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Fëdor Dostoevskij – L’idiota

Hans Holbein il Giovane – Cristo morto (1521)

L’iconografia religiosa deve suscitare conforto. L’osservatore che piange la perdita e prova dolore dinnanzi a questa terribile prova, deve sentire il sollievo del senso di salvezza che essa ingenera. Malgrado ciò, questo corpo inumato in un loculo, un luogo di ristrette proporzioni, limitato, dove lo sguardo non può estendersi, non c’è un cielo, non c’è un orizzonte, non c’è una linea di fuga, un corpo emaciato, livido e prossimo alla decomposizione, presenta una sofferenza troppo umana e difficile da sostenere. Il suo realismo è troppo. Di fronte ad esso ci si dispera perché lascia poca speranza di resurrezione.

Nel 1526 Hans Holbein il Giovane, con in tasca una lettera di raccomandazione scritta da Erasmo da Rotterdam (“qui le arti sentono il gelo”), abbandona la Svizzera e si reca in Inghilterra. Solo cinque anni prima aveva dipinto questa tavola ma, dopo la crisi provocata dalla Riforma, lui e tanti artisti del nord Europa furono coinvolti nella questione: se la pittura dovesse o meno continuare ad esistere. Molti protestanti erano contrari alle pitture e alle statue nelle chiese perché li consideravano un segno di idolatria. Così Hans Holbein il Giovane dovette abbandonare tutto quello che il suo straordinario ingegno aveva assimilato studiando le conquiste degli artisti sia nordici che italiani. Non poteva più dipingere né Cristi né Madonne, non più drammaticità, nulla che colpisca l’occhio, neanche la mirabile abilità nel rilievo dei particolari.

La predella con Cristo morto era destinata, con altri dipinti, a decorare un’altare. L’insieme fu smembrato e finì nella collezione del museo di Basilea, qui nel 1867 la vide Dostoevskij. Come scrisse sua moglie Anna, fu per lui un’esperienza terrificante. Rimase ad osservarla per molto tempo con un’espressione di spavento, una tensione tale, da temere che fosse prossimo ad una delle sue crisi epilettiche. Come non pensare alla toccante nota che aveva scritto nell’aprile del 1864, accanto al cadavere di Maša la sua prima moglie : _”Maša distesa sulla tavola. La rivedrò io mai? Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo, come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime……appunto questo è il paradiso di Cristo….Ma, almeno secondo la mia facoltà di giudizio, sarebbe assolutamente insensato raggiungere uno scopo così alto se, al momento del raggiungimento di tale fine, tutto dovesse spegnersi e scomparire, e cioè se non ci fosse più vita per l’uomo dopo averlo raggiunto. Ne consegue che esiste una vita futura, il paradiso.”_

Davanti al Cristo, alle riflessioni sull’umano e l’immortalità, si aggiungono anche quelle sulle dinamiche più sconcertanti tra fede e ateismo. I suoi appunti degli anni sessanta dell’ottocento, sono fitti di riflessioni sul nichilismo, sul cristianesimo e sul socialismo. Le antinomie tra le quali si muove, forniscono elementi essenziali per comprendere L’idiota, tanto quanto le note in cui riporta accenni alla cronaca dell’epoca e ai delitti celebri che in quegli anni colpirono l’opinione pubblica russa. Dostoevskij, con la sua capacità di leggere in un fatto di cronaca i segni di un destino universale, li interpretò come la manifestazione pressante dello spirito di un’epoca.

L’idea principale è quella di rappresentare un uomo positivamente bello. Il bello ideale è Cristo. Il principe Myskin è bello, nel suo senso interiore. Possiede un’intelligenza spirituale, un’intelligenza del cuore, con la quale comprende la realtà e gli altri in maniera profonda. La sua purezza si confronta con gli aspetti problematici dei rapporti con gli altri personaggi, nei conflitti, le passioni, gli impeti. La bellezza del principe è portatrice dell’amore cristiano, ciononostante, non riuscirà a salvare né lui né chi gli sta attorno dal male presente ovunque. Nessuno si salva, è il riconoscimento del carattere utopico del precetto evangelico “Amare l’uomo come se stesso”. Il nichilismo, nell’opera di Dostoevskij, non è l’opposto della fede, ma un momento del suo cammino. Dostoevskij ha detto di essere figlio del suo tempo, della miscredenza e del dubbio. La fede è un’angoscia continua quando si avverte una straziante sete di credere. È una lotta accanita quando si persegue la convinzione che il mondo sarà salvato dalla bellezza. “Questa bellezza è salute, armonia, regno della tranquillità, è ciò di cui più della scienza, più del pane, l’umanità ha bisogno per sopravvivere. La bellezza, il principio estetico come dicono i filosofi, o il principio morale come anche lo chiamano, o la ricerca di Dio, come direi io semplicemente, è una forza che muove le nazioni”.

Considerando la sua personalità e le sue esperienze, una su tutte, la condanna a morte revocata all’ultimo momento (era una messa in scena fatta apposta per intimidire) e commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia, per certi critici, come Nabokov, egli risulta morboso e ossessionato, un fanatico religioso. Non ha neppure suscitato le simpatie della critica progressista, quando si è dichiarato convinto che il bene sia irraggiungibile per poter credere in utopie rivolte al futuro. Dostoevskij era un impasto di contraddizioni: genialità artistica, grande afflato religioso, meschinerie, posizioni reazionarie, pregiudizi anti-ebraici. Nessuno come lui ha però descritto quel vortice che inghiotte e che rappresenta “l’anima russa” (in realtà l’anima umana), così..

“…Occupata a parlare, rivelare, confessare lacerazioni per estrarre peccati indecifrabili, sul fondo di noi stessi. …. Mentre l’ascoltiamo, la nostra confusione si placa lentamente, ricevendo rivelazioni che di norma solo la forza della vita al suo massimo può spingere verso di noi.”

Virginia Woolf -L’anima russa.
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Fëdor Dostoevskij – La mite.

La Mite in due versioni cinematografiche, per la regia di Aleksandr Borisov e di Robert Bresson.

La Mite è un racconto pubblicato su “Diario di uno scrittore”, una rivista che usciva mensilmente ed era scritta interamente da Dostoevskij. Vi scriveva articoli dove esaminava la letteratura, la storia, la religione, la politica, la cronaca, rispondeva alle lettere che riceveva, esponeva le idee sui futuri lavori. Un articolo in cui riferisce e commenta due suicidi è il precedente che lo porta a questo racconto. Nella prefazione lo ha definito racconto fantastico, da non intendere nel senso contrario al reale, ma nella forma della narrazione, nella libertà di scrittura, seguendo e trascrivendo il racconto libero di un uomo che a volte parla a se stesso, altre ad un invisibile uditore, altre a un giudice. Si tratta di una confessione, un lungo soliloquio, dove un uomo dichiara gli eventi che hanno portato sua moglie al suicidio. Di entrambi i protagonisti non si conoscono i nomi ma si apprende subito che lui, proprietario di un banco dei pegni, è un uomo crudele, che si sopravvaluta, crede di essere più intelligente e integro rispetto agli altri. Sebbene nessuno riesca a riconoscere il suo genio, questo malinteso potrebbe essere mitigato se solo qualcuno lo riconoscesse per l’uomo eccezionale che pensa di essere. Pertanto è un trionfo per lui quando impressiona la Mite citando Goethe e pensa che lei lo veda come un uomo colto e rispettabile. L’uomo del banco dei pegni è pronto a sposarla quasi subito e si dichiara con un discorso nel quale non confessa amore ma elenca i suoi difetti: senza talento, non molto gentile, un egoista. Malgrado tutto la Mite accetta di sposarlo. Lui ha quarantun anni lei sedici. La vita dell’uomo del banco dei pegni è dominata da un incidente capitatogli in passato, quando ha lasciato il suo reggimento dopo un’accusa di non aver difeso l’onore del suo capitano. Sceglie allora una libertà senza limiti, assurda e irragionevole, poi ancora una scelta irrazionale decisa con orgoglio, che gli provoca la sofferenza che sopporta, quella di essere disprezzato per svolgere un mestiere considerato ignobile. Ma è proprio la libertà di aver scelto qualcosa di assurdo la prova, per lui, di essere libero e di sentirsi autorizzato a protestare contro la società che ritiene responsabile della sua tragedia. Agisce dunque per vendicarsi. Una volta sposato pretende che sua moglie venga a lui ad amarlo liberamente, senza imposizioni. All’affetto di lei risponde con severi silenzi, non le offre premure né tenerezze, piuttosto che “corromperla” con attenzioni le offre una scelta senza obbligo, di amarlo attraverso la sua crudeltà.

Della Mite si conoscono pochissime parole, alcune espressioni del viso, due comportamenti particolari dovuti a un deciso rifiuto all’obbedienza, il primo quando accetta la corte di un conoscente del marito, il secondo quando tenta di sparare al marito mentre lui dorme. Apprendiamo che è dignitosa, sensibile alla vergogna e non si sa se si è uccisa per vendetta, il gesto si iscrive nel silenzio al quale è stata relegata e nel quale si è rinchiusa per sopravvivere.

Il racconto è costruito sul motivo dell’ignorante cosciente: l’uomo che nasconde a se stesso ed elimina dalla propria parola qualcosa che sta continuamente davanti ai suoi occhi. Tutto il monologo si riduce a indurre se stesso a riconoscere ciò che in realtà egli sa già sin dall’inizio. La verità invisibilmente presente, la verità della propria coscienza, è colta alla fine, quando persino il tono delle parole muta rispetto al suo inizio disordinato.

All’interno dei suoi romanzi Dostoevskij inserisce eventi marginali, rappresentazioni incomplete in capitoli secondari, storie estranee a quella principale, comunque resoconti dell’esperienza umana e della tragedia che spesso si concludono con un suicidio o con la redenzione. Sono apologhi che riguardano e significano un profondo senso morale. Anche La Mite è un apologo e ha lo stesso ruolo di quelle storie inserite nei romanzi: spiega una verità, una verità superiore.

L’uomo del banco dei pegni ha posto le sue idee al di sopra della verità, dell’idea sublime dell’esistenza. Ha confuso la verità in Cristo e si comporta come se volesse imitare il Cristo delle parole del Grande Inquisitore: “Hai voluto essere amato e seguito liberamente dall’uomo, hai voluto che ti seguisse per sua scelta, affascinato e sedotto da te”. Ha scambiato la libertà in Cristo, quella che porta ad amare l’umanità come se stessi, con l’egoismo e l’autodeificazione.

La Mite è un’allegoria filosofica in cui l’autodistruzione è al centro della trama. La confessione finale con la fugace ammissione di una propria colpa, verità che comunque gli appare vuota, è l’autodistruzione spirituale dell’uomo che capisce che alla natura non importa se sua moglie è morta oppure no: il pendolo continuerà insensibile a battere le ore.