Fëdor Dostoevskij – La mite.

La Mite in due versioni cinematografiche, per la regia di Aleksandr Borisov e di Robert Bresson.

La Mite è un racconto pubblicato su “Diario di uno scrittore”, una rivista che usciva mensilmente ed era scritta interamente da Dostoevskij. Vi scriveva articoli dove esaminava la letteratura, la storia, la religione, la politica, la cronaca, rispondeva alle lettere che riceveva, esponeva le idee sui futuri lavori. Un articolo in cui riferisce e commenta due suicidi è il precedente che lo porta a questo racconto. Nella prefazione lo ha definito racconto fantastico, da non intendere nel senso contrario al reale, ma nella forma della narrazione, nella libertà di scrittura, seguendo e trascrivendo il racconto libero di un uomo che a volte parla a se stesso, altre ad un invisibile uditore, altre a un giudice. Si tratta di una confessione, un lungo soliloquio, dove un uomo dichiara gli eventi che hanno portato sua moglie al suicidio. Di entrambi i protagonisti non si conoscono i nomi ma si apprende subito che lui, proprietario di un banco dei pegni, è un uomo crudele, che si sopravvaluta, crede di essere più intelligente e integro rispetto agli altri. Sebbene nessuno riesca a riconoscere il suo genio, questo malinteso potrebbe essere mitigato se solo qualcuno lo riconoscesse per l’uomo eccezionale che pensa di essere. Pertanto è un trionfo per lui quando impressiona la Mite citando Goethe e pensa che lei lo veda come un uomo colto e rispettabile. L’uomo del banco dei pegni è pronto a sposarla quasi subito e si dichiara con un discorso nel quale non confessa amore ma elenca i suoi difetti: senza talento, non molto gentile, un egoista. Malgrado tutto la Mite accetta di sposarlo. Lui ha quarantun anni lei sedici. La vita dell’uomo del banco dei pegni è dominata da un incidente capitatogli in passato, quando ha lasciato il suo reggimento dopo un’accusa di non aver difeso l’onore del suo capitano. Sceglie allora una libertà senza limiti, assurda e irragionevole, poi ancora una scelta irrazionale decisa con orgoglio, che gli provoca la sofferenza che sopporta, quella di essere disprezzato per svolgere un mestiere considerato ignobile. Ma è proprio la libertà di aver scelto qualcosa di assurdo la prova, per lui, di essere libero e di sentirsi autorizzato a protestare contro la società che ritiene responsabile della sua tragedia. Agisce dunque per vendicarsi. Una volta sposato pretende che sua moglie venga a lui ad amarlo liberamente, senza imposizioni. All’affetto di lei risponde con severi silenzi, non le offre premure né tenerezze, piuttosto che “corromperla” con attenzioni le offre una scelta senza obbligo, di amarlo attraverso la sua crudeltà.

Della Mite si conoscono pochissime parole, alcune espressioni del viso, due comportamenti particolari dovuti a un deciso rifiuto all’obbedienza, il primo quando accetta la corte di un conoscente del marito, il secondo quando tenta di sparare al marito mentre lui dorme. Apprendiamo che è dignitosa, sensibile alla vergogna e non si sa se si è uccisa per vendetta, il gesto si iscrive nel silenzio al quale è stata relegata e nel quale si è rinchiusa per sopravvivere.

Il racconto è costruito sul motivo dell’ignorante cosciente: l’uomo che nasconde a se stesso ed elimina dalla propria parola qualcosa che sta continuamente davanti ai suoi occhi. Tutto il monologo si riduce a indurre se stesso a riconoscere ciò che in realtà egli sa già sin dall’inizio. La verità invisibilmente presente, la verità della propria coscienza, è colta alla fine, quando persino il tono delle parole muta rispetto al suo inizio disordinato.

All’interno dei suoi romanzi Dostoevskij inserisce eventi marginali, rappresentazioni incomplete in capitoli secondari, storie estranee a quella principale, comunque resoconti dell’esperienza umana e della tragedia che spesso si concludono con un suicidio o con la redenzione. Sono apologhi che riguardano e significano un profondo senso morale. Anche La Mite è un apologo e ha lo stesso ruolo di quelle storie inserite nei romanzi: spiega una verità, una verità superiore.

L’uomo del banco dei pegni ha posto le sue idee al di sopra della verità, dell’idea sublime dell’esistenza. Ha confuso la verità in Cristo e si comporta come se volesse imitare il Cristo delle parole del Grande Inquisitore: “Hai voluto essere amato e seguito liberamente dall’uomo, hai voluto che ti seguisse per sua scelta, affascinato e sedotto da te”. Ha scambiato la libertà in Cristo, quella che porta ad amare l’umanità come se stessi, con l’egoismo e l’autodeificazione.

La Mite è un’allegoria filosofica in cui l’autodistruzione è al centro della trama. La confessione finale con la fugace ammissione di una propria colpa, verità che comunque gli appare vuota, è l’autodistruzione spirituale dell’uomo che capisce che alla natura non importa se sua moglie è morta oppure no: il pendolo continuerà insensibile a battere le ore.