Romain Gary: -La notte sarà calma- -La promessa dell’alba- -La vita davanti a sé- -Biglietto scaduto-

“Credevo che si potesse, in letteratura come nella vita, piegare il mondo secondo la propria ispirazione e restituirlo alla sua autentica vocazione, che è quella di un’opera ben fatta e ben pensata. Credevo alla bellezza, e quindi alla giustizia. ” –La promessa dell’alba

Scrittore al di fuori delle principali correnti letterarie, tanto che non gli è mai stata riconosciuta una grande dimensione letteraria, la critica si è concentrata principalmente sulle questioni di identità. Le sue molte facce e i suoi tanti pseudonimi vengono attribuiti al gusto per il travestimento a tendenze schizofreniche o al rifiuto della realtà. C’è da chiedersi: se si costruiscono storie, non è per aiutarci a vivere? Se si inventano altre identità non è per scivolare facilmente nei panni degli altri e fingere di avere tutta un’altra vita? Il continuo confronto tra realtà e finzione non sono i presupporti per diventare uno stimato romanziere? Comunque, ogni suo scritto è ridotto ad analisi troppo rapide e molti aspetti sono appena toccati. Ha certamente posto l’immaginazione al di sopra della concentrazione sullo stile, tuttavia ha sviluppato in esso quel tratto comico, probabilmente derivato dalla tradizione ebraica dell’Europa centrale, che ha via via utilizzato come sberleffo provocatorio parodia e autoscherno, come prova di resistenza per smascherare l’inautenticità, come banco di prova per la ricerca della verità, sul quale niente e nessuno ha da temere se esce indenne da queste aggressioni. “Il comico è un richiamo all’umiltà, è un’affermazione di dignità, per questo lo rivolgo tanto più volentieri verso me stesso” –La notte sarà calma– . Diventa mancanza di rispetto nel momento storico in cui la ricerca della verità semplice e onesta va contrapposta alla frode ideologica intellettuale, aspetto più ignobile del ‘900. Lui, uomo della Francia libera che non ha mai smesso di proclamare la sua lealtà alla confraternita combattente, con l’umorismo si salvò perché gli permise di superare la delusione per il divario tra i tributi pagati e l’avidità di una società che ha voltato le spalle a quelli che hanno dato la vita. Tuttavia non è rimasto fermo alle commemorazioni del passato, ha osservato e sostenuto le generazioni successive e i movimenti degli anni ’60 e ’70. Ha criticato la politica europea fino alla metà degli anni ’70 sottolineando quelli che dovevano essere i fondamenti dell’Europa e la sua vocazione umanistica, “Non c’è politica possibile se prima non mette radici la cultura…I politici non pensano veramente al futuro. Non c’è (1973) alcuna programmazione per l’avvenire, discorso politico in cui non si avvertono inadeguatezza e le piccole furbizie dei monchi. …..Quando si fanno scelte politiche bisogna astrarsi da se stessi, bisogna partire dagli uomini….invece sono solo modi per rifiutare il cambiamento, diverse le maniere di sistemare le poltrone e le cuccette dell’espresso, ma senza alcuno sforzo per spostare i binari, la direzione. “-La notte sarà calma-. Fautore di una civiltà che abbia i suoi valori in principi femminili (non dice femministi): dolcezza, tenerezza, maternità, rispetto per le fragilità.”È banale sostenere che basta sostituire le donne agli uomini per il semplice motivo che la maggior parte delle donne che “fanno” sono state già ridotte al rango di uomo in virtù delle esigenze stesse e delle condizioni della lotta. Le idee prendono corpo e forma tra le mani, prendono la forma, la delicatezza o la brutalità delle mani che danno loro corpo, ed è venuto il tempo che le idee siano raccolte dalle mani di una donna”-La notte sarà calma-. Condanna i pregiudizi morali contro l’aborto come vere e proprie bassezze, definendoli principi di chi se li può permettere e parte di un cristianesimo privo di umiltà e di pietà.

Pioniere delle rivendicazioni ecologiste, fa sue anche le denunce di arretratezza e sfruttamento del cosiddetto terzo mondo. Tutti i suoi libri gravitano attorno al tema di una costitutiva fragilità e i personaggi trovano la forza di rimanere attaccati alla speranza di qualcosa. Illusioni? Forse, mai però storie fraudolenti, piuttosto versioni ottimizzate della verità. Vero è l’orrore per quello che causa odio dispotismo guerre e tutto ciò che ci rende infelici, cioè una vasta schiera di nemici contro cui ogni uomo degno di questo nome deve battersi; primo tra tutti il dio della stupidità, poi quello delle certezze assolute, poi quello della meschinità del pregiudizio e del disprezzo e poi molti altri, loschi nascosti e difficili da identificare.

Ha reso tributi per onorare sogni speranze e sacrifici e ha dedicato un intero libro a sua madre che lo ha amato enormemente, tanto da fargli dubitare che non sia un bene ricevere così tanto amore, perché si crede sia dovuto e che si possa trovare anche altrove “Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi, fino alla fine”- La promessa dell’alba-. Sua madre era invadente e dominatrice, profondamente entrata in lui, tanto da costituire il suo testimone interiore cioè l’osservatore di ogni azione e di ogni pensiero, quella cosa che controlla giudica approva o condanna, la guida che ogni essere umano dovrebbe sentire dentro di sé per non perdersi. E sarà per sua madre che metterà in gioco ogni energia per realizzare i suoi sogni di rivincita, per riaffermarne il valore con un risarcimento: veder diventato suo figlio scrittore e ambasciatore di Francia. Lui si farà carico di tutto per raggiungere gli obiettivi perché la posta in gioco era d’importanza capitale e ce la farà, ma alla fine si renderà conto che malgrado tutto non gli sembra abbastanza e che il capolavoro resta irraggiungibile. Con un espressivo riferimento al giocoliere Rastelli che, malgrado fosse il più grande al modo, non riusciva a superare il limite dei sette oggetti sospesi in aria ” L’ultima palla è sempre rimasta fuori dalla mia portata…dopo aver vagato a lungo in mezzo ai capolavori, si fece strada in me la verità poco a poco, e capii che l’ultima palla non esiste” ” Tutti hanno mentito sul caso Faust, Goethe più degli altri….la vera tragedia di Faust non è di aver venduto l’anima al diavolo. La vera tragedia è che non c’è nessun diavolo che voglia la sua anima. Nessuno che venga ad aiutarti ad afferrare l’ultima palla, qualunque sia il prezzo che siete disposti a pagare ” La promessa dell’alba .

La presa di coscienza non deve necessariamente essere seguita dalla rinuncia. La consapevolezza di un limite che ti appartiene può diventare il risveglio per un cambiamento, per cambiare uno schema. Forse è questo che lo ha spinto a voler cambiare tante volte il suo nome, mai invece l’attenzione verso le figure fragili. È giocoso e colorito il linguaggio del piccolo musulmano Momò che in prima persona racconta una storia di banlieue. Lui e i coprotagonisti sono esseri sradicati che vivono nel degrado e nell’emarginazione, tra avversità e contrapposizioni religiose ( “Per molto tempo non ho saputo di essere arabo perché non c’era nessuno che mi insultava. L’ho saputo soltanto a scuola” La vita davanti a sé), in miseria ma con imprevedibili atti di solidarietà dovuti alla spontanea benevolenza e alla comprensione di chi condivide la medesima condizione. C’è in ognuno di loro una tale purezza di cuore che lo spaccio di droga, la prostituzione, la devianza sessuale per necessità di sopravvivenza e tutto quello che fa di loro dei derelitti, risultano niente di fronte al calore affettivo di cui sono capaci. Pagine scritte con un linguaggio imprevedibile, colme di tenerezza e umorismo “Signor Hamil come va? Come va rispetto a ieri vuoi sapere? Ieri o oggi, Signor Hamil, fa lo stesso, è solo tempo che passa…….Sono rimasto ancora un po’ con lui lasciando passare il tempo, quello che scorre lentamente non è francese. Il signor Hamil mi ha detto tante volte che il tempo viene lentamente dal deserto con le sue carovane di cammelli e che non ha fretta perché trasporta l’eternità. Ma è sempre più bello quando ti viene raccontato che quando lo guardi sulla faccia di un vecchio che ogni giorno se ne fa rubare un po’ di più e se volete sapere la mia opinione, il tempo bisogna andarlo a cercare dai ladri” La vita davanti a sé. E fantastiche sono tutte le circonvoluzioni verbali e mentali di Momò che hanno la linearità logica e il candore ingenuo di un bambino che parla di eutanasia omosessualità e vecchiaia.

“Sei rimasto giovane. Gli uomini invecchiano sempre male quando restano giovani” Biglietto scaduto . La tragedia della decadenza virile è impossibile da accettare quando si è imprigionati nel ruolo machista di uomo forte e sempre pronto all’azione. L’angoscia del fallimento fisico è nel protagonista concomitante con quella economica e diventa una metafora del declino dell’occidente, delle sue crisi, disfunzioni e del suo svuotamento (economico sociale ideologico culturale). “Nel corso degli anni ’60 ’70 la prosperità economica pareva aver scoperto il segreto della crescita perpetua e la prosperità economica europea e americana aveva fatto ritrovare quel lustro morale e quasi spirituale che non aveva più conosciuto dai grandi fasti della borghesia del 19simo secolo. Una frase meravigliosa la pronunciò la moglie di un ambasciatore che tornava da un viaggio in Cina -Insomma il comunismo è per i poveri!-. Il mercato dell’auto veleggiava, il credito scorreva a fiumi, il petrolio sgorgava da solo, la costruzione di complessi immobiliari fruttava miliardi ai suoi fautori, ma si offriva al tempo stesso di che sognare a quelli che fino a quel momento avevano dovuto accontentarsi dei gioielli offerti da Richard Burton a Elisabeth Taylor, dei miliardi di Onassis e di Niarkos” Biglietto scaduto. L’incertezza negli sviluppi dell’attività economica alludono all’ansia per la perdita del vigore sessuale, così come il riaffermato successo economico diventa il riscatto per l’umiliazione della regressione sessuale. Pur progettando di eliminarsi, a differenza del Gary reale, questo protagonista non ha rivolto la pistola verso se stesso, probabilmente solo per rimandare l’inevitabile tramonto.

Romain Gary è stata una casuale felice scoperta, ho letto avidamente questi romanzi di cui ho sottolineato frasi che ho poi trascritto su fogli per adornarci casa, su alcune ho riflettuto su altre mi ci sono rispecchiata. Ho trovato comunanza di pensieri sentimenti ed emozioni, una identica visione di fiducia e ottimismo anche nei momenti più duri, una stessa (piccola) dose di misantropia, stessa passione verso il cinema, verso Malraux, verso l’umorismo e verso il mare che lui spesso chiama “mio fratello”. Non ho mai mangiato i cetrioli salati russi da lui adorati, li andrò a cercare per scoprire cosa mi sono persa. Stessa repulsione che diventa avversione e poi vero e proprio astio nei confronti della stupidità: “Quando la stupidità diventa troppo potente, quando la più grande forza spirituale di tutti i tempi, che è la cazzata, si fa sentire di nuovo, chiamo sempre alla riscossa mio fratello l’Oceano….è allora che si leva in me un boato liberatorio, venuto dal fondo della nostra antica notte, una voce potentissima che parla a nome nostro, giacché soltanto l’Oceano mio fratello possiede i mezzi vocali necessari per parlare in nome dell’uomo” La promessa dell’alba.

Stephen Greenblatt – Il tiranno. Shakespeare la politica il potere i populisti.

Non sono solo le tematiche universali che ha trattato: amore, potere, gelosia, paura e morte a fare di Shakespeare un nostro contemporaneo, anche l’intuizione che in politica controllare la situazione è un sogno o un’illusione era una sua consapevolezza che ci appare oggi drammaticamente attuale.

Re Lear , Enrico VI, Riccardo III, Macbeth, Leonte, Giulio Cesare, Coriolano, hanno in comune il fatto di non vivere in tempi normali. Un fatto spaventoso, allora una carestia o una crisi per successione dinastica, oggi il crollo del mercato immobiliare o un risultato elettorale inaspettato, hanno per conseguenza la messa in luce della fragilità delle istituzioni e il disordine delle classi dirigenti che non sanno prevedere, figuriamoci affrontare. Questa è la condizione ideale per l’affermazione del demagogo.

Per Shakespeare i politicanti sono disonesti per natura, ogni parola che dicono è una menzogna, ciascuno di loro nutre la segreta speranza che la sua menzogna, e la sua soltanto, inganni gli altri. La politica è quasi esclusivamente una prerogativa dell’elite e gli individui alla base della piramide sociale nelle sue opere compaiono solo di tanto in tanto, per esempio quando York ( il duca tra i protagonisti della guerra delle due rose, pretendente al trono inglese durante il regno di Enrico VI ) scorge l’opportunità di stringere un’alleanza con le classi inferiori, infelici trascurate e ignoranti, la coglie al volo. Scopriamo così che i poveri ribollono di rabbia e la guerra di partito sfrutta cinicamente la guerra di classe. L’obiettivo è creare il caos che getta le basi per la presa di potere. Forse il populismo sembra una concessione agli indigenti ma in realtà, è una forma di sfruttamento cinico. Il leader non è interessato a migliorare il destino dei poveri anzi, nutre un vero disprezzo per le masse e per la democrazia eppure, quando la gente gli urla la sua approvazione li ringrazia e continua a pronunciare falsità. In tempi normali, quando una figura pubblica viene sorpresa a mentire, la sua reputazione ne risentirebbe ma questi non sono tempi normali. Se qualcuno dovesse sottolineare tutte le distorsioni grottesche, gli errori e le bugie, la folla si sfogherebbe sullo scettico e non sul demagogo. “La prima cosa da fare, uccidiamo gli avvocati”. Questa frase (sempre nell’Enrico VI) pronunciata da un seguace di Jack Cade, il leader dei contadini ribelli del Kent sollevati contro l’incapacità reale di governare contro il parlamento e l’aristocrazia, suscitava ilarità smorzando l’aggressività. Anche oggi le frasi che certi gruppi pronunciano contro tutti gli agenti dell’apparato sociale che costringe a onorare contratti, debiti e ad adempiere agli obblighi, non sono propriamente il permesso a trasgredire le regole quanto a volere che le qualità di responsabilità siano nei loro leader. Così si rinfocolano le passioni degli esclusi e dei disprezzati, dei tagliati fuori dall’economia. Shakespeare ha intuito un’altra cosa molto importante, benché la retorica del demagogo sia evidentemente ridicola e assurda, i suoi seguaci non si tireranno indietro perché l’elite politica tradizionale e gli eruditi considerano quel capo un imbecille. Il rancore e il risentimento entro il quale il demagogo può attingere è profondissimo e il disprezzo e il ridicolo con cui vengono ricoperti lui e i suoi seguaci non fa altro che intensificare questo rancore.

Riccardo III odia la legge e la viola perché lo intralcia e perché disprezza il bene pubblico. È prepotente, odia, disprezza, è irascibile, misogino, si diverte a vedere gli altri indietreggiare ma pur essendo pericoloso ha sostenitori che lo aiutano a raggiungere i suoi obiettivi. L’odio che suscita lo stimola rendendolo circospetto ma ben presto è questo che inizia a consumarlo e stremarlo, quelli come lui prima o poi vengono rovesciati. Riccardo III è tra i pochi drammi che descrive un rapporto madre-figlio e ritiene che i danni possono venire dall’impossibilità o dall’incapacità di una madre di amare il figlio. La rabbia rancorosa verso le donne e verso la natura che l’ha fatto orrendo gobbo e zoppo è un camuffamento della collera contro la madre. Shakespeare non s’illude che un modello compensativo (il potere come sostituito del piacere sessuale) possa spiegare appieno la psicologia di un tiranno, ma resta aggrappato alla convinzione che ci sia un rapporto significativo tra potere tirannico e vita sessuale frustrata. La scelleratezza di Riccardo è evidente a tutti da subito, allora com’è stato possibile che abbia conquistato il trono? Dipende da una fatale combinazione di reazioni differenti ma ugualmente autodistruttive da parte di coloro che lo circondano. Insieme, queste reazioni equivalgono al fallimento collettivo di un intero paese. Ci sono persone che si lasciano raggirare, i babbei che credono alle sue assurde promesse. Ci sono coloro che sono spaventati dalle minacce. Ci sono quelli che lo riconoscono come folle bugiardo ma hanno dimenticato quanto sia orrendo un tiranno e pensano di poter normalizzare ciò che non è normale. Ci sono quelli che hanno consapevolezza ma si convincono che ci saranno sempre abbastanza adulti nella stanza per garantire che le promesse vengano mantenute. Ci sono quelli che approfittano dell’ascesa per qualche vantaggio e saranno i primi ad andare a fondo. Ci sono quelli che eseguono gli ordini per restare fuori dai guai. Per il tiranno c’è poca soddisfazione, chi lo serve è di solito un farabutto egocentrico come lui e lui non è interessato alla lealtà sincera o al giudizio imparziale, piuttosto vuole lusinghe e obbedienza. Il dramma non incoraggia un’identificazione con il protagonista ma stimola una certa complicità nel pubblico, la complicità di coloro che traggono piacere per procura dallo sfogo dell’aggressività repressa, dall’espressione schietta dell’indicibile. Nel dramma la sua ascesa dipende da vari gradi di complicità da parte di coloro che lo circondano, a teatro siamo noi che assistiamo agli eventi a venire attratti verso una forma di collaborazione. Restiamo affascinati dal comportamento scandaloso, dalla sua indifferenza alle norme della correttezza, dalle sue menzogne che sembrano aver effetto benché nessuno ci creda. Riccardo ci invita a sperimentare cosa significhi soccombere a ciò che sappiamo essere ripugnante.

Macbeth, Leonte, le figlie di re Lear, il tiranno ha sempre nemici potenti, può ucciderne alcuni, altri piegarli alla sua volontà, però non può eliminarli tutti. Quelli che riescono ad uscire dalla linea di tiro del despota, che uniscono le forze con altri esiliati, tornano con un esercito d’invasione. Questa è la strategia fondamentale non solo in ambito letterario, si è rivelata utile per i combattenti della Resistenza. Shakespeare non pensava che i tiranni possano durare a lungo, una volta al potere si rivelano del tutto incompetenti. Non avendo alcuna lungimiranza, sono incapaci di assicurarsi un sostegno duraturo ed essendo crudeli e violenti, non riescono a soffocare l’opposizione. La solitudine la rabbia e la diffidenza, unite a un’eccessiva sicurezza di sé, accelerano la loro caduta. Shakespeare credeva che non si potesse contare sulle persone comuni come baluardo contro la tirannia, erano, pensava, troppo facili da manipolare, da intimidire, da corrompere. I suoi tirannicidi vengono per lo più dalla stessa elite. Con il servitore che intima “Fermate quella mano mio Signore” (nel re Lear), creò un personaggio che rappresenta l’essenza stessa della resistenza popolare ai tiranni. Quest’uomo si rifiuta di restare a guardare in silenzio, prende le parti della correttezza umana anche a costo della vita.

Le società si proteggono dai sociopatici, di solito riescono a isolarli e espellerli . In circostanze speciali, tuttavia, la protezione si rivela difficile, perché alcune delle qualità pericolose del tiranno possono tornare utili (Coriolano). Negli Stati civili ci aspettiamo che i leader abbiano raggiunto un livello minimo di autocontrollo adulto, ci auguriamo onestà, rispetto per gli altri e riguardo per le istituzioni. Qui ci troviamo di fronte al narcisismo, all’insicurezza, alla follia, un bambino cresciuto fuori dal controllo di un grande e che questi ha aiutato ad accentuare le sue qualità peggiori.

Shakespeare riflettè tutta la vita sui modi in cui le comunità si disintegrano. Dotato di una conoscenza misteriosamente accurata della natura umana, tratteggiò abilmente il tipo di individuo che emerge in tempi difficili per fare appello agli istinti più abbietti e per sfruttare le ansie più profonde dei suoi contemporanei. Una società divisa in fazioni agguerrite è, a suo giudizio, particolarmente vulnerabile al populismo fraudolento. Ci sono sempre istigatori che solleticano l’ambizione tirannica e agevolatori che, pur intuendo il pericolo, si illudono di tenere sotto controllo il tiranno e trarre profitto dal suo attacco alle istituzioni. Shakespeare pensava anche alle tribolazioni necessarie per sbarazzarsi di coloro che provocano simili sofferenze. Tuttavia nutriva anche qualche speranza. La migliore risiedeva nella pura e semplice imprevedibilità della vita collettiva, nel suo rifiuto di obbedire agli ordini di chicchessia. L’incalcolabile numero di fattori costantemente in gioco impedisce all’idealista o al tiranno di controllare gli eventi e di vedere il futuro. Come drammaturgo Shakespeare accettò questa imprevedibilità, scrisse drammi che ruotavano intorno a molteplici intrecci, che accostavano alla rinfusa re e contadini, che disattendevano le aspettative e cedevano il controllo dell’interpretazione ad attori e spettatori. Tutti avevano lo stesso diritto di farsi un’opinione. Una convinzione analoga della città che si salva per un soffio dalla tirannia è nel Coriolano, con un salvataggio dovuto a un guazzabuglio di cose: l’instabilità psicologica dell’autocrate, la capacità di persuasione di sua madre, la modesta libertà d’intervento concessa al popolo, il comportamento degli elettori e dei leader eletti. Shakespeare sapeva quanto poco ci vuole a diventare cinici per questi leader e perdere la speranza per gli uomini che si fidano di loro. Spesso i leader sono compromessi e corruttibili, spesso la moltitudine è stupida, facilmente condizionabile e lenta a capire dove veramente risiedono i suoi interessi. Tuttavia credeva che tiranni e tirapiedi prima o poi avrebbero fallito, abbattuti da uno spirito popolare di umanità che si poteva soffocare ma mai spegnere del tutto. La migliore possibilità di recuperare l’onestà collettiva era, riteneva, l’azione politica dei comuni cittadini. Non perse mai di vista le persone che si chiudevano in un silenzio tenace quando venivano esortate ad urlare il loro sostegno al tiranno, o il servo che cercava di impedire al perfido padrone di torturare un nemico, o il cittadino affamato che pretendeva giustizia economica. “Che cos’è la città, se non è il popolo” – Sicinio, atto terzo scena prima -Coriolano-.

Nel 2013 durante gli scavi in un parcheggio della città di Leicester sono stati rinvenuti i resti di re Riccardo III.

Moravia e il cinema. – Gli indifferenti, Il conformista, Il disprezzo.

Gli indifferenti

Nella narrativa moraviana siamo di fronte all’osservazione del reale nelle esistenze individuali, all’analisi oggettiva delle condizioni della società borghese in cui ipocrisia, sottomissione, alienazione, conformismo, indifferenza, sono le cifre di una coazione a ripetere e dove, di volta in volta, si è vittima o carnefice. Appartenere a questo ambiente significa possedere una tara, essere segnati da un peccato originale da cui non è concesso fuggire perché ogni rivolta è inutile e ridicola. Il fatalismo e il pessimismo di Moravia consistono nell’affermazione di immutabilità e incorreggibilità della condizione umana, nel ripudiare ogni ribellione per abbandonarsi senza tormenti, lasciandosi vivere. Questo è lo schema che risulta in questo romanzo e che riproporrà nei suoi drammi successivi, come se questo essere persecutori di se stessi e degli altri fosse una patologia diffusa e inalterata. Gli indifferenti è il suo primo romanzo, cominciato a scrivere quando non era ancora ventenne e pubblicato quando ne aveva ventidue, è il suo migliore. Michele e Carla sono fratello e sorella, due figure consapevoli ma deboli sul piano vitale, in lui il dramma ambisce ad autocoscienza ma la sua opposizione all’ambiente che rifiuta e nel quale non vorrebbe riconoscersi è fatta di azioni mancate. In Carla c’è un progetto, ma inutile, perché è un semplice adattamento, una ricaduta allo stato iniziale; “Avrebbe voluto” ma tanto “Non cambierà niente”. L’insofferenza di Carla e l’indifferenza di Michele interagiscono con il cinismo calcolatore di Leo, un uomo totalmente privo di morale, prima amante della madre dei due ragazzi e poi seduttore di Carla; con l’esasperante stupidità di Mariagrazia, la madre, insulsa e superficiale che ha perso qualsiasi contatto con la realtà, piena di false ambizioni decadenti; con Lisa, l’amica di famiglia già amante di Leo, una ipocrita che simula buone qualità per arrivare al suo scopo, soddisfare i suoi desideri erotici essendosi invaghita di Michele. Tutta questa repellente descrizione, come già detto, non porta disperazione, né tragedie né rivolte, solo noia. Qualsiasi pensiero di cambiamento è soffocato da una cieca rassegnazione alla sua inutilità, come alcune azioni intenzionalmente tragiche che si concludono in maniera grottesca, come grottesco è il finale del romanzo. Il travestimento di Carla e Mariagrazia per la partecipazione ad una festa in maschera diventa il simbolo di ogni impossibile abdicazione dei personaggi. Con coerenza la vestizione conclusiva è la maschera pirandelliana che ognuno deve indossare per resistere alla vita che non cambia e non vuole cambiare.

Nel 1964 Francesco Maselli ha diretto il film tratto dal romanzo con un cast di tutto rispetto: Claudia Cardinale, Rod Steiger, Paulette Goddard, Tomas Milian, Shirley Winters. Dichiarando quanto sia stato difficile trasporre in immagini i dialoghi interiori che nel romanzo costituivano gli unici momenti di sincerità dei protagonisti, non ha comunque optato per una personale reinterpretazione e il suo film risulta abbastanza fedele. Le soppressioni apportate alla storia allo scopo di velocizzare hanno un po’ compromesso l’esasperazione oppressiva che così fortemente si percepisce nella lettura del romanzo, invece un bellissimo bianco e nero e delle suggestive inquadrature teatrali hanno comunque garantito la resa del senso di sconfitta dentro la vicenda.

Il finale è diverso, mentre nel romanzo la vestizione in maschera è quasi un adeguamento giocoso, qui la conclusione vede Carla un momento prima, non mascherata ma mentre trucca sua madre. L’espressione del suo viso mentre le stende la cipria e le disegna un neo è molto seria e controllata, una contenuta depressione per una apparente e angosciosa normalità.

Il conformista

Romanzo del 1951 il tema è il desiderio di normalità . Marcello sin da bambino è consapevole di non provare rimorsi nè vergogna nei confronti di una sua naturale disposizione verso la crudeltà, mentre vorrebbe essere simile a tutti gli altri. Gli piacciono le regole e i rituali, è indifferente ai gusti individuali, è incerto nei rapporti con gli altri, al di fuori della disciplina non è disinvolto. Un salto temporale ha trasformato Marcello in adulto, alla vigilia del suo matrimonio con Giulia una donna frivola che non ama. La banalità di questa donna tuttavia svelerà un vissuto, esperienze che più che segnarla l’hanno smaliziata all’indifferenza, al distacco verso quel che doveva essere tragico. Siamo in pieno periodo fascista, quando ordine e disciplina diventano le regole e la scelta di Marcello, per le sue rassicurazioni e per farlo diventare uguale a tutti gli altri. Dopo essersi accertato di sentirsi insensibile e senza rimorsi nei confronti di un omicidio commesso a tredici anni, per sentirsi ancora più normale e adeguato, progetta e si offre di avvicinare, e così far assassinare, un antifascista suo ex professore rifugiato a Parigi. Qui gli capiterà, tra tutto il resto, di essere oggetto dell’attenzione di un vecchio omosessuale che respingerà, protestando di non essere quello che egli ha creduto. Sarà forse questa insidia che da bambino era il suo tormento, quando i compagni di scuola lo bullizzavano chiamandolo Marcellina, la realtà oscura, il dubbio sulla sua virilità, la vera minaccia alla sua pretesa di normalità?

Dai libri di Moravia sono stati tratti una quindicina di film. Non si trovano sue particolari dichiarazioni salvo quella che dice che il regista deve tradire il romanzo. Bertolucci ha realizzato nel 1970 il suo film visivamente bellissimo, con un uso della luce che caratterizza non solo i personaggi ma anche gli spazi e gli ambienti. Forse non ha tradito il romanzo, sicuramente lo ha reinterpretato, pur seguendo l’indicazione di Moravia che vede nel sesso il criterio per ogni possibile interpretazione dell’essere. Moravia si sentiva debitore verso Marx e Freud per il concetto di alienazione che allontana gli individui dalla dimensione propriamente umana, che li fa consumare in una routine monotona dalla quale nasce il disagio, ovvero il prezzo da pagare per vivere nella società e che comporta la riduzione della felicità a favore di una maggiore sicurezza e all’incremento dell’inibizione degli impulsi aggressivi e libidici. Questa condivisione di principi porta Bertolucci a voler realizzare la sua interpretazione sulla base di una storia di omosessualità repressa, di qualcuno che sa di essere diverso e non accetta la sua condizione. Per la costruzione e l’approfondimento psicologico del personaggio di Marcello e per rendere comprensibili le sue azioni e reazioni, soprattutto nella prima parte si è avvalso del flashback . I vecchi ricordi affiorano per assoggettarlo e per patologizzare ancora di più i suoi comportamenti. Nella recitazione per rendere l’apparente disinvoltura di una figura tormentata, Trintignant ricorre all’effetto di straniamento, ottenendo così anche il superamento di certe forme convenzionali di realismo.

La conclusione del libro avviene con l’uccisione di Marcello e della sua famiglia, mitragliati da un aereo mentre stanno abbandonando Roma dove il fascismo è appena stato abbattuto. Dichiarando che gli è sembrata una una conclusione troppo moralista, Bertolucci decide un finale diverso. Marcello è per le strade di Roma e cammina in mezzo alla gente in festa, vigliaccamente denuncia a gran voce i suoi ex amici, poi un incontro casuale o forse l’allucinazione di un tormento infantile gli fanno capire chi è davvero.

Il disprezzo

Scritto nel 1954 cerca di analizzare il rapporto tra un intellettuale e la realtà attraverso la relazione tra un uomo e una donna, Riccardo ed Emilia. Sapientemente creato in un contrappunto tra il dramma di Riccardo e quello di Ulisse, diviene un gioco di specchi e di rimandi che spinge a leggere la vicenda di Emilia sullo sfondo archetipo della vicenda di Penelope. Dalla dimensione idilliaca iniziale tra i due, il rapporto precipita quando a Riccardo viene offerto di lavorare alla sceneggiatura di un film sull’Odissea, film che produttore regista e sceneggiatore concepiscono ognuno a suo modo. In modo spettacolare e finalizzato al profitto il produttore; in modo più aderente possibile all’originale rispettandone la poesia per Riccardo; con una interpretazione psicologica secondo il regista che propone Ulisse come uomo civilizzato e senza pregiudizi, che usa la ragione anche nelle questioni di onore e dignità, mentre Penelope è una barbara che conosce solo l’istinto e l’orgoglio, che ha atteso il ritorno di Ulisse, che tardava a tornare consapevole di non essere più amato, solo perché gli era fedele e la fedeltà è una dimostrazione di resistenza per amor proprio più che di attaccamento verso l’altro. Riccardo patisce la propria alienazione di scrittore privo di libertà, in certi momenti si illude di poter recuperare quella dimensione d’esistenza che appartiene al passato, un passato di poesia e di mito. Possiede anche l’aspirazione, impossibile, di convincere Emilia e liberarla da quel mondo corrotto dove sono costretti a vivere, mondo contaminato dal denaro e dall’interesse. Il disprezzo di Emilia verso Riccardo si manifesta all’improvviso, perché, lei sostiene, lui non si comporta come un uomo. Frutto di un malinteso che non riusciranno mai a chiarire e superare, perché la civiltà agli incivili può apparire immorale e priva di principi. Il romanzo si conclude con la morte di Emilia che rappresenta il mancato senso da dare alla realtà e con lo sguardo di Riccardo che dalla finestra osserva le vite degli altri, con calma disperazione.

Le mèpris, è meglio chiamarlo col suo titolo francese per neanche considerare la versione italiana che ha fatto scempio dell’originale, è la versione cinematografica realizzata da Godard nel 1963. Godard ha prima dichiarato che il romanzo gli era piaciuto, poi ha smentito dicendo che lo trovava un grazioso e volgare romanzo pieno di sentimenti classici desueti a dispetto della modernità delle situazioni. Ribaltando i punti di vista dei personaggi cui cambia anche i nomi, sfruttando le dinamiche di contrapposizione presenti nel romanzo, Le mèpris diventa la meditazione sull’identità del cinema. L’incipit del film è una frase di Bazin, “Il cinema sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda ai nostri desideri ” questa diventa la sottolineatura per la critica godardiana alla struttura sistemica del cinema. Il nudo iniziale posto come attrazione per una imposizione commerciale, è trasformato dal colore in una figura quasi trasfigurata e carica di lirismo poetico, a marcare l’idea di illusione insita nel cinema. Poi il film prosegue con le sue contrapposizioni tra concetto di classicità e modernità, il classico è incarnato dal regista, non a caso impersonato da Fritz Lang, che non può che volere la sopravvivenza del mito e lasciare il cinema come sta. Il produttore è un volgare dittatore che cerca di fermarne la morte volgendolo verso la modernità. Paul (Riccardo) vive fra incertezze e compromessi, comunque più vicino all’idea moderna. Per Godard è indubbio che il ritorno al classicismo rappresenta il ritorno alla serenità.

Il film riguarda anche delle persone che si osservano e si giudicano, nonché il fallimento di una coppia. Camille (Emilia) è una donna passiva placida e indolente che prima ama e poi improvvisamente disprezza. Il cinema come un testimone osserva gli eventi, casuali, determinati dalla libertà di ciascuno. La macchina da presa li segue all’interno della loro casa registrando parole e gesti, documentando l’anatomia del loro fallimento. Le mèpris è anche questo, la riflessione su quel che è accaduto ad Ulisse uomo moderno tremila anni dopo, divenuto Paul che tenta di salvare la purezza e la durata dell’amore, illudendosi di tenere Camille legandola a sé con il denaro.

L’arte della gioia

“L’arte della gioia” non credo possa rientrare nella lista dei libri che bisogna rileggere ogni dieci anni come dice Modesta, la protagonista, a proposito dei libri che ci hanno formato. Forse perché l’ho letto adesso, da adulta, e non da ragazza quando sarebbe stato più giusto. È un romanzo di formazione verso la libertà personale e femminile, guidata dalla disobbedienza verso tutte le convenzioni. Malgrado l’irriverente saggezza che scorre per tutta la durata del racconto, mi sono spesso sorpresa con il sopracciglio alzato, stupefatta davanti a pagine stucchevoli, a dialoghi sconclusionati e prolissi. Sapienza è una scrittrice spontanea ma l’ingenuità naïve non sempre sortisce autenticità, più spesso una rudimentale semplicità diventa goffaggine e provoca tedio. Modesta a diciotto anni ha ottenuto per sé la libertà i soldi e il sesso, adesso inizia a sviluppare anche il suo percorso intellettuale. L’apprendistato da autodidatta avviene attraverso i libri e dalle relazioni interpersonali. I suoi interessi sono diversificati come i suoi desideri e i suoi amanti, uomini e donne, che sono scelti per la loro capacita di educarla. Domina senza essere dispotica la sua famiglia allargata, dove si gioca si suona si discute di politica e si ama anche in maniera incestuosa. Il tempo, un arco di sessant’anni, è scandito dagli eventi della Storia, due guerre mondiali, l’ascesa del fascismo, la Liberazione. Ogni cosa che accade, di tutto e di più, è anche causato dall’insaziabile appetito di conoscenza di questa donna piena di qualità, risorse innate anziché acquisite, perché Modesta è nata spudorata e caparbia, ed è una donna sorretta da un ottimismo di fondo che, alla fine, rende estremamente semplicistico il messaggio del libro: sposa un ricco idiota che non può controllarti, sii comunista e antifascista, circondati di bambini che devi lasciare liberi, prenditi tutti gli amanti che vuoi ma non farti imprigionare da nessun amante.