Letture

Venedikt Erofeev – Mosca Petuski. (documentario)

A questo link   https://youtu.be/WHvNN0r_A8w                           è possibile vedere il documentario che Paweł Pawlikowski ha girato per la televisione inglese nel 1990, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro di Erofeev in URSS e poco prima della morte del suo autore. Il film è ispirato al libro, ma più che altro cerca di approfondire la conoscenza dei protagonisti di questa sottocultura che ha generato un tabù e un forte imbarazzo per l’immagine sovietica. Il regista ha scoperto un ambiente brutale, dove oltre all’alcool domina la violenza. Perplesso di riuscire a rendere le qualità ispirate dal libro, apprende che tra questi individui ci sono vari livelli e che esiste una struttura con una sua elite, gli “ubriaconi colti”, quelli che erano meno vittime dell’alcol e che sono diventati
dipsomaniaci per scelta. Questi erano gli alcolisti filosofi, intelligenti, con buone letture e spesso religiosi. Erofeev stesso si è convertito al cattolicesimo due anni prima di morire e il suo intimo amico Igor Avidiev (che in Mosca sulla vodka appare con il soprannome di Nerobaffuto) cantava in un coro ortodosso per vivere. Perché allora hanno cominciato a bere? Era un modo di stimolare l’immaginazione, un sostituto dell’esperienza mistica? O era semplicemente una fuga e un modo di affrontare le costrizioni imposte dallo stile di vita sovietico?
Pawlikowski ci fa intendere che può davvero
essere stato un modo per riconciliarsi con un
mondo che era difficile da accettare, ma ci sono anche altre ragioni. Uno degli ubriachi che appare nel film suggerisce che non c’era altro da fare nella Russia sovietica. Lo psichiatra che ha avuto in cura Erofeev, intervistato nel film, afferma che nel suo caso, come per molte personalità artistiche, semplicemente trovava la vita molto difficile da sopportare. Odiava la nozione del tempo che passa, di crescere, la morte, e che doveva costantemente essere su di giri per essere distaccato da ciò che lo circondava e dai suoi pensieri. In Erofeev c’era anche qualcosa di eroico nel suo bere.
Il suo stesso stile di vita, secondo Pawlikowski, era una forma d’arte. Lui e i suoi amici esprimevano o realizzavano spontaneamente qualsiasi idea, semplicemente perché l’alcool li lasciava privi del senso delle possibili  conseguenze. Quando Pawlikowski incontrò Erofeev a Mosca, il suo cancro alla gola era già in uno stadio avanzato e veniva curato a casa. Lì Pawlikowski ha assistito alla fine della vita
colorata dalla leggenda. L’atmosfera di morte imminente era onnipresente.
Aveva un rapporto curioso con i suoi amici e con sua moglie. Queste persone avevano poche
speranze sul suo recupero, parlavano di lui al passato, come se fosse già morto. In effetti, a rileggere le ultime righe di Mosca sulla vodka si avverte una premonizione: “Loro mi piantarono la lesina proprio nella gola… Io non sapevo che al mondo esistesse un dolore simile e mi torcevo dal dolore…. E, da quel momento, non ho più ripreso coscienza, né mai la riprenderò.”

A Erofeev furono rimosse le corde vocali. Per parlare doveva utilizzare un microfono che appoggiava sulla gola, vicino alla laringe artificiale. Questo sistema gli consentiva di comunicare, tuttavia con un risultato straniante per via del ronzio e di quell’effetto artificiale, metallico e tutto sommato bizzarro. Perciò, ci si rende conto che era molto difficile parlare seriamente con lui. Lui stesso deviava ogni domanda in una battuta, un gioco di parole o una strana allusione. Ma se lo si sfidava a non prendere qualcosa sul serio, se si scherzava, lui insisteva sul contrario. Oscillava costantemente tra serietà e umorismo, incapace di stabilirsi da qualche parte. Era una mente vivace ma molto sfuggente. Si arriva a capire che viveva in gran parte attraverso le parole, che aveva un culto del linguaggio. Ascoltava molto attentamente e valutava le persone dal modo in cui parlavano.
Il linguaggio era una fuga. Tutte le battute, i giochi di parole erano un modo per affrontare il mondo.
Ecco un uomo che ha fatto della poesia qualcosa di totale, la condizione in cui vivere, la sua intera storia, giocando con le
parole o le battute. E a causa del suo vasto
bagaglio culturale, questo lo rendeva… non sopportabile.

La sua vita è stata il susseguirsi di una serie di tragedie: dalla morte del padre nel campo di concentramento, all’abbandono della madre, poi l’espulsione dall’università per essersi rifiutato di frequentare le lezioni militari. Tutto questo non può che essere stato profondamente traumatico. Così lui si è rifiutato di crescere e di prendere sul serio il suo ruolo o quello di quello di chiunque altro. Poi ha trovato un gruppo di persone con cui poteva stare. Ma anche qui non sarà stato semplice. Lui era alto, di bell’aspetto, molto intelligente, colto, spiccava ovunque andasse, la gente si sarà sentita minacciata o attratta da lui, nessuno poteva rimanere indifferente.

Anche il suo ritrovato cattolicesimo è un gesto un po’ astruso. Non sarebbe stato più normale chiedere accoglienza nella Chiesa ortodossa russa? Avvertiva che il mondo è perso e che l’uomo da solo non ha controllo sul suo destino. Senza dubbio sentiva il bisogno di una consapevolezza assoluta, una certezza assoluta, e questo doveva essere il suo sentimento religioso. Considerava l’eroismo come un’assurda posizione di resistenza di fronte all’inevitabile. La vita è irrazionale e il bere dà accesso a questa dimensione. Ci sono cose che non puoi controllare, quindi puoi solo cedere loro, perché non sei davvero libero di agire. Come la maggior parte degli intellettuali dell’Europa dell’Est odiava l’idea di un mondo organizzato razionalmente. Il suo atteggiamento era che la realtà fosse totalmente assurda, e bisognava sottomettersi e seguirla ovunque ti porti, pur rimanendo fedele a te stesso.

L’ultima parte del film riguarda la sua scoperta e valorizzazione. Siccome Erofeev era stato pubblicato, qualcosa di positivo doveva essere detto su di lui. È diventato, improvvisamente, socialmente significativo, rispettabile politicamente e moralmente. Chiaramente, è la più grande di tutte le ironie. Tra le testimonianze, nel film c’è anche quella del Segretario del Partito Comunista di Petuski che tenta di tracciare un profilo di Erofeev. Veramente non molto riuscito. Ad un certo punto non è più in grado di andare avanti, non sa che dire. Probabilmente perché non lo ha mai letto, come confessano altri. Sotto la perestroika, l’outsider intransigente e il derisore del mondo letterario di Mosca si è guadagnato lo status di nuova figura di culto! Tra le ultime inquadrature si vede Erofeev che spiega cosa fosse esattamente il libro: “L’ho scritto per gli amici. Ottanta pagine per farli divertire e dieci per fargli dimenticare l’allegria”. Poi ci sono le immagini di lui ripreso alla première dell’adattamento teatrale, mentre riceve l’applauso del pubblico. Nel finale è a casa sua. La macchina da presa si allontana piano dal suo volto, si sente in sottofondo la sua voce che legge questo brano:

“E se un giorno morirò, morirò molto presto, lo so, morirò senza aver accettato questo mondo, avendolo compreso da vicino e da lontano, avendolo compreso da fuori e da dentro, ma senza averlo accettato, morirò, e Lui mi chiederà “Sei stato bene lì? Sei stato male?” E io starò zitto, abbasserò gli occhi e starò zitto, e questo mutismo lo conoscono tutti quelli che cercano una via d’uscita da un lungo e pesante anticiclone. Perché la vita umana non è forse un breve ciclone dell’anima? E anche un’eclissi dell’anima. È come se tutti noi fossimo ubriachi, solo ognuno per conto suo, uno ha bevuto di più, l’altro di meno, e a ciascuno fa un effetto diverso: uno ride in faccia a questo mondo, l’altro piange tra le braccia di questo mondo, uno ha già vomitato e adesso sta bene, l’altro comincia solo adesso ad avere il vomito. E io, cosa ho fatto io? Io ho assaggiato molta roba, ma non mi ha mai fatto effetto, e non ho riso neanche una volta come si deve, e non mi è mai venuto il vomito. Io, dopo aver assaggiato questo mondo tante di quelle volte da averne perso il conto e il senso, io sono il più sobrio di tutti a questo mondo, mi va semplicemente stretto. “Perché taci” mi chiede il Signore, tutto circondato da dei fulmini blu. E cosa gli rispondo? Faccio così: “Taccio, taccio….”