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Anton Cechov – Racconti.

Cechov e il suo cagnetto Chinino

Cechov non ama le costruzioni complesse, predilige la semplicità e la brevità. Piccoli brani di vita possono animare un caso straordinario, potente e profondo, ricco delle complessità di un vasto problema. La povertà di intrecci è solo apparente, se si ferma su un punto, riesce a far sentire l’infinità di sentimenti che ruotano attorno a quell’istante. Ha maturato il suo stile probabilmente per costrizione, quando i giornali sui quali ha pubblicato i suoi primi racconti, gli imponevano di ridurre le righe a disposizione, togliendo il superfluo, lasciando solo l’essenziale. Così si forma la sua peculiarità, la ricerca del particolare espressivo, quello che da solo deve bastare a definire un personaggio e una situazione.

Le storie narrate descrivono tutte le impossibilità a vivere la vita fuori dal suo tragico quotidiano, nel pantano di una vita mediocre, mentre una forza cieca impedisce persino la soluzione più semplice. I suoi drammi non sono quelli che si risolvono con un colpo di pistola o con una ribellione, ma si perpetuano nella sofferenza di non sapere più perché si viva. Un doloroso ripiegamento in se stessi, un’angoscia senza via d’uscita, nessun Dio o un ideale che possa salvare. La vita è imprevedibile, i sogni e le speranze si erodono nel corso del tempo, si eludono le attese degli uomini, i percorsi dell’esistenza conducono ad esiti imprevisti.

Le realtà fondamentali dell’uomo sono: il lavoro, l’amore, la malattia, la certezza della morte. Nelle sue opere nessun fenomeno di vita può trascendere queste realtà. La prospettiva attraverso la quale analizza e poi mostra i suoi personaggi, si fonda su due presupposti: quotidianità e imperfetta infinità. La quotidianità significa inautenticità dell’esistenza, a cui non si può sottrarre nessuno. Imperfetta infinità significa non avere fine. C’è sempre un tentativo di sfuggire all’inautenticità dell’esistenza, il disagio spinge l’uomo cechoviano alla fuga. Il tema della fuga ha un rilievo importante, ed è certo il riflesso di una tentazione frequente dello stesso scrittore, ma si tratta di una scorciatoia irrealizzabile verso un’altra vita. Anche Tolstoj ha avuto questa aspirazione, tenterà la fuga a conclusione della sua vita, morendo in viaggio. Una possibilità per fuggire è data dal lavoro, ma in Cechov come mezzo per sfuggire a qualcosa risulta contraddittorio. Vi sono figure insoddisfatte perché vogliono un lavoro ma non lavorano, dall’altro vi sono figure che lavorano ma risultano frustrate e rassegnate. Solo il lavoro fisico con la sua pesante attività corporea che sottrae dai pensieri è visto in una luce positiva. Anche la malattia può essere intesa come fuga, come stato d’emergenza fisio-psicologico, ed è parte costituente della poetica di Cechov. Se ne serve per strappare i suoi eroi dal quotidiano e la gamma va dall’eccitabilità nervosa fino alla follia. Attinge dalla tradizione cristiana, che vede nella sofferenza e nella malattia qualcosa che nobilita l’uomo e che gli fornisce l’opportunità di prendere coscienza di sé. In Cechov viene trasformata in qualcosa che fa comprendere all’uomo il suo essere uomo, impossibilitato a sfuggire la quotidianità, è la prova della più cupa quotidianità. Quest’uomo non vorrebbe stare solo, soffre la mancanza di contatto con un suo simile, cui si aggiunge la perdita di un luogo fisso, la casa, un giardino, cui corrisponde il continuo movimento, viaggi, gite, visite. L’uomo cechoviano desidera essere dove non è mai, vuole ciò che non ha, una volta raggiunto uno scopo, prova soltanto una nuova frustrazione. Dunque non si può sapere cosa attende concretamente i personaggi nel futuro. Una cosa sola è certa, che il futuro non sarà confortante e la “fine aperta” è la conseguenza formale della imperfetta infinità del mondo rappresentato. Cechov non fornisce risposte esplicite, le sue opere non contengono nessuna ideologia, nessuna concezione di un modo di vivere negativo o positivo. Non emette giudizi morali. In lui mancano le risposte. Introduce una nuova maniera di vedere la realtà: all’inizio la casualità di un avvenimento desta una tensione, questa non si scioglie nei modi consueti, anzi vengono eliminati gli effetti e al termine non sapremo nulla sul destino del personaggio stesso.

“A me pare che non tocchi ai narratori risolvere problemi come quelli di Dio, del pessimismo ecc. Compito del narratore è soltanto di scrivere chi, come e in quali circostanze ha parlato o meditato su Dio o sul pessimismo. L’artista non deve essere giudice dei suoi personaggi né di ciò che essi dicono; ma solo testimone spassionato” Diceva al suo amico editore Suvorin, e ribadisce “Lei mi rimprovera la mia obbiettività e la chiama indifferenza al bene e al male, mancanza di ideali ecc. Lei vorrebbe che, descrivendo dei ladri di cavalli, dicessi ‘Rubare cavalli è un male’. Ma questo è già noto da un pezzo, non c’è bisogno che lo ripeta io, per questo ci sono i giudici, il mio compito è soltanto di mostrare i ladri come sono. Io rappresento la vita com’è, punto e basta”.

Critici e lettori si ribellano, vogliono essere confortati, condotti verso soluzioni e finali consolatori. La cultura positivista, le conquiste della scienza, il progresso, dovevano prendere forma nell’impegno. Ma non sono le idee a interessarlo, quanto il modo in cui gli uomini le sentono e le vivono sotto forma di speranza, gioia, dolore, o quando si interrogano sul presente. Ritenute dalla critica mancanza di indicazioni, la sua visione del mondo così antieroica si scontra con lo spirito che quei tempi esaltava. Tutto quello che di soffocato e soffocante traspare dalle situazioni e dai personaggi è il riflesso di una società asfittica e falsa. Questo risultato emerge senza scopo diretto, sappiamo che non vuole sostenere valori extra-artistici. Pur tuttavia vive il suo tempo e senza limitarvi il significato della sua visione, rappresenta una sofferenza universale di fronte a una vita mediocre e dolorosamente subita.

In Una storia noiosa l’unica certezza è stata quella scientifica, ma nella vita significativa di questo professore emerito, mano a mano che si fa avanti il vuoto terribile della morte, tutto perde valore e scopo. L’unica certezza è la propria nullità. È stata dichiarata la sua derivazione da ‘La morte di Ivan Il’ič’, per la somiglianza del tipo d’uomo inerte, dall’esistenza ordinaria, che al termine della vita osserva lo sfacelo della vita passata. Qui il protagonista sa filosofare, abbonda di ragionamenti, detesta tutti e tutto, comprese le giornate ripetitive e i soliti gesti, è in uno stadio malinconico ed è completamente indifferente. Ogni pensiero e sentimento vive isolato in lui, non un’idea complessiva a dare senso e significato. Non sa dire nulla a chi ama perché non è attento alla vita interiore di coloro che lo circondano, perciò quando essi piangono, sbagliano o mentono, li interpreta come manipolazioni teatrali. Così scoraggia e allontana anche chi lo ama di più.

Ne La casa col mezzanino, a dimostrazione che sotto la sua apparente indifferenza aveva una concezione precisa, l’argomento principale della disputa tra il pittore e Lida, è la condizione dei contadini e l’atteggiamento dell’intellighenzia nei loro confronti. Si tratta di una riflessione che era stata al centro dell’attenzione delle forze progressiste, che acquistò particolare urgenza in relazione alla carestia del 1891-92 e all’epidemia di colera che avevano inasprito le condizioni di povertà delle campagne. L’atteggiamento scettico di Cechov sull’efficacia degli interventi di tipo medico e scolastico, è annotata nella frase pronunciata dal pittore: “il contadino affamato non vorrà imparare”, andrà prima nutrito e poi scolarizzato. Lida che mal sopporta il pittore e considera la sua specializzazione, il paesaggio, qualcosa che non descrive i bisogni delle persone, anzi, riflette la sua indifferenza, è la personificazione del movimento Zemstvo che diede vita a forme di governatorato locale, strutturate secondo gerarchie che comprendevano anche le classi sociali più basse. Il suo atteggiamento pedante e deciso ha suscitato reazioni tra lettori e critici, di cui si hanno diverse testimonianze scritte. Alcuni hanno reagito offesi per non veder riconosciuti i loro sforzi offerti al popolo. Altri hanno contrattaccato la posizione del nareatore/artista inattivo rispetto al lavoro attivo di Lida.

Il monaco nero non è solo la descrizione accurata di una malattia mentale, del fanatismo di un proprietario terriero e delle frustrazioni della sua graziosa figlia. Cechov guarda le persone desiderose di ideali, nel momento in cui sono sopraffatte dalla sofferenza prodotta da questa tensione. Non bisogna solo vederci un’escursione nel campo della psichiatria, l’allucinazione come miraggio e fuga capace di liberare dal tragico quotidiano delle cose senza senso. Il sogno è qualcosa di rassicurante per le persone stanche. Lascia che sia qualsiasi sogno che ti piace a rendere gioiosa e felice la tua vita. Krovin il pazzo è l’unico felice perché “crede” nella sua illusione, perché è già fuori dal mondo.

Anche La signora col cagnolino lascia perplessi pubblico e critica, come si può accettare che una storia d’amore finisca con la domanda: che fare? Alcuni scrissero a Cechov esortandolo a proseguire il racconto. Era inaccettabile lasciare i protagonisti nel momento più critico della loro vita senza accennare a qualche soluzione. Anche Virginia Woolf si mostrò sconcertata, ma individuò nella successione dei fatti che compongono il racconto, una composizione nuova, assai diversa da quelle precedenti. “Quando la melodia è familiare e il finale enfatico- gli amanti riuniti, i cattivi puniti, gli imbrogli chiariti- come in quasi tutta la letteratura vittoriana d’immaginazione, non possiamo sbagliare; ma quando la melodia è poco familiare, e alla fine c’è un punto di domanda o semplicemente un dialogo non concluso, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e attento per riuscire a cogliere la melodia e in particolare le ultime note che completano l’armonia. Dobbiamo cercare qua e là se vogliamo scoprire dove vanno messi gli accenti in questi strani racconti”. La signora col cagnolino è una versione minimalista, senza intense emozioni, senza suicidio, di Anna Karenina. Tolstoj disapprovò i protagonisti di Cechov e scrisse nel suo diario: “Ho letto La signora col cagnolino. Le persone che non hanno sviluppato in se stesse una chiara visione del mondo, che separa il bene dal male, pensando di essere oltre il bene e il male, rimangono da questa parte, cioè quasi animali”. La storia appena pubblicata è recepita dai più come incompiuta, l’indecisione sul loro destino e la mancanza di accadimenti significativi è inaccettabile. Pur riconoscendo che la situazione è drammatica, si condannano i protagonisti come esseri incapaci di battersi per la loro felicità, il loro dramma è senza speranza, non rimane loro che sentirsi infelici e tormentati dalla loro stessa impotenza. In realtà Cechov ha scoperto nuovi aspetti, per una comprensione della vita più ampia e complicata. Nel racconto ha raffigurato l’origine dell’amore, c’è qualcosa, in questo aspetto, che lo unisce al “Chiaro di luna” di Maupassant. Tutti gli adultèri felici si assomigliano tra loro, ogni adultèrio infelice è infelice a modo suo. Il racconto di Maupassant, dove Henriette cerca l’amore per sfuggire alla monotonia, mira ad un effetto, la frase conclusiva è quella che colpisce, risolve ma impoverisce la possibile complessità dei fatti e dei legami che avevano messo in relazione i protagonisti. Per i critici in Cechov c’erano troppe cose banali e superflue, che non servivano a descrivere gli stati d’animo o le soluzioni per risolvere i problemi del matrimonio borghese. In effetti il racconto prosegue senza niente di straordinario e si conclude senza un punto fermo, tutto sommato il modo più naturale, dal momento che i protagonisti sono ancora vivi e non si sono conclusi i loro problemi.

La fidanzata è uno schizzo, non un personaggio ma una sagoma. Ancora incomprensibile e immotivato il cambiamento repentino. Pochi i segni esteriori, sottili le sfumature negli umori e poche le righe per delineare il tipo e le caratteristiche del momento, dell’atmosfera dove Nadja non vuole la sua lenta autodistruzione e, come nessuno dei precedenti protagonisti si è concesso, trova la forza per un passo decisivo. Nadja è una figura attiva che affronta il vuoto, forse dovrebbe essere vista come una tappa successiva nell’attività di scrittura di Cechov. Forse Cechov “sentiva” l’avvicinarsi del cambiamento? Cechov non è interpretabile come ideologo di un gruppo sociale, tant’è che i compiti di Nadja verso una nuova vita sono comunque poco chiari anche quando si è inoltrata nel cambiamento. Il racconto si conclude con l’abbandono “per sempre, o almeno così credeva”. Permane un timido scetticismo, quasi che alla fine della stesura abbia voluto correggere l’ultima frase, per non abbandonare totalmente la sua diffidenza o per non rendere troppo differente questa dalle sue opere precedenti.

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Jaroslav Hašek – Racconti

Una stella a cinque punte è la rappresentazione della prosa per Bohumil Hrabal, formata da Kafka, Klima, Deml, Wiener e come prima punta da Jaroslav Hašek che ha dato senso a una certa esistenza che si può osservare a Praga per colui che non ha niente da perdere e che si trova in situazioni dove a chiunque gelerebbe il sangue. Complicato è il contesto in cui poterlo collocare sul piano stilistico: humour nero, racconto storico/umoristico, satirico denso di scetticismo o qualunquismo anarcoide? È altresì difficile inserirlo tra quelli che scrivono fuori e contro la società e le sue idee, ne nega i valori ed è anche contro quelli della tradizione letteraria ma definirlo un “maledetto” vorrebbe dire situarlo tra i romantici rivoluzionari o intellettuali colti e dada, lui maledetto e dada lo è, però sui generis. È ignorato e osteggiato, incompreso, dicono sia trascurato nello stile, non ha una bella forma ed è senza regole, non è un prodotto intellettuale e non è poetico, in realtà non è vero che sia incolto, semplicemente la sua cultura non coincide con quella alta. I suoi racconti sono carichi di humour antiistituzionale, humour plebeo, presurrealista, ma dove non è alle prese con l’ideologia borghese e le istituzioni è ricco di humanitas, è intimo e sorridente (es. Il giuramento di Micha Gamo). Al momento giusto, nel 1918, fu anche capace di impegno politico e ideologico a sfatare la leggenda del suo essere qualunquista.

Maledetto perché è contro, fuori, pieno di rabbia malgrado il ghigno, di questo è fatto il suo mito che egli stesso alimenta conducendo una vita durissima, da irresponsabile, all’insegna della libertà scatenata ma accompagnata da tristezza e anche da tragedie. La sua vita singolare e attraente, straordinariamente rischiosa perché ricca d’incognite è significativa per ricostruire non solo il contesto sociale e psicologico ma anche quello letterario, elementi indispensabili per comprenderlo anche se mai sino in fondo, perché rimane sempre un’impenetrabilità. Hašek è irriverente nei confronti delle istituzioni, della chiesa, degli insegnanti, quando scopre l’inclinazione letteraria comincia a scrivere racconti sarcastici che ridicolizzano vari personaggi a cominciare dal rettore dell’Accademia che frequenta, portato in giudizio si fa beffe anche del giudice. Comincia e conclude in fretta svariati lavori, vagabondaggio e ubriacature in osteria lo portano ad avere spesso problemi con la polizia. Scrive su vari giornali e su quello di zoologia per noia inventa scoop sensazionali su balene sulfuree, pulci paleozoiche e lupi mannari con pedigree. Licenziato fonda un istituto cinologico in cui raccoglie cani randagi che dopo opportune modifiche, tipo tintura del pelo, vende come cani di razza. Le sue imposture lo portano dinanzi ai tribunali, forse tenta il suicidio gettandosi da un ponte, magari è un’altra delle sue provocazioni, di sicuro viene internato per curare l’alcolismo. Dimesso fonda il “Partito del progresso moderato nei limiti della legge” e durante i comizi il pubblico è invitato a fare domande, la prima gratuita le altre dietro pagamento di una pinta di birra. L’intento è osteggiare l’odiata monarchia asburgica e i partiti progressisti che con la moderazione vorrebbero portare i cechi verso l’indipendenza. Alle elezioni ottiene 38 voti ma la sua fama cresce nelle osterie. Quando nel ’14 scoppia la guerra cambia identità per fuggire alla chiamata, quando viene arrestato nell’interrogatorio dice di averlo fatto per tastare l’efficienza della polizia. Ammesso alla scuola per la formazione degli ufficiali sono talmente tanti gli episodi di indisciplina che lo espellono lo incarcerano e lo inviano in un centro d’addestramento che gli fornisce un sacco di materiale per il suo Svejk, il soldato cretino. Spedito al fronte in Galizia si arrende ai russi che lo spediscono ai lavori forzati e lì, come volontario nelle legioni ceche che combattono a fianco dei russi, il suo ruolo sarà reclutare e fare propaganda antiaustriaca. La rivoluzione d’ottobre lo porterà a schierarsi per l’appoggio ai soviet nella speranza di raggiungere l’indipendenza dall’Austria. Accusato di alto tradimento si nasconde nei villaggi del Turkestan fingendosi il figlio scemo di un colono tedesco. Grazie all’intercessione di importanti personalità della sezione ceca dell’Armata Rossa eviterà nuovi arresti e sarà incaricato di organizzare la propaganda rivoluzionaria. Dal 1920 divulga l’importanza della Terza Internazionale, entra in contatto coi comunisti cinesi, redige riviste in tedesco, inglese, burjato mongolo e cinese. Finalmente può tornare in patria dove è accolto con freddezza anche dagli altri scrittori cechi, in più, con un’accusa di bigamia che gli pende sul capo è continuamente sorvegliato dalla polizia. La sua situazione economica è disperata, si sente odiato perciò riprende a bere, sono solo gli amici a soccorrerlo. Nel ’22 trova un accordo con un editore che gli consente un compenso regolare che gli permette l’acquisto di una casa, malgrado la sua salute peggiora giorno dopo giorno non riesce a smettere di bere e nel 1923 a soli trentanove anni muore.

Il buon soldato Svejk

I racconti traggono spunto dagli avvenimenti della sua vita reale e dall’ambiente circostante, mediante una visione irriverente e grottesca narra la psicopatologia della vita quotidiana. Narra storie su casi giudiziari paradossali, fatti quotidiani diventati bizzarri perché compiuti da personaggi stravaganti, vicende bibliche che riportate nella loro oggettività perdono sacralità e senso di ordine assoluto, accadimenti di guerra di gerarchie militari e poliziesche tutte insensate e assurde. L’eccezionale è che ogni avvenimento o avventura è folle idiota o scriteriata senza dirlo mai direttamente, ma ogni cosa è scritta.

Il processo a Cam figlio di Noè Cam ha trovato suo padre Noè ubriaco e seminudo addormentato in giardino e poiché non l’ha coperto è accusato di infrangere il quarto comandamento. Il peccato del parroco Andrea Nel suo libro De retractatione vel librorum recensione, Agostino ha definito eresia la fede negli antipodi. Per il fatto di appartenere agli antipodi, anche la fede nell’esistenza dell’Australia significa reato di eresia, aggravato dall’imputato parroco Andrea con la spedizione di una lettera al fratello a Sidney, Australia, agli antipodi. Su un censore Quando uno fa la fatica di cercare in 500 pagine le singole frasi da incriminare e di comporle poi in modo che si possa accusare uno scrittore. Il piccolo bisogno e la giustizia “Noi dobbiamo indagare accuratamente in che misura voi abbiate danneggiato l’amministrazione cittadina col vostro comportamento. Non ricordate per caso quanti decimetri quadrati di selciato avete asperso? ” “Per tre anni ho ricevuto convocazioni perché andassi a farmi detenere per sei ore”. Racconto sulle cimici Ogni prigioniero politico aveva in media cinquemila cimici, otto custodi, un custode capo, un ufficiale e un settimo di direttore in quanto i prigionieri erano sette, le cimici trentacinquemila, i custodi cinquantasei, i custodi capo sette, gli ufficiali sette e il direttore era uno. Le proteste per le cimici ebbero il solo effetto di produrre anziché pulizia un’interpellanza presso il ministero della Giustizia da parte del direttore, che ottenne come risposta l’informazione della convocazione di un congresso di giuristi per trattare la questione e un questionario da compilare con domande su quale fosse il tipo di riproduzione delle cimici, sull’influenza che queste hanno sui detenuti, se sono stati osservati casi di tortura su cimici gravide, in caso affermativo come si era comportata l’autorità religiosa del penitenziario. La piccola orfanella e la sua misteriosa madre Dove le edizioni dei giornali con articoli sempre più sensazionalistici, oramai da rubrica fissa, se ne occupano al solo scopo di guadagnarci sopra. Il rapinatore omicida in tribunale Nella sala delle udienze l’eccitazione è grande, ogni seduta è uno spettacolo. Le brutalità raccontate eccitano il pubblico, le signore mandano bacini ai giurati e questi scrutano con aria sanguinaria l’imputato, il quale dopo la sentenza di condanna a morte mediante impiccagione emise una flatulenza, che non fa parte delle maniere della buona società. La misteriosa scomparsa del profeta Elia Elia gira per la Palestina accompagnato da due orsi che aizza contro due ragazzini che lo prendono in giro. I genitori di uno si rivolgono al tribunale per ottenere il risarcimento, perché questo sia il più alto possibile esagerano sui danni materiali, dichiarando che il ragazzo per non sentire freddo indossava diciannove camicie, diciannove cappotti, diciannove calzoni, aveva con se diciannove monete d’oro e per sapere sempre che ora fosse portava diciannove orologi. Quanto misurano di collo I commissari di polizia Sliva e Klabicek erano uno nero e l’altro biondo. Stavano sempre insieme e facevano insieme una specie di bandiera giallonera vivente. Il commissario Klabicek aveva oltretutto i baffetti rossi, sicché insieme ai baffetti era il tricolore pantedesco: nero rosso giallo. La scienza chiama questo fenomeno mimetismo. L’animale si adatta col colore all’ambiente in cui vive. Tentativo di intrattenimento astinente ovvero una serata americana Una gentile signora americana con idee proibizioniste tenta di educare alla sobrietà con giochi di società, è tale l’ottusità del proposito che non si accorge di quanta birra circola lì intorno e neppure di come sia finita cavalcioni sulle ginocchia di un partecipante. Unimpresa onesta “La gente è scema”, continuò a filosofeggiare “più è grossa una stupidaggine e più mette mano alla tasca per poterla vedere”. Così costruisce una baracca vuota e buia con un’entrata e un’uscita, dove la gente entra sfila ed esce liberata per aver visto una meraviglia indimenticabile fatta del niente assoluto. Gli orecchi di S Martino di Ildefonso Gli furono tagliati perché non voleva rivelare al re Alfonso la confessione della regina Isabella. Si tratta di un santo martire inventato così come Santa Margherita Nera, la cui immagine collocata all’interno della cattedrale di Siviglia era venerata perché le sudavano i piedi e i fedeli per una modesta somma potevano leccare quel sudore. S. Martino era stato inventato dall’Inquisizione per arginare il fenomeno dell’eresia. Comandante della citta di Bugul’maE scosse la polvere dai suoi piediChen-ssu la verità supremaIl bravo soldato Svejk Tutti relativi all’esperienza di guerra e alla sua follia assurda. Guida al nulla Itinerario al viaggio dentro le bellezze del nulla, dove non c’è niente e dove i ringraziamenti doverosi vanno allo sconosciuto vagabondo che in quel luogo dove non vi sono monumenti né bellezza nei dintorni, stava disteso sull’erba con una bottiglia di acquavite e mi fece notare che anche lì si stava bene.