Letture

Thomas Bernhard -Goethe muore

  Quattro contesti in cui pochi elementi si uniscono, si allontanano, ritornano, si ripetono, per riaffermare i suoi giudizi di sempre: il fallimento, la tirannia dei genitori verso i figli, l’odio e il disgusto verso l’Austria. Quattro racconti dove il flusso del discorso è travolgente e le sue ossessioni sono espresse dalle parole: desolazione, spaventosa ottusità, orribile, deturpazione, sgomentante, volgare, falso, abietto, bruttezza, instupidita, annientato, perversione, disgustosa, fetida, ridicola, esiziale. Malgrado ogni suo scritto sia uno “sfogo” per liberarsi dalla sofferenza e le provocazioni sono dette per colpire, più risulta feroce e intransigente, più appare straordinariamente bizzarro e divertente nelle irrisioni. Il pessimismo disperato di Bernhard è spesso frainteso. Le opere di uno scrittore (o di un artista) sono create nella speranza di una tregua, altrimenti dove troverebbe l’energia per crearle?

Goethe muore

Pochi giorni prima della sua morte, a Goethe sarebbero .. giunti da Karlsbad, auguri di pronta guarigione da parte dell’azienda di cura e soggiorno, così pure da Marienbad, mentre dalla bella Ellbogen hanno inviato a Goethe un boccale su cui egli è raffigurato insieme a Wittgenstein. ..Dalla Sicilia si è fatto vivo un professore che abita a Agrigento e che invita Goethe a vedere la sua raccolta di manoscritti goethiani. Goethe ha scritto al professore di non essere più in condizione di valicare le Alpi, benché il loro scintillio gli sia più caro del rumore del mare… A una tale Edith Lafontaine, che da Parigi gli aveva inviato alcune poesie per un giudizio, ha scritto suggerendole di rivolgersi a Voltaire, il quale lo sostituiva nel compito di evadere le lettere dei postulanti letterari. Il proprietario dell’albergo Pupp di Karlsbad si è rivolto a Goethe per chiedergli se lui, Goethe, non volesse acquistare il suo albergo per ottocento talleri -personale escluso, come si usa dire. Per il resto arrivava al Frauenplan giorno dopo giorno solamente l’ordinaria e insulsa posta di sempre…..il buono era che avevamo tante grandi stufe in cui poter gettare quella posta inutile..l’intera Germania, senza eccezioni, pensava d’un tratto di potersi rivolgere a Goethe… Così Goethe riscaldava casa perlopiù con la posta che riceveva.

Per tutto il tempo ho avuto l’impressione, così Riemer, che Goethe, finendo per legarsi a Kräuter, si sia preso come ultimo infermiere un attore del Teatro Nazionale, e ho pensato, davanti allo spettacolo di Kräuter che recitava così la sua parte al fianco di Goethe, premeva sulla fronte di Goethe la pezza umida, se ne stava lì mentre Goethe diceva: io sono l’annientamento di quanto è tedesco!, subito dopo: ma non mi sento affatto in colpa!, spostava la mano di Goethe, poiché lui stesso non aveva più la forza per farlo, un po’ più in alto sulla coperta, seguendo il proprio senso estetico, di Kräuter s’intende, così Riemer, e tuttavia senza che le mani di Goethe risultassero congiunte come quelle di un morto, cosa che perfino Kräuter trovava di cattivo gusto.

Montaigne

Alla mia famiglia e dunque hai miei torturatori ero sfuggito trovando scampo in un angolo della torre e prima…avevo preso dalla biblioteca un libro che… si rivelò essere di Montaigne..

.. Sapevano di essere spudorati, cosa che hanno sempre negato, privi di scrupoli, pericolosi per il prossimo. Allora mi hanno, per così dire, accusato di veridicità. Ma se di quando in quando, sempre per dire la verità, dicevo che sono belli, intelligenti, allora mi accusavano di mendacio. Così per tutta la vita mi hanno accusato ora di veridicità ora di mendacio, e molto spesso di veridicità e mendacio insieme, e in fondo è da una vita che mi accusano di veridicità e di mendacio, così come io stesso li accuso da una vita di mendacio e di veridicità. Posso dire quello che voglio, loro mi accusano o di veridicità o di mendacio e spesso non sanno nemmeno bene se mi stanno accusando di veridicità oppure di mendacio, così come molto spesso neanche io so bene se li sto accusando di mendacio oppure di veridicità, perché nel mio meccanismo accusatorio, che nel frattempo è già diventato una sindrome accusatoria, non riesco più a distinguere se si tratta di verità o di menzogna, così come loro non riescono più a distinguere verità è menzogna nei miei confronti…

…Io non ho mai avuto un padre e non ho mai avuto una madre, ma ho avuto sempre il mio Montaigne. I miei procreatori, che mi rifiuto di chiamare padre e madre, mi hanno ripugnato fin dal primo momento, e io ho tratto molto presto le conseguenze di questa ripugnanza e mi sono buttato dritto dritto fra le braccia del mio Montaigne, la verità è questa. Montaigne, ho sempre pensato, ha una grande, immensa famiglia filosofica, ma tutti questi membri della sua famiglia filosofica io non li ho mai amati più del loro capostipite, il mio Montaigne.

Incontro

… i nostri genitori, i quali andavano in montagna due volte all’anno e sempre ci costringevano ad andare in montagna con loro…. loro mi sollecitavano a dire che lassù in vetta regnava la quiete assoluta e così, per porre fine alle loro intimidazioni, io dicevo che lassù in vetta regnava la massima quiete, l’assoluta quiete…. Poiché ci eravamo accoccolati in un angolino riparato dal vento mia madre poté staccare dallo zaino la cetra e suonarla. Aveva sempre suonato male la cetra, a differenza di mia nonna, che sapeva suonarla come nessun altro, e quella volta sulla vetta la suonò in modo catastrofico, ho detto. Papà la investì perché la piantasse di suonare la cetra, ho detto, dopodiché staccò dallo zaino la tromba e ci soffiò dentro. Ma il vento scompigliava selvaggiamente le note della sua tromba e ben presto gli fece passare la voglia di suonarla. Infilò la tromba fra due lastre di roccia e si fece tagliare dalla mamma due grossi tocchi di pane su cui mise lui stesso varie fette di prosciutto. Anche a me diedero da mangiare, ma io non riuscii a mandare giù un solo boccone, come si suol dire. Una tale quiete, disse più volte mio padre. Il vento divenne ben presto tormenta, ho detto, e noi credevamo di dover morire assiderati sul posto… La tormenta era un buon segno, disse mio padre, ho detto. L’ascensione era durata otto ore…la tormenta faceva un tale frastuono che a malapena udii mio padre dire: che quiete regna quassù….

Tornati dall’alta montagna, ricevevo la vera punizione per il mio comportamento…. Se a mio padre non riusciva uno dei suoi disegni, dava la colpa a me, ho detto, mi ero frapposto tra lui e la luce, diceva, o con una qualche parola che gli avevo rivolto avevo distrutto una sua intuizione, come era solito esprimersi lui. Comunque ero sempre e soltanto il distruttore della sua natura di artista. Il figlio è al mondo soltanto quale distruttore dell’artista che suo padre è… E finché mio padre era vivo, io non ho scritto nemmeno una riga, ho detto. E solo quando è morto ho abbozzato uno schizzo del suo volto senza vita, ho detto. Quello schizzo mi è riuscito bene. Ma poi per anni non sono più stato capace di nulla.

Andata a fuoco

Oslo è una città noiosa e la gente lì è priva di spiritualità e per nulla interessante, come probabilmente tutti i norvegesi, ma questa è un’esperienza che ho fatto solo più tardi, quando mi sono spinto fino all’altezza di Murmansk. Una razza canina a tutt’oggi totalmente sconosciuta nell’Europa centrale, il cosiddetto Schauffler, è la sola cosa che ho scoperto lì, oltre al fatto che il cibo è pessimo e il gusto norvegese in materia d’arte è abominevole. Un paese totalmente negato per la filosofia, in cui ogni forma di pensiero soffoca in tempi brevissimi. Mi sono cimentato in un ospizio a Mosjøen, una cittadina di povera gente in cui gli abitanti ammazzano la noia suonando il pianoforte; a quanto si dice una famiglia su due a Mosjøen possiede un pianoforte, io stesso, nella casa in cui ho trascorso o meglio superato la prima notte, ho visto e sono stato costretto ad ascoltare un Bösendorfer a coda totalmente scordato che perfino la musica più melensa, di Schubert per esempio, suonata su quello strumento risultava interessante; grazie ai loro pianoforti scordati gli abitanti di Mosjøen e, come presumo, i norvegesi in generale si ritrovano ad avere sul serio un’idea della cosiddetta musica moderna oggi, più o meno automaticamente dunque, come posso affermare, giacché loro stessi non lo sospettano neppure.

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