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Joseph Roth, La Marcia di Radetzky, la Grande Guerra e L’officina della guerra.

“Allora, prima della grande guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto. Se il fuoco portava via una casa dall’isolato di una strada, il vuoto lasciato dall’incendio rimaneva ancora a lungo. Poiché i muratori lavoravano lenti e attenti, e i vicini più prossimi, come i passanti casuali, quando davano uno sguardo allo spiazzo vuoto si rammentavano della forma e delle mura della casa scomparsa. Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell’epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione. ” (Roth-La marcia di Radetzky)

Quando si parla di guerra si è soliti considerare la dimensione politica militare o la prospettiva dei governanti e dei protagonisti illustri, ne L’Officina della guerra si trascende i problemi del conflitto in senso stretto, la guerra è vista nei termini di un evento chiave della storia culturale che segna il tramonto definitivo del mondo ottocentesco e che inaugura la modernità. Per descrivere questo passaggio il più grande serbatoio dove attingere è sempre stato quello delle testimonianze e della memorialistica colta degli ufficiali, dei romanzieri che hanno raccontato l’incubo al quale hanno partecipato o le relazioni con le osservazioni dei medici psichiatri e psicologi che illustravano i traumi e la portata distruttiva della guerra sui corpi e sulle menti, nonché la descrizione della capacità e delle forme di adattamento sia morali che materiali consapevoli e inconsce. Invece qui, per sottolineare l’interesse verso le storie personali della gente comune, di milioni di esseri umani improvvisamente gettati in un paesaggio che d’immutato aveva solo le nuvole, si rende conto della loro scrittura, della scrittura popolare. Diari, soprattutto lettere, gracili e stentate, faticoso sforzo di tradurre l’orale nella forma e nella modalità più articolata della scrittura, testimonianze dettate da uno stato di necessità, l’esigenza di trasformazione del proprio modo di essere per adattarlo ad uno nuovo.

Come sia stato possibile che milioni di esseri umani, per un tempo relativamente lungo, si siano adattati alla realtà della prima guerra mondiale? Soprattutto cosa è accaduto nella mente dei combattenti nel corso di questa esperienza limite?

Le forze produttive tecnologiche e scientifiche che nel periodo pre bellico avevano contribuito a migliorare la qualità della vita, all’improvviso furono impiegate su larga scala e sistematicamente per circa quattro anni a scopi di distruzione, producendo qualcosa che non si era mai visto: la morte di massa su scala industriale, un’inedita esposizione di sangue come elemento costitutivo delle nazioni. Frattura e trauma sono le metafore per descrivere l’esperienza dei fanti, sicuramente appesantiti da formule stereotipate, da un linguaggio condizionato dalla propaganda e dalla censura, malgrado formule sempre uguali, i loro scritti rivelano che scrivere era un atto di autodifesa e di fuga oltre che di riconquista di sé. Piene di sofferenza, non altrettanto di condanna, di dissenso e consenso, di estraneità e accoglimento dei modelli ideologici e linguistici dominanti, piene di contraddizioni, frutto di contaminazioni che raggiungono effetti intensamente drammatici, perché le classi dominanti non solo gettavano i subalterni al massacro ma gli imponevano anche le parole per interpretarlo e comunicarlo. Vivere l’interruzione della propria continuità esistenziale con la percezione di essere dominati da qualcosa di ineludibile, ossia prendere coscienza di essere diventati attori di un teatro senza scampo produce in loro l’angoscia di una fuga impossibile, pertanto commettono diserzioni, atti di autolesionismo, simulazione nel fare i matti, ma qualcuno cade davvero preda di follia vera. Ultima sarà l’estraniazione del soldato alla fine della guerra, che si esplicherà nell’indicibilità dell’esperienza vissuta, come fosse stata una parentesi non della sua vita ma della vita di un altro a lui estraneo. Molti reduci hanno raccontato lo stesso sogno: alla vigilia del ritorno e con un forte desiderio di riabbracciare i cari, rivedono la strada di casa con gli amici e i parenti ma questi anziché andargli incontro si mostrano irritati e senza neanche guardarli in faccia. Non c’è il riconoscimento, c’è una crisi d’identità, lo sdoppiamento della personalità è il sintomo tipico di adattamento alla società moderna. Il vecchio mondo è tramontato irrompe quello nuovo e dal “viaggio al termine della notte” si torna con la consapevolezza di un enorme divario tra il prima e il dopo e della difficoltà a rielaborare il trauma.

Joseph Roth è uno tra quelli che hanno dato i migliori contributi alla narrativa del primo novecento, La marcia di Radetzky è il suo apporto al racconto del disfacimento di un mondo e dell’irreversibile allontanamento da un passato in cui valeva la pena vivere. Questo passaggio fuori da qualsiasi immaginazione per un romanziere, è qualcosa di peggio che un mondo senza valore, intrappolato nella falsa retorica politica nazionalista, quello che risulterà sarà un mondo che tradirà tutti. Per Roth la patria la casa il confine e il rifugio coincide con l’Impero Austro-ungarico, al suo sfacelo si contrappone un’alternativa illusoria. Nato in un ambiente che come pochi poteva dimostrare la funzione storica e civile dell’Impero e la sua impronta cosmopolita nonché di unità e coesione (sono da tener conto le voci discordi di altri scrittori ma è tuttavia innegabile la funzione complessivamente positiva e civilizzatrice degli Asburgo nelle province orientali al confine con la Russia). La Galizia, terra di Roth, insieme a Ucraina Lituania e Bessarabia avevano visto gli insediamenti ebraici restare arretrati ad una struttura sociale arcaica che conservava nella forma centripeta dell’unità familiare e delle matrici religiose la loro difesa contro la storia. L’eterogeneità dell’Impero, il sovranazionalismo austriaco era sostenuto dagli ebrei che non potevano rivendicare alcuna nazione, essi temevano il nazionalismo, sentivano che avrebbe avuto effetti negativi su di loro e quindi erano leali all’imperatore e Francesco Giuseppe nel manifesto che proclama l’entrata in guerra cominciava così -“Ai miei popoli”- . Per Roth casa e infanzia coincidevano con l’Impero che protegge e garantisce, la perdita di valori umani-universali, dei punti di riferimento di una sia pur ristretta società, facilita la mitizzazione al punto da consentire la formulazione di valori ai quali è legata la possibilità di un’epica che componga anche il dolore e dia un significato alla tragedia. La storia si è conclusa e il mondo è crollato, è scomparso il mondo di ieri con la perdita della prima guerra la dissoluzione dell’Impero e con la disgregazione umana e religiosa dell’ebraismo orientale. Il trauma della fine di un mondo implica in maniera naturale la ricerca di un tempo e di un’armoniama perduta, per Roth quell’antica unità che compattava umanamente e moralmente accenderà prima un conservatorismo legittimista (per rabbia e disperazione si unì ai legittimisti che progettarono di riportare l’Austria agli Asburgo), per poi trasformarsi in impotente passività, quando debole e indifeso si abbandonerà all’apatia di un’inutile attesa.

György Lukács in una recensione del 1939 de La marcia di Radetzky per la russa Literaturnaja gazeta dice: -Il grande valore artistico di quest’opera è profondamente legato […] alla debolezza ideologica del suo autore. Se Roth non avesse le sue illusioni, non avrebbe potuto penetrare così in profondità nel mondo dei funzionari e degli ufficiali né rappresentare così compiutamente […] il processo della loro decadenza morale e sociale-. Giudizio severo, ma non essendosi Roth definito politicamente non ha mai saputo dare spiegazioni della caduta dell’Impero. La colpa è del destino. Quando Hitler fu nominato cancelliere Roth era a Berlino e partì per Parigi lo stesso giorno. I suoi libri furono banditi e bruciati, perse così editori e pubblico tedesco, lui continuò a scrivere parlando di destino. Nella “Cripta dei cappuccini”, un accorato epicedio scritto da esule disperato, sulla tomba dell’imperatore un personaggio afferma che l’Austria-Ungheria non è stato un impero politico ma una religione. Era così che lo vedeva Roth, lo Stato è complesso profondo e deludente come Dio, essendo troppo e indescrivibile, qualcosa che se fallisce non lascia nessun significato.

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Marina Čvetaeva – Il racconto di Sonečka

Volodja sapete perché esistono i poeti? Per non vergognarsi di dire – le cose più grandi: E sempre conserveranno le mie vie – Il tuo sigillo

Marina Čvetaeva viveva a Parigi lontana dalla Russia da quindici anni, quell’anno, il 1937, sua figlia Arjadna (Alja) decide di tornarci. Marina le chiede di cercare notizie di Sofja Evgen’vena Gollidej, l’attrice che aveva conosciuto nel 1919 quando frequentava il Teatro Studio, laboratorio sperimentale del Teatro d’Arte di Mosca diretto da Eugenij Vachtangov, dove leggeva i suoi testi teatrali. Le notizie che Alja invia alla madre furono quelle riguardanti la morte di Sofja, avvenuta due anni prima a causa di un cancro. Nell’estate del 1937 a Marina non rimane che ripensarla e rivivere quell’incontro attraverso la scrittura, raccontare come la vedeva, lei e le altre persone che aveva conosciuto, mescolando le descrizioni con le sensazioni, le situazioni con i dialoghi, alcuni solo immaginati, alternando il discorso diretto allo stile epistolare, mescolando monologhi con dialoghi, lettere a poesie, usando molte esclamazioni e il trattino che invece di unire sembra spezzare le frasi e forse il senso, magari per aprire ad altre percezioni. Era stato il poeta Pavel Antokol’skij, anche lui attore presso lo Studio, con i versi a lei dedicati ad attirare la sua attenzione verso Sofja. Dopo aver ricordato il momento dell’incontro seguono pagine e pagine di descrizione di lei. Tutta la città la conosceva per la sua interpretazione nelle “Notti bianche” e per tutti era “la piccola”, che meraviglia “così piccola…” Marina riconosce le trecce nere e lo sguardo, le guance in fiamme e i grandi occhi neri dell’Infanta della poesia di Pavlik. Descrive il suo ridere prossimo alle lacrime e le lacrime prossime al riso, lacrime calde e rotonde come perle, salate come il mare, che mentre le piangeva si sarebbe detto che lo faceva come una musica di Mozart. Parla dei suoi occhi un po’ socchiusi per troppe ciglia, sembrava che le impedissero di guardare, ma altrettanto impedivano di guardarle gli occhi, come i raggi impediscono di guardare la stella. Riferisce del suo modo di parlare in maniera inarrestabile con un linguaggio carico di diminutivi, il filino… l’attimino…. manierina. Del suo essere capricciosa caparbia irrazionale e possessiva, ingiustificabilmente ostile verso chi era ben disposto nei suoi confronti. Descrive la casa dove viveva, il baule giallo che conteneva il suo corredo, la poltrona verde dove sprofondava, circondata accerchiata e abbracciata come nel verde cespuglio di un bosco. Da adesso Sonečka sarà solo sua come i suoi anelli e i suoi bracciali d’argento, incontestabilmente suoi, come un regalo che non serve a nessuno se non a lei.

Sofja Gollidej (Sonečka )

“Sonečka vorrei che dopo il mio racconto si innamorassero di te tutti gli uomini, che diventassero gelose di te – tutte le mogli – che sospirassero per te – tutti i poeti.”

Benché parli di innamoramento non ci sono tratti di sensualità, è più una travolgente infatuazione senza concretezza, senza fatti, “perché i fatti non provano ancora niente, ma la parola è tutto”. Parole che a Marina suoneranno anche buffe ma che lascerà correre perché erano di “autentica” dolcezza.

Marina Čvetaeva

La storia di Sonečka e di tutti gli altri importanti personaggi del racconto finì improvvisamente. Sonečka partì e quando tornò non cercò mai di rivedere Marina in quei pochi anni prima del suo esilio. Marina fece altrettanto, consapevole di doverla lasciare andare verso il suo destino di donna, senza frapporsi tra lei e qualcun altro. Nell’estate del 1937 Marina venuta a conoscenza della sua morte fa rivivere la sua anima per farla durare oltre il tempo.

“E adesso – addio Sonečka! E sii tu benedetta per il minuto di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore , solitario, riconoscente! Dio mio! Un intero minuto di beatitudine! Forse che è poco anche per un’intera vita umana….?”