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Viktor Sklovskij – Zoo o lettere non d’amore.

Quando Sklovskij scrive questo libro (1923) si trova esule a Berlino. La storia e tutti i personaggi descritti sono reali. Zoo, perché a Berlino gli emigrati russi abitavano nel quartiere vicino allo zoo. Lettere non d’amore, perché la destinataria non ricambia il sentimento. Lei impone che non le sia chiesto di vederla e neppure di chiamarla per telefono. Scriverle sì, ma non d’amore. Malgrado ciò, la storia raccontata in questo romanzo epistolare, trova la sua motivazione nell’amore. L’autore, seguendo l’intimazione, con un complesso sistema di combinazioni, rielabora il suo intento (parlare d’amore) dando importanza alle divagazioni e alle descrizioni inessenziali, inattese quanto interessanti, utilizzando toni che variano dall’ironico al dissacrante, dal nostalgico all’amoroso, dal serio al divertito. Sono artifici che variano il contesto, ma non sono altro che metafore dell’amore. Sono elementi che utilizza per proporci una nuova visione delle cose. Sono i modi del Formalismo. Acrobazie per riorganizzare i modi dell’opera letteraria. Servendosi della tecnica del montaggio combina insieme la fiaba, l’opera teatrale, la corrispondenza, la trattativa critica. Vari sono i temi: discetta su Don Chisciotte o sui personaggi di Tolstoj, utilizza i riferimenti biblici per un’analogia con i pantaloni con la piega, spiega che le automobili con il motore elettrico sembra non abbiano cuore, propone descrizioni nostalgiche della Russia, parla dell’emigrazione russa attraverso i ritratti che fa dei suoi protagonisti. C’è quello dolente del poeta Chlebnikov -” ..La vita è sistemata bene, come un nécessaire, ma non tutti riescono a trovarvi il proprio posto al suo interno. La vita tenta di adattarci gli uni agli altri e ride quando noi siamo attratti da chi non ci ama”. Quello dell’etnografo Bogatyrev dalla personalità spiccatamente singolare, il quale, emigrato a Praga, non riusciva a reggere un altro modo di vivere, diverso da quello russo -“… Scoppiò in lacrime…e non era scoppiato in lacrime per sentimentalismo, ma così, come piange un vetro in una stanza che viene riscaldata dopo tanto tempo”. Quello meraviglioso di Pasternak, che fa spiccare la lettera diciassette tra le più belle -” Il tuo racconto sul transatlantico era bello. Dopotutto, io sono un salvadanaio per le tue parole. Tu mi hai raccontato che su una nave del genere si percepisce sempre la sua forza di trazione. Non il movimento in sé, ma proprio la trazione, l’andatura e la potenza dell’andatura. Per un automobilista questo è comprensibile. Tutte le automobili hanno una trazione diversa. Una buona auto fa pressione sulla tua schiena in modo molto piacevole, come il palmo di una mano, e ti spinge….Non ho mai visto un transatlantico. Ma mi piace e lo capisco. Deve essere molto bello danzare su un pavimento che si muove e, quando i pensieri restano un po’ indietro rispetto al movimento (come fa il cuore su un’ascensione che scende), baciarsi e pensare…..Una volta tua sorella si trovava alla Casa della Stampa, a Mosca….Era seduta accanto a Pasternak, Boris. Lui parlava come al solito, lanciando fiumi di fitte parole ora in una direzione, ora nell’altra, ma senza dire l’essenziale. La parola essenziale. E lo stesso Pasternak era così bello che ora lo descriverò. La sua testa robusta, forte, sembrava una pietra a forma di uovo, il petto ampio, gli occhi castani. Marina Cvetaeva dice che Pasternak somiglia contemporaneamente ad un arabo e al suo cavallo. Pasternak si precipita sempre da qualche parte, ma non in modo isterico, lui avanza come un cavallo forte e focoso. Lui va al passo, ma vorrebbe andare al galoppo, lanciando le gambe in avanti, lontano. Dopo molte parole incomprensibili, Pasternak disse a tua sorella: “Sapete, è come se fossimo su una nave”. Quest’uomo grande e felice, in mezzo a persone in paltò che masticavano panini al bar della Casa della Stampa (il che è ridicolo e anche un po’ triste), sentiva la trazione della storia. Lui sente il movimento, i suoi versi sono meravigliosi per la loro trazione, le loro righe si piegano e non riescono a stendersi, come barre d’acciaio, si ammassano l’una sull’altra, come i vagoni di un treno che ha frenato improvvisamente. Bei versi. Un uomo felice. Non sarà mai irritato. Deve vivere la sua vita amato, viziato e grande. A Berlino Pasternak è inquieto. È un uomo di cultura occidentale, quanto meno la capisce, è vissuto anche precedentemente in Germania; con lui adesso c’è la sua giovane, bella moglie, tuttavia è molto inquieto. E non per cercare di dare finitezza alla mia lettera, dirò che mi sembra che, in mezzo a noi, lui senta l’assenza di trazione. Noi siamo profughi, no, non profughi, siamo fuggitivi, ed attualmente siamo in posizione d’attesa. Per il momento. Non va da nessuna parte la Berlino russa. Non ha destino. Nessuna trazione. Lo percepisco così distintamente! Forse ti attirano persone straniere, inglesi, americani, forse con noi ti annoi, perché anche tu percepisci tutto ciò. Queste persone hanno una trazione meccanica, la trazione di un transatlantico, sul cui ponte è bello ballare lo shimmy. Noi perdiamo le nostre donne. È ora di pensare a noi stessi. Noi uomini siamo motori a combustione interna, il nostro compito è portare al traino. La trazione della rivoluzione è passata. Per il ponte non abbiamo scarpe da ballo”.

Combinando la realtà con la finzione, inserisce anche le sorprese: intrufola una lettera cancellata con due righe rosse, comandando a chi legge, malgrado la consideri la più bella, di non leggerla.

L’ultima lettera è invece una supplica dal tono molto serio, affinché gli amici in patria intercedano per il suo rientro in Russia. Una continuità di sovrapposizioni di pensieri rapidi, per raccontare, citare, smitizzare, e giocare con il lettore.

Nella prefazione a un’edizione successiva, dirà che quel passato appartiene a un vecchio io non più riferibile a quello attuale. Più avanti ancora, in un’altra prefazione, scriverà sempre nel suo stile apparentemente semplice, la conclusione del suo tormento. – “Ho settant’anni. La mia anima giace dinnanzi a me. È tutta segnata dalle pieghe del tempo. Quel libro, già allora, l’aveva piegata. Io l’ho raddrizzata. Hanno piegato l’anima la morte degli amici. La guerra. Le dispute. Gli errori. Le offese. Il cinema. E la vecchiaia, che nonostante tutto, è sopraggiunta. Ora, mi è più facile, perché non conosco i luoghi per i quali cammini, non conosco i tuoi nuovi amici, o i vecchi alberi presso il tuo mulino. La memoria si è allontanata in cerchi concentrici. I cerchi sono giunti sino alla spiaggia scogliosa. Il passato non esiste più. I cerchi, gli anelli dell’amore se ne sono andati sulla spiaggia. Non resterò seduto vicino al mare, non aspetterò il bel tempo, non chiamerò il mio pesciolino dalle efelidi dorate. Non resterò seduto, di notte, vicino al mare, non attingerò acqua col mio vecchio cappello di feltro marrone. Non dirò: “Mare, rendimi gli anelli”. Ho persino fatto notte ad aspettare. Sono sparite dal cielo le stelle imperscrutabili. La sola Venere, stella principale della sera e del mattino, è riapparsa in cielo. Fedele all’amore, amo un’altra. Il mattino, nell’ora in cui si può già distinguere un filo bianco da uno azzurro, pronuncio la parola: Amore. Il sole si è riversato nel cielo. Il mattino della canzone non può avere fine, solo noi ce ne andiamo. Vediamo attraverso il libro, così come sull’acqua, quanti valichi ha attraversato il cuore, quanto sangue e quanto orgoglio (elementi del cosiddetto lirismo) sono sopravvissuti al passato.”