo a nudo” dovevano raccogliere le sue dichiarazioni più violente per fare scandalo, sembravano, date le espressioni di entusiasmo con cui li sosteneva, le opere cui lui teneva di più. “Se un giorno verrà pubblicato, Le Confessioni di Rousseau impallidiranno al confronto”. Un libro tanto sognato, il libro dei rancori, sulla sua educazione, su come si erano formati i suoi sentimenti, le sue idee e la sua insolenza, per il bisogno di vendicarsi, per sfidare la società, gli idoli e i miti, la morale. La bellezza di questa impresa è che fallì. Proprio per questo gli scritti conservano quell’autenticità che avrebbero perso se si fosse compiuta, avrebbero rappresentato un falso rispetto alle intenzioni dell’autore. I pensieri, le annotazioni, le confessioni, le denunce d’imbecillità, le citazioni, i giudizi, tutto sembra scritto al di là dei confini dove si trovano le opere belle e perfette.

Il senso di solitudine è una conseguenza inevitabile di una rottura ispirata dall’orrore e dal disgusto universale, che si apre agli incubi, alle sofferenze e all’immaginazione. L’antilluminismo gli consentì di entrare in campi dove fosse possibile attaccare le certezze della scienza, attraverso l’immaginazione moltiplicata dall’uso di droghe, per viaggi in paesi dove la personalità scompare e il circostante si confonde, in un’ebbrezza vertiginosa fino a ritrovarsi con una lucidità che non ha subito scosse.

I suoi versi sono concisi, mancano di scorrevolezza, cosa che ha sempre combattuto per sbarrare la via alla comprensione immediata, spesso vi unisce una tematica scandalosa. Per rendere lo stato umorale intimo della sensazione originale insieme al pensiero analitico che lo rende oggettivo, usa l’eccesso della forma che garantisce l’eccesso dell’emozione. Ricorre alla mistificazione come travestimento per spacciarsi per ciò che non è nella vita reale (finto ateo, finta spia, finto omosessuale) che diventa una “protezione” nella forma poetica.

Spleen di Parigi sono la raccolta dei poemi in prosa meno ingabbiati e più liberi rispetto ai Fleurs, sono la fase degli esperimenti per allargare il campo espressivo. Imitazione della poesia nella prosa, riflettono il vagabondaggio per le vie della grande città mimando il vagabondaggio della prosa nei territori più oscuri dell’espressione. Le immagini che animano lo Spleen di Parigi sono lo sfacelo e la rovina, dove il tragico si avvia a essere letto come farsa.

La Fanfarlo è una racconto comico. Samuel Cramer è un personaggio mai sfiorato dalla consapevolezza di essere ridicolo. Si crede un poeta e quando parla non lo fa per comunicare qualcosa ma solo per divagazioni narcisistiche. È un insopportabile appassionato tutto istinto e senza senso critico, è la rappresentazione dell’eclettico, di colui che s’interessa a mille cose e non ne approfondisce una, una “scimmia del sentimentalismo” mezzecalza e pessimo artista. La storia lo vede riallacciare un rapporto con una conoscente d’infanzia che gli confida le pene del suo matrimonio da quando il marito la trascura per un’attrice, la Fanfarlo. Cramer le promette di strappare la cortigiana dalle braccia del monsieur sperando di ottenere in cambio le grazie dell’onesta signora. Il suo piano riuscirà solo in parte perché la signora non gli darà niente, anzi abbandonerà Parigi per la provincia e lui si ritroverà con l’attrice sulle spalle che ingrassa lo cornifica e lo spinge al successo sociale non più con la poesia ma con i trattatelli per diventare una celebrità ufficiale.

Constantin Guys autore di litografie molto amato da Baudelaire.

Del vino e dell’hascish ovvero il problema dei mezzi per la moltiplicazione dell’individualità. Come disciplinare la volontà e come mantenersi in stato di agitazione indispensabile alla creazione artistica? Lo stato di ubriachezza è un mezzo mnemonico alla stregua di un quaderno di appunti dove il poeta sprofonda nella memoria e in più l’ebbrezza scardina la censura, permette di mettersi in contatto con quelle visioni già possedute ma che si rifiutavano di ritornare come atto volontario. “Cadrò nel fondo al tuo petto come un’ambrosia vegetale. Sarò grano che rende fertile il solco dolorosamente scavato. La nostra intima riunione creerà la poesia. Di noi due faremo un Dio e volteggeremo verso l’infinito, come gli uccelli, le farfalle, i Fili di Vergine dei campi, i profumi e tutte le cose alate”. “Questo è il culmine del sublime ma non abbiamo perduto completamente di vista la riva del dolore, non siamo ancora nel mare aperto della fantasticheria, lì c’è il supersublime”. La ricerca di un metodo per procurarsi gli stati propizi lo porta a sperimentare le droghe che si rivelano non adatte allo scopo. L’hascish ingenerava fantasticherie fini a se stesse che scimmiottavano gli stati artistici. Il suo rifiuto non era quindi morale, era rifiuto di un’imitazione banale, da borghese odioso che s’illude di essere libero. Realizza un libero adattamento delle Confessioni di un mangiatore d’oppio di Thomas De Quincy, dove lo splendore delle visioni provocate dall’oppio si contrappone al dolore che l’uso prolungato causava. Il contenuto risulta una descrizione quasi didattica e ciò è la dimostrazione che solo l’arte può dare forma credibile ai fantasmi. “De Quincy afferma che l’oppio anziché addormentare l’individuo lo eccita, ma lo eccita solo nella sua vita naturale e che in questo modo, per giudicare le meraviglie dell’oppio sarebbe assurdo riferirsi a un mercante di buoi perché costui sognerà solo pascoli e buoi, l’oppio non rivela all’individuo nient’altro che l’individuo stesso”.

Il Saggio su Wagner e sul Tannhauser nasce da una immedesimazione emozionale. Baudelaire costruisce la sua idea di Wagner sulle proprie emozioni da dilettante all’ascolto della musica. Dichiara che le sue uniche passioni fino a quel momento sono state per Weber e Beethoven, la fulminazione per il Tannhauser la descrive come una sensazione di qualcosa di già sentito, un’identificazione che lo porta a considerarla come scritta da lui stesso, per questo la può interpretare, perché gli somiglia. Ma come affrontare la critica oggettiva se non si riescono a perdere i godimenti dati dalle impressioni soggettive? Risponde che è la sensazione personale con lo chock a risvegliare l’attenzione. Il suo metodo critico è proprio nel travaso da ciò che è particolarmente individuale a ciò che deve essere oggettivamente evidente. Il poeta deve generare il critico che fonda sull’impressione, solo chi vive l’opera dentro il suo animo può averne conoscenza, una critica esterna risulterebbe falsa o inesatta. “Io mi rammento che fin dalle prime battute subii una di quelle impressioni felici che quasi tutti gli uomini immaginativi hanno conosciuto attraverso il sogno. Mi sentii liberato dai legami della gravità e trovai attraverso il ricordo la straordinaria voluttà che circola nei luoghi elevati. In seguito mi dipinsi involontariamente lo stato delizioso di un uomo in preda a una grandiosa fantasticheria in una solitudine assoluta ma con un immenso orizzonte e un’ampia luce diffusa, l’immensità senza altro sfondo che se stessa”. La poesia è inscritta nel corpo come una reminiscenza da ritrovare e uno chock imprevisto e involontario poteva portare al suo ritrovamento. “Tengo solamente a far osservare, a gran lode di Wagner, che l’ouverture del Tannhauser è perfettamente intelleggibile anche da colui che non conosce il libretto, che questa ouverture contiene non solo l’idea madre, la dualità psichica che contiene il dramma, ma anche le formule principali, nettamente accentrate, destinate a dipingere i sentimenti generali espressi nel seguito dell’opera”.

Diversi saggi sono dedicati alla letteratura dove stronca ed elogia. Tra gli autori ammirati ci sono i classici antichi, Dante, Shakespeare, poi Balzac, Hoffmann, Flaubert cui dedica un’acuta lettura di Madame Bovary, Victor Hugo, Theofile Gauthier. Per il saggio su E.A.Poe si servì delle descrizioni fatte da Poe stesso nel racconto William Wilson per ricostruire il Poe fanciullo, dando per certo che il racconto dovesse rivelare l’autore arrivando a una sua minuziosa descrizione fisiognomica, successivamente ogni opera fu interpretata alla luce già definita del ritratto: i personaggi sono Poe, le donne che muoiono di mali bizzarri sono lui stesso e l’ardore con cui si tuffa nel grottesco e nell’orribile per amore del grottesco e dell’orribile servono a verificare la sincerità della sua opera e l’accordo tra l’uomo e il poeta. Ardore non dichiarato dall’artista stesso ma cifra stilistica che Baudelaire aveva estratto dall’opera di Poe. Considerava il suo stile puro e sempre corretto, rispettoso delle regole, notevole per un uomo con un’immaginazione così errabonda. Come poeta rappresentava da solo il movimento romantico negli Stati Uniti. La sua poesia profonda e dolorosa insieme ai racconti dove lavora sull’orribile, denotano il sintomo di un’energia vitale non utilizzata, forse a causa di una sensibilità repressa. Contento di non trovarci storie d’amore che considera un successo contro la trivialità, ammette di non provare vergogna nel preferirlo a Goethe: ” Ha saputo raccontare le eccezioni della vita umana e della natura, l’allucinazione e il dubbio, l’assurdo e l’isteria, l’imponderabile e l’immaginario, letteratura dove si prova angoscia e paura ma dove l’uomo lancia una sfida alle difficoltà. L’ immaginazione non è fantasia ma una facoltà quasi divina che intuisce i rapporti minimi tra le cose”. Lo considera vittima di scalogna, vera dannazione che lo frusta senza risparmio, come se la Provvidenza diabolica gli avesse preparato la sventura dalla culla e gli Stati Uniti, barbarie illuminata dal gas, non furono per Poe che una vasta prigione che percorreva da poeta e da ubriaco con uno sforzo estremo per sfuggire a quell’atmosfera ostile. La sua vita e i suoi modi tenebrosi e brillanti insieme, fanno di lui una persona singolare e seducente, con le sue opere marchiate di malinconia è facile supporre che solitario, infelice, tormentato da un destino impietoso, dolori familiari, abbia voluto fuggire nell’ebbrezza come in una tomba preparatoria. Baudelaire pur quanto buona non considera comprensibile questa giustificazione. Ci vede invece un metodo per eccitare o per tranquillizzare le fasi per concatenare sogni e ragionamenti che hanno bisogno dell’ambiente originale per riprodursi. Un mezzo mnemonico, un metodo di lavoro, per ritrovare le visioni meravigliose o spaventose che aveva incontrato in un tempo precedente e che per riviverle prendeva il cammino più pericoloso e più diretto. Come dire che il nostro godimento è ciò che lo ha ucciso.

Nelle Riflessioni su alcuni miei contemporanei, progetto antologico legato alla scelta di una serie di poesie e di profili, alcuni feroci altri di ammirazione, spicca quello su Victor Hugo che considera artista universale, il cui verso traduce per l’animo umano non solo i piaceri più diretti che trae dalla natura più visibile, ma anche le sensazioni più fuggitive, più complesse, più morali che ci vengono trasmesse dalla natura inanimata. Versi musicali dell’uomo più dotato ad esprimere il mistero della vita con un dizionario colorato, melodioso e nobile, immenso e minuzioso, calmo e agitato. Parole di apprezzamento sono riferite anche a Theofile Gauthier che dice di ammirare fino a provare imbarazzo. Per definire la sua bonomia lo definisce “asiatico o orientale”, per indicare un genere di umore allo stesso tempo semplice, pieno di dignità e morbido. “Gauthier è uno scrittore nuovo e unico, il suo stile gode di quella conoscenza della lingua che non fa mai difetto di quel sentimento dell’ordine che mette ogni tocco al suo posto naturale senza omettere sfumature, unite a una intelligenza innata del simbolismo e della corrispondenza del repertorio delle metafore. Nella sua parola c’è qualcosa di sacro, nello stile un’esattezza che rapisce, da gioco matematico”.

In una lettera a Felix Nadar del 1859 Baudelaire confessava di dover scrivere sul Salon senza averlo visitato ma di cui possedeva il catalogo, modo che considerava eccellente a condizione di avere “son personnel”. Giudicare un’esposizione di quadri gli era consentita dall’amore viscerale per le immagini legate al linguaggio del sogno, lingua originaria della pittura e della poesia. Per lui un quadro doveva essere fedele e pari al sogno che lo genera e tradotto dall’artista in modo rigoroso. Dando per scontata la padronanza dei mezzi, il critico deve porsi in relazione all’elemento che aveva generato l’opera, ecco allora la metafora del volgere le spalle per vedere meglio seguendo il consiglio di Leonardo, osservare a lungo le macchie e le crepe di un muro fino a evocare volti e cose in esse contenute. Poteva ricorrere a questo metodo solo chi possedeva bene se stesso (il son personnel), colui che aveva fatto del suo corpo un sismografo sensibile a qualsiasi variazione estetica e la critica era personale nel senso più letterale possibile. Bisogna attingere a uno stato precedente la conoscenza, quello dell’infanzia, che ha bevuto con lo sguardo ma anche con la pelle e le papille le immagini. I sensi echeggiano l’uno nell’altro scoprendo le analogie per rivivere il ricordo di una vita anteriore. Baudelaire parlava esplicitamente di emozione estetica come eccitazione sessuale, ogni pensiero sublime si accompagna ad una scossa nervosa. Considerava il sistema della descrizione il modo più sicuro per non vedere, per l’irrigidimento causato dalla fissità dell’attenzione e per vedere ciò che già tutti avevano visto. Si tratta invece di far coincidere l’elemento emotivo e di sogno della pittura con un altro elemento altrettanto creativo, un sonetto o un’elegia, ma una tale critica è possibile solo a un poeta e ai suoi lettori. La critica propriamente detta deve essere condotta da un punto di vista esclusivo che sappia vedere realmente il bello che è eterno ma anche relativo, determinato dall’epoca, le mode, la morale. Essere capaci di decifrare i segni con sguardo “ingenuo” è la visione esatta.

Considera la scultura parziale e miope con troppe facce in una volta, “troppo umiliante per l’artista se un lampo di luce rivela una bellezza diversa da quella pensata”. Vista da vicino non manca di minuzie quindi di inezie.

Anche sulla fotografia non è positivo. Credere che l’arte sia la riproduzione fedele della natura porta a credere che l’industria capace di dare un risultato identico alla natura sarebbe l’arte assoluta. La fotografia dà tutte le garanzie di esattezza, quindi l’arte potrebbe essere la fotografia? In realtà si tratta di un mezzo per diffondere un doppio sacrilegio: allontanare dalla storia della pittura e offendere la pittura e l’arte dell’attore. “L’irruzione nell’arte del fatuo è la confusione delle funzioni, poesia e progresso si odiano. Se si permette che la fotografia supplisca l’arte la corromperà presto, che si limiti ad arricchire l’album del viaggiatore, che serva la scienza e chiunque abbia bisogno di un’esattezza materiale, che salvi dalla dimenticanza ciò che cade in rovina ma che non le sia concesso di sconfinare nella sfera dell’immaginario o dove l’uomo infonde la sua anima”. (Siamo nel 1859 tra 36 anni nascerà il cinema!)

Tornando alla pittura, i suoi massimi sono Ingres e Delacroix . Trova che Ingres disegna meglio di Raffaello e considera i suoi ritratti di una grandezza assoluta, poemi interiori. Ingres ritiene che la natura debba essere corretta con inganni per rendere felici gli occhi, ecco delle figure delicate con spalle eleganti congiunte a braccia troppo robuste, troppo piene di carnalità e un ombelico spostato verso i fianchi e un seno puntato più del dovuto verso l’ascella. L’idea è che Ingres non abbia cercato la natura ma subito inseguito la spinta dello stile per sopprimere il modellato assottigliandolo, con la speranza di dare più valore al contorno e rendere la materia qualcosa di estranea all’organismo umano. “È Delacroix il solo artista la cui originalità non sia sopraffatta dal sistema delle linee rette, con i suoi personaggi sempre mossi e i suoi panneggi impennanti”. La linea non esiste esistono diversi disegni e diversi colori, il disegno è creativo è privilegio del genio che esprime la verità del movimento. “La semplificazione del disegno è una mostruosità perché la natura presenta una serie infinita di linee curve, spezzate e sfuggenti”. Nei suoi quadri ha trattato tutto l’universo pittorico, i quadri di genere sono pervasi d’interiorità mentre le scene storiche sono piene di grandezza, i quadri religiosi non sono né pedanti né mistici, posseggono la severa tristezza del dolore universale che lascia all’individuo la libertà di celebrarla se questi conosce la sofferenza. Delacroix è espressione del progresso nell’arte, erede della tradizione, del fasto della composizione, più dei vecchi maestri possiede l’arte di manovrare il dolore, la passione, il gesto. Andasse perduto il patrimonio degli antichi, in lui si troverà un equivalente. Delacroix è il pittore prediletto dei poeti perché ha percorso la grande letteratura da Dante a Byron a Shakespeare.

Il saggismo allo stato puro è un suo modo di procedere apparentemente casuale, la scrittura segue un’idea e poi quella opposta senza fissarsi su nessuna. Raccoglieva materiali e poi li trasformava con una tecnica prossima alla variazione musicale. Saggi eccentrici per continuo divagare dove tutti i temi venivano toccati e abbandonati. Scelta di massime consolanti sull’amore “Se comincio dall’amore è perché l’amore è per tutti, -hanno un bel negarlo-, la gran cosa della vita! Regola sommaria e generale: in amore guardatevi dalla luna e dalle stelle, guardatevi dalla Venere di Milo, dai laghi, dalle chitarre, dalle scale di corda e da tutti i romanzi; – dal più bello del mondo, – fosse pure scritto da Apollo in persona!”. Sul bello il vero il giusto. “La celebre dottrina dell’indissolubilità del Bello Vero Giusto è un’invenzione della filosofia moderna. …. A volte un oggetto ne reclama una sola, a volte tutte……. bisogna osservare che più un oggetto reclama delle facoltà, meno esso è nobile e puro, e più è complesso, più ha in sé qualcosa di bastardo. Il Vero serve da scopo per le scienze, esso invoca soprattutto l’intelletto puro. La purezza di stile è la benvenuta, ma la Bellezza dello stile può essere considerata come un elemento di lusso. Il Bene è il fondamento e il fine delle ricerche morali ed è anche fine esclusivo del gusto. …… Il Vero è il fine della storia e il romanzo è uno di quei generi complessi in cui può essere dato spazio a una parte più o meno grandiosa di vero e di bello…… C’è un’altra eresia, quella dell’insegnamento e dei suoi corollari, la verità e la morale. Una fetta di persone si figura che il fine della poesia sia un insegnamento che debba fortificare la coscienza, perfezionare i costumi o dimostrare qualcosa di utile….La poesia non ha altro fine che se stessa, interrogare la propria anima, richiamare ricordi…..scritta unicamente per il piacere di scrivere una poesia….tutto ciò che fa la grazia, l’irresistibilità di una canzone, toglierebbe alla verità la sua autorità. …È uno dei prodigi dell’arte che l’orribile, espresso artisticamente, divenga bellezza, e che il dolore ritmato e cadenzato riempia lo spirito di una gioia calma”. Nella Morale del giocattolo c’è invece il suo tocco inconfondibile, si accosta al gioco e l’artista attraverso un ricordo d’infanzia, quando insieme alla madre era andato a trovare un’amica di famiglia che per ringraziarlo della visita lo accompagna in una stanza della casa strapiena di giocattoli e facendogli scegliere quello che vuole. Di fronte al rifiuto di sua madre che gli aveva vietato di prendere il giocattolo più bello per accontentarsi di una banale via di mezzo, partono le sue idee sul gioco. Il gioco è un lusso dell’immaginazione, attraverso la manipolazione, la distruzione del giocattolo, il bambino impara a godere delle forme e a cercare oltre esse l’anima delle cose. Baudelaire rifiuta il gioco che imita la vita senza fantasia, deve sostituirsi con la sua magia al mondo alienato nella ripetizione.

Fusées (razzi botti) e di botti ce ne sono, come la divinizzazione della prostituzione, la difesa della crudeltà e del sadismo in amore, la preghiera come operazione magica, la descrizione della fine del mondo. Il senso era quello di produrre uno chock estetico, da dandy impassibile e senza convinzioni. Malgrado questo pensa contemporaneamente alle sue Confessioni. Il mio cuore messo a nudo è il titolo che gli è venuto da E.A. Poe. Il dandy doveva dire tutto in sincerità assoluta, preferendo stupire invece che piacere, la verità restando indifferente. Scriveva a sua madre che lo considerava un libro di rancori e di vendette, raccontando la sua educazione e il modo in cui si sono formate le sue idee, voleva spiegare come si sentisse estraneo al mondo e alle idee di progresso perché era ossessionato che il mondo fosse preda del male e che niente sarebbe cambiato. Malgrado questo si sentiva anche in dovere di giustificare l’assetto presente di quella stessa società contro cui scatenava il suo odio. “Amiamo le donne nella misura in cui ci sono più estranee. Amare le donne intelligenti è un piacere da pederasta.” “Dio è uno scandalo, uno scandalo che rende.” ” Non disprezzare la sensibilità di nessuno, la sensibilità è il suo genio”. “La Rivoluzione, attraverso il sacrificio, ribadisce la superstizione “. ” C’è una vigliaccheria o piuttosto una certa mollezza nelle persone oneste”. “La credenza del Progresso è una dottrina da pigri, una dottrina da belgi. È l’individuo che fa conto sul suo vicino per sbrigare il suo lavoro”.

Il bambino-artista getta ingiurie in faccia al suo nemico, a quelle persone ultraragionevoli, gli stessi che facevano l’elemosina ai poveri solo a condizione che questi non usassero i soldi per ubriacarsi liberamente, ma per comprarsi il pane con cui strozzare ogni sogno ribelle. Il gesto della pietà borghese che è l’oggetto della carità, fatto da persone che non sanno cosa sia l’amore e che hanno sostituito al principio di piacere il principio di dovere.