Letture

Venedikt Erofeev – Mosca Petuski. (documentario)

A questo link   https://youtu.be/WHvNN0r_A8w                           è possibile vedere il documentario che Paweł Pawlikowski ha girato per la televisione inglese nel 1990, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro di Erofeev in URSS e poco prima della morte del suo autore. Il film è ispirato al libro, ma più che altro cerca di approfondire la conoscenza dei protagonisti di questa sottocultura che ha generato un tabù e un forte imbarazzo per l’immagine sovietica. Il regista ha scoperto un ambiente brutale, dove oltre all’alcool domina la violenza. Perplesso di riuscire a rendere le qualità ispirate dal libro, apprende che tra questi individui ci sono vari livelli e che esiste una struttura con una sua elite, gli “ubriaconi colti”, quelli che erano meno vittime dell’alcol e che sono diventati
dipsomaniaci per scelta. Questi erano gli alcolisti filosofi, intelligenti, con buone letture e spesso religiosi. Erofeev stesso si è convertito al cattolicesimo due anni prima di morire e il suo intimo amico Igor Avidiev (che in Mosca sulla vodka appare con il soprannome di Nerobaffuto) cantava in un coro ortodosso per vivere. Perché allora hanno cominciato a bere? Era un modo di stimolare l’immaginazione, un sostituto dell’esperienza mistica? O era semplicemente una fuga e un modo di affrontare le costrizioni imposte dallo stile di vita sovietico?
Pawlikowski ci fa intendere che può davvero
essere stato un modo per riconciliarsi con un
mondo che era difficile da accettare, ma ci sono anche altre ragioni. Uno degli ubriachi che appare nel film suggerisce che non c’era altro da fare nella Russia sovietica. Lo psichiatra che ha avuto in cura Erofeev, intervistato nel film, afferma che nel suo caso, come per molte personalità artistiche, semplicemente trovava la vita molto difficile da sopportare. Odiava la nozione del tempo che passa, di crescere, la morte, e che doveva costantemente essere su di giri per essere distaccato da ciò che lo circondava e dai suoi pensieri. In Erofeev c’era anche qualcosa di eroico nel suo bere.
Il suo stesso stile di vita, secondo Pawlikowski, era una forma d’arte. Lui e i suoi amici esprimevano o realizzavano spontaneamente qualsiasi idea, semplicemente perché l’alcool li lasciava privi del senso delle possibili  conseguenze. Quando Pawlikowski incontrò Erofeev a Mosca, il suo cancro alla gola era già in uno stadio avanzato e veniva curato a casa. Lì Pawlikowski ha assistito alla fine della vita
colorata dalla leggenda. L’atmosfera di morte imminente era onnipresente.
Aveva un rapporto curioso con i suoi amici e con sua moglie. Queste persone avevano poche
speranze sul suo recupero, parlavano di lui al passato, come se fosse già morto. In effetti, a rileggere le ultime righe di Mosca sulla vodka si avverte una premonizione: “Loro mi piantarono la lesina proprio nella gola… Io non sapevo che al mondo esistesse un dolore simile e mi torcevo dal dolore…. E, da quel momento, non ho più ripreso coscienza, né mai la riprenderò.”

A Erofeev furono rimosse le corde vocali. Per parlare doveva utilizzare un microfono che appoggiava sulla gola, vicino alla laringe artificiale. Questo sistema gli consentiva di comunicare, tuttavia con un risultato straniante per via del ronzio e di quell’effetto artificiale, metallico e tutto sommato bizzarro. Perciò, ci si rende conto che era molto difficile parlare seriamente con lui. Lui stesso deviava ogni domanda in una battuta, un gioco di parole o una strana allusione. Ma se lo si sfidava a non prendere qualcosa sul serio, se si scherzava, lui insisteva sul contrario. Oscillava costantemente tra serietà e umorismo, incapace di stabilirsi da qualche parte. Era una mente vivace ma molto sfuggente. Si arriva a capire che viveva in gran parte attraverso le parole, che aveva un culto del linguaggio. Ascoltava molto attentamente e valutava le persone dal modo in cui parlavano.
Il linguaggio era una fuga. Tutte le battute, i giochi di parole erano un modo per affrontare il mondo.
Ecco un uomo che ha fatto della poesia qualcosa di totale, la condizione in cui vivere, la sua intera storia, giocando con le
parole o le battute. E a causa del suo vasto
bagaglio culturale, questo lo rendeva… non sopportabile.

La sua vita è stata il susseguirsi di una serie di tragedie: dalla morte del padre nel campo di concentramento, all’abbandono della madre, poi l’espulsione dall’università per essersi rifiutato di frequentare le lezioni militari. Tutto questo non può che essere stato profondamente traumatico. Così lui si è rifiutato di crescere e di prendere sul serio il suo ruolo o quello di quello di chiunque altro. Poi ha trovato un gruppo di persone con cui poteva stare. Ma anche qui non sarà stato semplice. Lui era alto, di bell’aspetto, molto intelligente, colto, spiccava ovunque andasse, la gente si sarà sentita minacciata o attratta da lui, nessuno poteva rimanere indifferente.

Anche il suo ritrovato cattolicesimo è un gesto un po’ astruso. Non sarebbe stato più normale chiedere accoglienza nella Chiesa ortodossa russa? Avvertiva che il mondo è perso e che l’uomo da solo non ha controllo sul suo destino. Senza dubbio sentiva il bisogno di una consapevolezza assoluta, una certezza assoluta, e questo doveva essere il suo sentimento religioso. Considerava l’eroismo come un’assurda posizione di resistenza di fronte all’inevitabile. La vita è irrazionale e il bere dà accesso a questa dimensione. Ci sono cose che non puoi controllare, quindi puoi solo cedere loro, perché non sei davvero libero di agire. Come la maggior parte degli intellettuali dell’Europa dell’Est odiava l’idea di un mondo organizzato razionalmente. Il suo atteggiamento era che la realtà fosse totalmente assurda, e bisognava sottomettersi e seguirla ovunque ti porti, pur rimanendo fedele a te stesso.

L’ultima parte del film riguarda la sua scoperta e valorizzazione. Siccome Erofeev era stato pubblicato, qualcosa di positivo doveva essere detto su di lui. È diventato, improvvisamente, socialmente significativo, rispettabile politicamente e moralmente. Chiaramente, è la più grande di tutte le ironie. Tra le testimonianze, nel film c’è anche quella del Segretario del Partito Comunista di Petuski che tenta di tracciare un profilo di Erofeev. Veramente non molto riuscito. Ad un certo punto non è più in grado di andare avanti, non sa che dire. Probabilmente perché non lo ha mai letto, come confessano altri. Sotto la perestroika, l’outsider intransigente e il derisore del mondo letterario di Mosca si è guadagnato lo status di nuova figura di culto! Tra le ultime inquadrature si vede Erofeev che spiega cosa fosse esattamente il libro: “L’ho scritto per gli amici. Ottanta pagine per farli divertire e dieci per fargli dimenticare l’allegria”. Poi ci sono le immagini di lui ripreso alla première dell’adattamento teatrale, mentre riceve l’applauso del pubblico. Nel finale è a casa sua. La macchina da presa si allontana piano dal suo volto, si sente in sottofondo la sua voce che legge questo brano:

“E se un giorno morirò, morirò molto presto, lo so, morirò senza aver accettato questo mondo, avendolo compreso da vicino e da lontano, avendolo compreso da fuori e da dentro, ma senza averlo accettato, morirò, e Lui mi chiederà “Sei stato bene lì? Sei stato male?” E io starò zitto, abbasserò gli occhi e starò zitto, e questo mutismo lo conoscono tutti quelli che cercano una via d’uscita da un lungo e pesante anticiclone. Perché la vita umana non è forse un breve ciclone dell’anima? E anche un’eclissi dell’anima. È come se tutti noi fossimo ubriachi, solo ognuno per conto suo, uno ha bevuto di più, l’altro di meno, e a ciascuno fa un effetto diverso: uno ride in faccia a questo mondo, l’altro piange tra le braccia di questo mondo, uno ha già vomitato e adesso sta bene, l’altro comincia solo adesso ad avere il vomito. E io, cosa ho fatto io? Io ho assaggiato molta roba, ma non mi ha mai fatto effetto, e non ho riso neanche una volta come si deve, e non mi è mai venuto il vomito. Io, dopo aver assaggiato questo mondo tante di quelle volte da averne perso il conto e il senso, io sono il più sobrio di tutti a questo mondo, mi va semplicemente stretto. “Perché taci” mi chiede il Signore, tutto circondato da dei fulmini blu. E cosa gli rispondo? Faccio così: “Taccio, taccio….”

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Venedikt Erofeev – Mosca sulla Vodka

Mi è capitata questa edizione del 1977, ma in commercio se ne trova un’altra più recente con il titolo Mosca Petuski poema ferroviario probabilmente più appropriato. Perché si tratta anche di un trattato sull’alcool, e questo gli conferisce l’aspetto comico, però sta di fatto che la vodka non è altro che una veste gettata addosso a qualsiasi cosa di cui si voglia parlare, attraverso un punto di vista esasperato, imprevedibile, carico di violazioni delle connessioni logiche, dove tutto è percepito in modo pervasivo, desolante e buio. Non è dunque assurdo indagare su questo allucinato viaggio da Mosca a Petuski, come anche cercare nella vita sregolata di questo scrittore trascurato dalla critica ufficiale. Nell’apparente bizzarria ci sono molti elementi che presuppongono una cultura viva e profonda, che rimandano alla conoscenza degli archetipi dell’inconscio, alle suggestioni filosofiche e religiose, a tanta poesia, musica, scienze.

Un mio conoscente diceva che la Koriandrovaja (vodka al coriandolo) agisce sull’uomo in modo antiumano, ovvero: rinvigorendo tutte le membra indebolisce l’anima. Chissà perché, a me invece è successo il contrario, ossia l’anima si è rinvigorita in sommo grado e le membra si sono indebolite, ma ammetto che anche questo è antiumano.”

Come ogni venerdì, Venicka compie il viaggio da Mosca a Petuski (cittadina che dista dalla capitale 100km) con il treno elettrico. Petuski è il posto dove gli uccelli non tacciono né di giorno né di notte, dove il gelsomino non sfiorisce né d’inverno né d’estate, dove il peccato originale, se veramente c’è stato, non tormenta nessuno. Dove quelli che non smaltiscono la sbornia per settimane hanno lo sguardo limpido. Laggiù alle undici precise lo aspetta una ragazza, la diavolessa dalle ciglia chiarissime e un bambino che già conosce la lettera “U”. Per questo porta con sé, in una valigia, i regali per loro: bottiglie di vodka, di vino rosatello e noci per il bambino.

Venicka è un fannullone le cui passioni lottano contro il dovere e la ragione. Dialoga con gli angeli, cita Puskin, Gogol, Block, Corneille, Turgenev e Goethe. Possiede un’anima ammalata che da quando ha coscienza di sé non fa altro che simulare la sanità mentale. Trova che tutto ciò di cui gli altri parlano e tutto ciò di cui si occupano, lo lascia indifferente. Senza affermare di conoscere la verità, ma di essersi ad essa molto avvicinato, la contempla con un misto di dolore, paura e mutismo che lo porta a bere vodka. Descrive questa melanconia universale invitando ad osservare il quadro “Il dolore inconsolabile” di Kramskoj e chiede: “Se davanti a quella principessa, un gatto avesse fatto cadere una coppa di porcellana di Sevres….lei cosa avrebbe fatto? Mai si sarebbe agitata, perché per lei era una sciocchezza, perché lei in quel momento stava al di sopra di qualsiasi Sevres…frivola e noiosa… precisamente come me.

Il dolore inconsolabile. Ivan Nikolaevič Kramskoj 

Il registro semiserio lo usa anche quando riferisce della sofferenza che prova al pensiero della grossolanità degli altri “E quelli, invece, bevono con la coscienza della propria superiorità sul mondo… A me nuoce molto la mia delicatezza, che mi ha mutilato tutta la giovinezza, tutta l’infanzia e l’adolescenza…o piuttosto no, piuttosto non si tratta di delicatezza, ma semplicemente che ho dilatato all’infinito la sfera di ciò che è intimo; e quante volte ciò mi ha rovinato.”

Bere per alleggerire l’anima. Bere tanto per imparare a rinvigorirsi. Ne fornisce il metodo: “Dalla prima alla quinta dose (bicchiere) si rinvigorisce, poi dalla sesta alla nona inclusa ci si rammollisce, dalla decima sopraggiunge la sonnolenza, con uno sforzo si beve l’undicesima per vincere il sonno. Come fare a superare l’impasse e andare avanti? Dopo la quinta bisogna bere idealmente la sesta la settima e le successive fino alla nona, d’un fiato solo, ma solo con l’immaginazione…con uno sforzo di volontà passare direttamente alla decima ed esattamente come la NONA SINFONIA di Dvorak che di fatto è la nona ma viene detta la QUINTA, esattamente bisogna fare così…. bisogna chiamare decima la sesta dose e sicuramente si rinvigorisce senza impedimenti fino alla ventottesima (trentaduesima)… seguono la follia e la deboscia.”                                          Oltre al metodo, delucida anche sulle composizioni di cocktail, assurdi e disgustosi, combinati con qualsiasi liquido, purché emanino miasmi “Si aggiunga al profumo birra, deodorante per i piedi, acqua dentifricia, soluzione antiforfora e vernice purificata. Soprattutto la vernice purificata…. Chissà perché in Russia nessuno sa di cosa sia morto Puskin, mentre chiunque sa come si purifica la vernice per i mobili.”

Certo, si potrebbe obiettare, nel mondo oltre la vodka c’è la psichiatria “…C’è anche l’astronomia extragalattica, ma tutto questo non è roba nostra riguarda gli americani e i tedeschi, come la corrida riguarda gli spagnoli e il bel canto gli italiani. Noi russi ci occupiamo del singhiozzo, bisogna rispettare ogni vocazione.”

A un certo punto del racconto si mette a indagare tra i compagni di viaggio, per scoprire chi gli ha rubato dalla valigia la mezza bottiglia di vodka Rossijskaja che aveva avanzato. I ladri sono nonno e nipote, due poveracci che si mettono a piagnucolare. Le sue reprimende contro le loro scuse sono un capolavoro: “Io vi capisco, sì. Io posso capire tutto se voglio perdonare…. La mia anima è come la pancia del cavallo di Troia, può contenere molto. Io perdono tutto se voglio capire. E io capisco…. Bene , basta lacrime. Io, se voglio capire, ho posto per tutto. Io non ho una testa, ma una casa di tolleranza.” La compassione è come l’amore non c’è differenza. La compassione e l’amore per il mondo sono indivisibili.

E a proposito dell’amore, la molteplicità di emozioni che gli provoca la “diavolessa” Una tentatrice, che non è una ragazza, ma una ballata in la bemolle maggiore, sono descritte  nella rievocazione del loro primo incontro. La narrazione è quella di uno sprofondamento, di un cortocircuito di pensieri e di sensazioni provate. Riferisce dei ragionamenti fatti sul perché di questa attrazione ed anche dello spavento sempre provato nei confronti delle donne. “Da una parte mi piaceva che (le donne) avessero il vitino di vespa; ciò mi destava languore…. ma, dall’altra parte, esse hanno sgozzato Marat…e Marat era incorruttibile e non bisognava sgozzarlo. Questo già uccideva in me il languore. Da una parte in esse mi piaceva, come a Carlo Marx, la loro debolezza, ossia che sono obbligate a pisciare sedendosi alla turca; quello mi piaceva… Ma sì mi riempiva di languore. Ma dall’altra parte, esse hanno sparato con una pistola contro Lenin! E questo uccideva il languore: se vuoi accucciarti alla turca, fa pure, ma perché sparare contro Lenin? Dopo una cosa del genere sarebbe ridicolo parlare di languore.”

Questo modo di raccontarsi autodenigrandosi, ha un fondamento eversivo. La realtà è grezza, brutale e drammatica. Allora la parlata di strada, il torpiloquio, l’affronto, l’auto-avvilimento, sono una provocazione. L’immagine che dà di sé, fondata sulla farsa, sui funambolismi che sfidano e capovolgono ogni sistema, che mettono in dubbio ogni autorevolezza, più la presa di distanze dal presente, sono l’affermazione che la vita ordinaria va distrutta. Questo è il senso del delirio allucinato finale. A conclusione, la perdita di controllo razionale è esaltata da incontri inverosimili. Con la Sfinge che lo interroga su cinque enigmi irrisolvibili. Con un maggiordomo e la principessa del “Dolore inconsolabile” che lo inquietano. Con le Erinni che volano squassando il vagone. Con Mitridate re di Ponto con il naso colante di moccio che gli trafigge i fianchi con un coltellino. Con l’operaio e la contadina del monumento della Muchina sulla Prospettiva Mira di Mosca che lo colpiscono con la falce e il martello. Con quattro assassini che lo inchiodano come Gesù. In quest’ultimo atto, dalla sfumatura religiosa, forse si può rintracciare il tentativo di trovare l’accesso a una vita più autentica.

Il manoscritto di questo romanzo, redatto su un quaderno, cominciò a girare tra amici e conoscenti. Venja Erofeev lo utilizzava come merce di scambio, cedendolo per cinque rubli che gli servivano per comprarsi una bottiglia di vodka, poi se lo faceva restituire. A un certo punto, per fortuna dopo che ne erano state stampate alcune copie battute a macchina, il quaderno sparì. Perduto. Ma, all’insaputa di Erofeev, nel 1973 uscì pubblicato da un editore di Gerusalemme. Ignorato dalla critica fino a dopo la sua morte, avvenuta per un tumore alla gola nel 1990, divenne un mito. Nello stesso anno la BBC gli dedicò un documentario e nel 2000 Mosca gli eresse un monumento, raffigurante lui alla stazione Kurskij, e la sua diavolessa in quella di Petuski. Oggi sono entrambi in un giardinetto della capitale.

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Elaine Feinstein – Anna di tutte le Russie

Ad appellarla “Anna di tutte le Russie” è stata Marina Cvetaeva. L’ammirava così tanto da dedicarle un intero ciclo di sue poesie che, raccontò a Mandelstam, l’Achmatova portava con sé in una borsetta fino a quando non si ridussero in brandelli. Quest’ultimo particolare è stato smentito dall’Achmatova che pure la riconosceva come sua pari, anche se aveva riserve sulla violenza delle sue emozioni, sulla crudezza espressiva e sul modo di esporre totalmente la sua vita interiore. Entrambe sono fra i maggiori poeti del Ventesimo secolo. Diverse per temperamento, controllata e riservata l’Achmatova, incauta e iperemotiva la Cvetaeva, rappresentano due modi di espressione poetica. Il richiamo classico, il rigore, l’asciuttezza, la prima; l’impulso a inventare forme nuove, sintassi difficile, con salti di significato, lineette e punti esclamativi, la seconda. Non furono amiche, si frequentarono poco, ma in comune hanno il dolore e l’angoscia per i propri cari imprigionati e le sofferenze per i drammi cui la vita le ha sottoposte.

Achmatova scrisse la sua prima poesia a undici anni. Il padre non gradiva che lei scrivesse perché temeva di essere disonorato, allora lei, che di cognome si chiamava Gorenko, decise di darsi lo pseudonimo “Achmatova”, cognome tataro di una principessa sua antenata che sposò Khan Akhmat, discendente di Gengis Khan.

Anche il resto della famiglia non l’apprezzava molto. La sorella Ija considerava le sue poesie frivole, invece la madre reagiva con maggior sensibilità, ma quando leggeva i versi scoppiava in lacrime ed esclamava “Non so, capisco solo che la mia povera figlia sta male”.

Come fanno a volte le persone considerate strane, Anna cominciò a ritenersi speciale, dava valore a episodi che sembravano preannunciarle un destino particolare. Era nata la notte del 23 giugno, vigilia di San Giovanni, così, pensava, aveva acquisito poteri magici. Era sonnambula e le persone accanto a lei erano preoccupate perché qualche volta camminava sull’orlo del tetto.

All’inizio le sue poesie trattavano temi intimi, le relazioni tra uomo e donna. Dalla prima guerra mondiale amplia i temi alle sofferenze del suo paese, alla tristezza, alla fede cristiana. Nel 1916 Mandelstam dichiarò che la poesia dell’Achmatova era divenuta una gloria per la Russia.

Coinvolta in tutti gli eventi cruciali del 900, rivoluzione, guerra, tirannia di Stalin, il suo coraggio fu messo a durissima prova. Ancor più difficile risultò quando il primo marito e il figlio furono rinchiusi nel gulag, quando non le veniva permesso di pubblicare e di poter vivere senza l’aiuto dei fidati amici. Nel ’22 comincia la messa al bando della sua poesia. Il critico Ejchenbaum scrisse: “Qui possiamo vedere gli inizi della paradossale o, più correttamente, contraddittoria doppia immagine dell’eroina per metà prostituta che brucia di passione e per metà suora capace di chiedere perdono a Dio”. Sulla Pravda Lev Trockij scrive: “Il circolo lirico dell’Achmatova, della Cvetaeva, della Radlova è molto ristretto. Egli [Dio] è un invitato molto opportuno…. non si capisce come trovi il tempo per dirigere i destini dell’universo, dato che è solo, non più giovane, e oberato da tutti quei fastidiosi incarichi di carattere privato”.

Anche la sua vita sentimentale è stata irrequieta come tutti gli altri ambiti della sua esistenza. Tre mariti, un numero indefinito di amori, tradimenti, ripicche, ma anche senza disagi o particolari inquietudini quando succedeva di dover soccorrere, dati i tempi precari, i famigliari dell’amante di turno, magari andando a conviverci.

Nel 1926 le fu commissionata ufficialmente una ricerca sull’opera di Puskin, cui si dedicò con una particolare eccentricità. Su Puskin scriveva analisi erudite e oggettive, ma allo stesso tempo parlava di lui come se lo avesse conosciuto personalmente, ed era evidente che provava gelosia per la moglie Natalja. Questo non è stato l’unico coinvolgimento passionale; esaminava attentamente anche le donne di Shakespeare, come se le frequentasse dal vivo. “Desdemona è affascinante ma Ofelia è un’isterica”.

Majakovskij si era espresso negativamente sulla poesia dell’Achmatova che considerava  un cimelio del passato. Una volta lesse in pubblico “Il re dagli occhi grigi” sulla melodia di un motivetto popolare.                                                                   Nel ’33 non potendo più pubblicare poesie si mise a studiare Dante insieme a Mandelstam leggendolo in originale. Parlando di se stessi, tutti e due i poeti erano concordi nel ritenere che le loro poesie nascevano da una frase musicale che a un certo punto cominciava a suonare insistentemente all’orecchio.

Nel 1935 vennero arrestati sia Punin (terzo marito) che Lev Gumilev (figlio suo e del primo marito). L’Achmatova scrisse una supplica direttamente a Stalin, cosa che fece anche Pasternak. Questi due appelli ebbero risultato, lo dimostra la risoluzione scritta di propria mano da Stalin sulla lettera dell’Achmatova. Il rilascio colse di sorpresa Punin, che aveva chiesto di poter restare in cella fino al mattino seguente, per poter andare a casa in tram.

Dal 1933 al 1938 sono gli anni del terrore staliniano. Stalin aveva detto all’NKVD, odierno KGB, che chi era arrestato per tradimento o per essere seguace di Trockij, doveva essere fucilato immediatamente, mentre i personaggi più in vista subivano un processo farsa. A Gorki, nelle grazie di Stalin, poiché malato e depresso poco gli si faceva sapere, al punto che, in occasione della persecuzione al suo amico Kamenev, furono stampate delle copie finte della Pravda solo per lui.

Il poema “Requiem” è riferito ai giorni di prigionia del figlio Lev, versi che l’autrice non poteva scrivere e che imparò a memoria ai Kresty, la prigione di Leningrado, dove rimane in fila per ore insieme ad altri familiari, nella speranza di avere notizie del figlio. “Negli anni terribili della ezovscina (grandi purghe) ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi riconobbe. Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di tutti noi e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando) : -Ma questo lei può descriverlo?- E io dissi: -Posso-.

Lev Gumilev diventò un antropologo, uno dei padri fondatori della concezione moderna di una Russia eurasiatica, la quale rigetta qualsiasi tentativo di introdurre valori dell’Europa occidentale nei cosiddetti stati eurasiatici. Questa teoria, già preesistente, da lui sviluppata negli anni Sessanta, si basa sul postulato che fra gli stati eurasiatici e quelli occidentali c’è una differenza incolmabile, che si può superare solo con la vittoria di una parte sull’altra.

Lei e Pasternak erano amici e lui in più occasioni l’aveva aiutata, specie nei riguardi del figlio e correndo dei rischi. Lei però non era certa che lui l’apprezzasse davvero e se gli piacessero le sue poesie o se avesse letto qualcuna di quelle scritte prima del ’40. Inoltre le dispiaceva che ne “Il Salvacondotto” le avesse dedicato solo qualche paragrafo lodando la sua semplicità, mentre al genio della Cvetaeva aveva dedicato molte pagine. Il giudizio dell’Achmatova sul “Dottor Zivago” era che trovava bruttissime alcune pagine, e quello che la infastidiva di più era il loro tono predicatorio. Elogiò invece molto la descrizione dei paesaggi:” Non c’è niente di simile in tutta la letteratura russa, né in Turgenev né in Tolstoj.” Una volta lui le confidò di dover scrivere poesie per poter dare i soldi alla sua amante Ol’ga Ivinskaja. Lei, che detestava quella donna, gli strillò che era una fortuna per la cultura russa che lui avesse bisogno di soldi. Comunque, quando lui litigava con la moglie, prendeva il treno per Leningrado e dormiva dall’Achmatova, sul pavimento.

Brodskij nei primi anni ’60 frequentò a lungo l’Achmatova quando lei alloggiava nella dacia a Komarovo. “Conversando con lei, o semplicemente bevendo tè o vodka, diventai cristiano, un essere umano nel senso cristiano della parola”. Brodskij rimase sempre più interessato alla Cvetaeva, come poeta, ma provava per lo spirito dell’Achmatova un rispetto sempre più profondo. Nel circolo dei giovani poeti che frequentavano la dacia, si leggevano le poesie e si discuteva molto, si beveva anche parecchio. Racconta Brodskij: “Lei era una bevitrice formidabile. Se c’è qualcuno che sapeva bere, questi sono l’Achmatova e Auden. Tutte le sere dava una strigliata a me o a qualcun altro, accompagnandosi con una bottiglia di vodka. Naturalmente c’era qualcuno che non lo sopportava, ad esempio Lidija Cukoskaja (che viveva con l’Achmatova e l’accudiva). Al minimo segno del suo arrivo la bottiglia veniva nascosta…. Quando gli astemi se ne andavano, si riprendeva la bottiglia da sotto il tavolo”.

A partire dalla seconda metà degli anni ’50 all’Achmatova, completamente riabilitata, vengono assegnati importanti incarichi e riconoscimenti in patria e fuori. Nel 1964 viene insignita del premio Etna-Taormina, un importante premio letterario. Come succedeva ai russi, dovette aspettare per diversi mesi i documenti di viaggio. Lei ne era divertita: “Che cosa pensano, che poi non voglia tornare? Sono rimasta qui quando tutti se ne andavano, ho vissuto in questo paese tutta la vita per cambiare tutto adesso?” Viaggiò in treno, prima soggiornò a Roma, poi in Sicilia. Alla serata di gala si lessero le sue poesie, i poeti invitati, tra cui Arsenij Tarkovskij, lessero poesie a lei dedicate. Fu proiettato “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini. Al suo albergo arrivarono molti ammiratori e lei, mostrando il senso dell’ospitalità russa, tirò fuori dalle valigie caviale, vodka, prosciutto e pane nero per tutti.

Achmatova era considerata una donna molto bella. Alta, magra, elegante nel portamento, capace di ipnotizzare gli ascoltatori quando leggeva le sue poesie con la sua voce affascinante. Alcuni pittori la ritrassero e riuscirono a rendere quella particolare padronanza di sé, come fece Natan Al’tman

Anche in fotografia non sfugge la sua nobile compostezza. A me personalmente piace moltissimo in questa foto di Moisei Nappelbaum

E in quest’altra.

Consci che siamo inermi

e nulla possediamo

che ogni cosa è persa

_così che ogni giorno

è anniversario di memoria_

sulla nostra passata ricchezza

e sulla grande munifica dea

abbiamo iniziato a comporre

canzoni. (1915)

Il miele selvatico sa di libertà,

la polvere del raggio di sole,

la bocca verginale di viola,

e l’oro di nulla.

Ma noi abbiamo appreso per sempre

che il sangue sa solo di sangue… (1933)

Cinema, Letture

Ariaferma

Ariaferma significa condizione sospesa. In questa attesa, nel procedere della narrazione, il continuo ricorso all’allerta verso i pericoli causati da situazioni nuove e ignote, è necessario per provocare l’intensificazione emozionale, per sviluppare l’esercizio di avvicinamento attraverso la compassione, unica disposizione che motiva ad agire con un approccio genuino. (C’è del buono nel cinema italiano) ✅

Letture

Thomas Bernhard -Goethe muore

  Quattro contesti in cui pochi elementi si uniscono, si allontanano, ritornano, si ripetono, per riaffermare i suoi giudizi di sempre: il fallimento, la tirannia dei genitori verso i figli, l’odio e il disgusto verso l’Austria. Quattro racconti dove il flusso del discorso è travolgente e le sue ossessioni sono espresse dalle parole: desolazione, spaventosa ottusità, orribile, deturpazione, sgomentante, volgare, falso, abietto, bruttezza, instupidita, annientato, perversione, disgustosa, fetida, ridicola, esiziale. Malgrado ogni suo scritto sia uno “sfogo” per liberarsi dalla sofferenza e le provocazioni sono dette per colpire, più risulta feroce e intransigente, più appare straordinariamente bizzarro e divertente nelle irrisioni. Il pessimismo disperato di Bernhard è spesso frainteso. Le opere di uno scrittore (o di un artista) sono create nella speranza di una tregua, altrimenti dove troverebbe l’energia per crearle?

Goethe muore

Pochi giorni prima della sua morte, a Goethe sarebbero .. giunti da Karlsbad, auguri di pronta guarigione da parte dell’azienda di cura e soggiorno, così pure da Marienbad, mentre dalla bella Ellbogen hanno inviato a Goethe un boccale su cui egli è raffigurato insieme a Wittgenstein. ..Dalla Sicilia si è fatto vivo un professore che abita a Agrigento e che invita Goethe a vedere la sua raccolta di manoscritti goethiani. Goethe ha scritto al professore di non essere più in condizione di valicare le Alpi, benché il loro scintillio gli sia più caro del rumore del mare… A una tale Edith Lafontaine, che da Parigi gli aveva inviato alcune poesie per un giudizio, ha scritto suggerendole di rivolgersi a Voltaire, il quale lo sostituiva nel compito di evadere le lettere dei postulanti letterari. Il proprietario dell’albergo Pupp di Karlsbad si è rivolto a Goethe per chiedergli se lui, Goethe, non volesse acquistare il suo albergo per ottocento talleri -personale escluso, come si usa dire. Per il resto arrivava al Frauenplan giorno dopo giorno solamente l’ordinaria e insulsa posta di sempre…..il buono era che avevamo tante grandi stufe in cui poter gettare quella posta inutile..l’intera Germania, senza eccezioni, pensava d’un tratto di potersi rivolgere a Goethe… Così Goethe riscaldava casa perlopiù con la posta che riceveva.

Per tutto il tempo ho avuto l’impressione, così Riemer, che Goethe, finendo per legarsi a Kräuter, si sia preso come ultimo infermiere un attore del Teatro Nazionale, e ho pensato, davanti allo spettacolo di Kräuter che recitava così la sua parte al fianco di Goethe, premeva sulla fronte di Goethe la pezza umida, se ne stava lì mentre Goethe diceva: io sono l’annientamento di quanto è tedesco!, subito dopo: ma non mi sento affatto in colpa!, spostava la mano di Goethe, poiché lui stesso non aveva più la forza per farlo, un po’ più in alto sulla coperta, seguendo il proprio senso estetico, di Kräuter s’intende, così Riemer, e tuttavia senza che le mani di Goethe risultassero congiunte come quelle di un morto, cosa che perfino Kräuter trovava di cattivo gusto.

Montaigne

Alla mia famiglia e dunque hai miei torturatori ero sfuggito trovando scampo in un angolo della torre e prima…avevo preso dalla biblioteca un libro che… si rivelò essere di Montaigne..

.. Sapevano di essere spudorati, cosa che hanno sempre negato, privi di scrupoli, pericolosi per il prossimo. Allora mi hanno, per così dire, accusato di veridicità. Ma se di quando in quando, sempre per dire la verità, dicevo che sono belli, intelligenti, allora mi accusavano di mendacio. Così per tutta la vita mi hanno accusato ora di veridicità ora di mendacio, e molto spesso di veridicità e mendacio insieme, e in fondo è da una vita che mi accusano di veridicità e di mendacio, così come io stesso li accuso da una vita di mendacio e di veridicità. Posso dire quello che voglio, loro mi accusano o di veridicità o di mendacio e spesso non sanno nemmeno bene se mi stanno accusando di veridicità oppure di mendacio, così come molto spesso neanche io so bene se li sto accusando di mendacio oppure di veridicità, perché nel mio meccanismo accusatorio, che nel frattempo è già diventato una sindrome accusatoria, non riesco più a distinguere se si tratta di verità o di menzogna, così come loro non riescono più a distinguere verità è menzogna nei miei confronti…

…Io non ho mai avuto un padre e non ho mai avuto una madre, ma ho avuto sempre il mio Montaigne. I miei procreatori, che mi rifiuto di chiamare padre e madre, mi hanno ripugnato fin dal primo momento, e io ho tratto molto presto le conseguenze di questa ripugnanza e mi sono buttato dritto dritto fra le braccia del mio Montaigne, la verità è questa. Montaigne, ho sempre pensato, ha una grande, immensa famiglia filosofica, ma tutti questi membri della sua famiglia filosofica io non li ho mai amati più del loro capostipite, il mio Montaigne.

Incontro

… i nostri genitori, i quali andavano in montagna due volte all’anno e sempre ci costringevano ad andare in montagna con loro…. loro mi sollecitavano a dire che lassù in vetta regnava la quiete assoluta e così, per porre fine alle loro intimidazioni, io dicevo che lassù in vetta regnava la massima quiete, l’assoluta quiete…. Poiché ci eravamo accoccolati in un angolino riparato dal vento mia madre poté staccare dallo zaino la cetra e suonarla. Aveva sempre suonato male la cetra, a differenza di mia nonna, che sapeva suonarla come nessun altro, e quella volta sulla vetta la suonò in modo catastrofico, ho detto. Papà la investì perché la piantasse di suonare la cetra, ho detto, dopodiché staccò dallo zaino la tromba e ci soffiò dentro. Ma il vento scompigliava selvaggiamente le note della sua tromba e ben presto gli fece passare la voglia di suonarla. Infilò la tromba fra due lastre di roccia e si fece tagliare dalla mamma due grossi tocchi di pane su cui mise lui stesso varie fette di prosciutto. Anche a me diedero da mangiare, ma io non riuscii a mandare giù un solo boccone, come si suol dire. Una tale quiete, disse più volte mio padre. Il vento divenne ben presto tormenta, ho detto, e noi credevamo di dover morire assiderati sul posto… La tormenta era un buon segno, disse mio padre, ho detto. L’ascensione era durata otto ore…la tormenta faceva un tale frastuono che a malapena udii mio padre dire: che quiete regna quassù….

Tornati dall’alta montagna, ricevevo la vera punizione per il mio comportamento…. Se a mio padre non riusciva uno dei suoi disegni, dava la colpa a me, ho detto, mi ero frapposto tra lui e la luce, diceva, o con una qualche parola che gli avevo rivolto avevo distrutto una sua intuizione, come era solito esprimersi lui. Comunque ero sempre e soltanto il distruttore della sua natura di artista. Il figlio è al mondo soltanto quale distruttore dell’artista che suo padre è… E finché mio padre era vivo, io non ho scritto nemmeno una riga, ho detto. E solo quando è morto ho abbozzato uno schizzo del suo volto senza vita, ho detto. Quello schizzo mi è riuscito bene. Ma poi per anni non sono più stato capace di nulla.

Andata a fuoco

Oslo è una città noiosa e la gente lì è priva di spiritualità e per nulla interessante, come probabilmente tutti i norvegesi, ma questa è un’esperienza che ho fatto solo più tardi, quando mi sono spinto fino all’altezza di Murmansk. Una razza canina a tutt’oggi totalmente sconosciuta nell’Europa centrale, il cosiddetto Schauffler, è la sola cosa che ho scoperto lì, oltre al fatto che il cibo è pessimo e il gusto norvegese in materia d’arte è abominevole. Un paese totalmente negato per la filosofia, in cui ogni forma di pensiero soffoca in tempi brevissimi. Mi sono cimentato in un ospizio a Mosjøen, una cittadina di povera gente in cui gli abitanti ammazzano la noia suonando il pianoforte; a quanto si dice una famiglia su due a Mosjøen possiede un pianoforte, io stesso, nella casa in cui ho trascorso o meglio superato la prima notte, ho visto e sono stato costretto ad ascoltare un Bösendorfer a coda totalmente scordato che perfino la musica più melensa, di Schubert per esempio, suonata su quello strumento risultava interessante; grazie ai loro pianoforti scordati gli abitanti di Mosjøen e, come presumo, i norvegesi in generale si ritrovano ad avere sul serio un’idea della cosiddetta musica moderna oggi, più o meno automaticamente dunque, come posso affermare, giacché loro stessi non lo sospettano neppure.