L’amico americano

A pochi giorni dalla sua scomparsa, per rivedere Bruno Ganz ho scelto il film “L’amico americano” di Wim Wenders del 1977.

La storia tratta da un romanzo di Patricia Highsmith è un triangolo criminale e personale che vede coinvolti Tom Ripley un trafficante di opere d’arte, Jonathan Zimmermann un corniciaio di Amburgo malato di leucemia e Minot un gangster francese che con l’intermediazione di Ripley assolda Jonathan come killer per eliminare due rivali. Storie come questa, la cui regola generale stava nel creare la suspense, tendevano ad essere realizzate alla Hitchcock perché dopo di lui niente è stato risolto meglio. Pur avendo avuto Wenders un apprendistato strettamente legato ai modi dell’industria americana e avendone assimilato i modelli, voleva inventare qualcos’altro, desiderava rivisitarli in maniera del tutto originale, con proposte e atteggiamenti interpretativi del tutto diversi. Il film è utilizzato anche per fare un discorso sul cinema, per una ricognizione ideologica atta a constatare nella sua applicazione, la veridicità della propria concezione antitetica per principi e idee a quella americana. Sperimentare è il piacere di raccontare con accenti diversi, sviluppare prospettive innovative rifiutando le convenzioni, questo era anche il punto di vista di Nicholas Ray e Sam Fuller, registi all’epoca esiliati da Hollywood e di Dennis Hopper, altro grande emarginato, scelti non a caso a cui affida rispettivamente i ruoli del pittore di un gangster e di Tom Ripley.

Nicholas Ray il pittore Derwatt
Dennis Hopper come Tom Ripley

La storia criminale quindi perde la sua connotazione originale e si trasforma nell’osservazione della crescita dell’amicizia tra Ripley e Jonathan a cui aggiunge il suo tema tipico, quello dell’uomo in rapporto alla città. New York Amburgo Parigi e Monaco sono solo strade grattacieli e aeroporti così mescolati da apparire indistinguibili e dove l’uomo vaga in cerca di risposte, piccole o grandi che siano.

Parigi come New York

A rovesciare ulteriormente i connotati del genere è anche la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto di Jonathan che come killer è alquanto goffo e ridicolo, riesce ad addormentarsi durante un inseguimento, lascia spuntare la pistola dall’impermeabile e picchia la testa dappertutto. Ancora più straniante risulta nel secondo omicidio sul treno, dove la scena del biglietto passato al controllore da sotto la porta della toilette risulta essere una trovata veramente hitchcockiana.

Bruno Ganz come Jonathan

Dal momento che il realismo non lo interessa e avendo sempre sostenuto che le storie vere possono essere rappresentate solo dal bianco e nero perché è l’unica forma naturale, Wenders sceglie il colore come forma visiva più adatta a una fiction, a una storia inventata. Per accentuare l’irreale usa alcune dominanti coloristiche che vanno dal porpora al marrone al verde dei neon.

I colori, verde.

La trama si mescola con l’incidentale perché è continuamente subordinata alle immagini che lo interessano più della storia stessa, entra nel dettaglio della sua passione cinefila mostrandoci lanterne magiche prassinoscopi zootropi e non riesce a fermarsi, cio che mostra ha per lui il potere di contenere in sé senso e significato. Si distrae e ci distrae, come nella sequenza della foglia d’oro, ce ne fa percepire la lucentezza, l’impalpabile delicatezza, l’inconsistenza del peso che basta l’alito di un respiro a travolgerla come un vento per poi… schiacciarla, come fosse una mosca tra la mano e la cornetta del telefono. Così si perdono le connessioni, cosa lega Ripley a Minot? Si subiscono i rallentamenti del ritmo e i salti temporali improvvisi.

Spettatori, non ci rimane che assistere a questa immersione nell’universo figurativo di Wenders.

Poco prima della fine.