Anton Cechov – Racconti.

Cechov e il suo cagnetto Chinino

Cechov non ama le costruzioni complesse, predilige la semplicità e la brevità. Piccoli brani di vita possono animare un caso straordinario, potente e profondo, ricco delle complessità di un vasto problema. La povertà di intrecci è solo apparente, se si ferma su un punto, riesce a far sentire l’infinità di sentimenti che ruotano attorno a quell’istante. Ha maturato il suo stile probabilmente per costrizione, quando i giornali sui quali ha pubblicato i suoi primi racconti, gli imponevano di ridurre le righe a disposizione, togliendo il superfluo, lasciando solo l’essenziale. Così si forma la sua peculiarità, la ricerca del particolare espressivo, quello che da solo deve bastare a definire un personaggio e una situazione.

Le storie narrate descrivono tutte le impossibilità a vivere la vita fuori dal suo tragico quotidiano, nel pantano di una vita mediocre, mentre una forza cieca impedisce persino la soluzione più semplice. I suoi drammi non sono quelli che si risolvono con un colpo di pistola o con una ribellione, ma si perpetuano nella sofferenza di non sapere più perché si viva. Un doloroso ripiegamento in se stessi, un’angoscia senza via d’uscita, nessun Dio o un ideale che possa salvare. La vita è imprevedibile, i sogni e le speranze si erodono nel corso del tempo, si eludono le attese degli uomini, i percorsi dell’esistenza conducono ad esiti imprevisti.

Le realtà fondamentali dell’uomo sono: il lavoro, l’amore, la malattia, la certezza della morte. Nelle sue opere nessun fenomeno di vita può trascendere queste realtà. La prospettiva attraverso la quale analizza e poi mostra i suoi personaggi, si fonda su due presupposti: quotidianità e imperfetta infinità. La quotidianità significa inautenticità dell’esistenza, a cui non si può sottrarre nessuno. Imperfetta infinità significa non avere fine. C’è sempre un tentativo di sfuggire all’inautenticità dell’esistenza, il disagio spinge l’uomo cechoviano alla fuga. Il tema della fuga ha un rilievo importante, ed è certo il riflesso di una tentazione frequente dello stesso scrittore, ma si tratta di una scorciatoia irrealizzabile verso un’altra vita. Anche Tolstoj ha avuto questa aspirazione, tenterà la fuga a conclusione della sua vita, morendo in viaggio. Una possibilità per fuggire è data dal lavoro, ma in Cechov come mezzo per sfuggire a qualcosa risulta contraddittorio. Vi sono figure insoddisfatte perché vogliono un lavoro ma non lavorano, dall’altro vi sono figure che lavorano ma risultano frustrate e rassegnate. Solo il lavoro fisico con la sua pesante attività corporea che sottrae dai pensieri è visto in una luce positiva. Anche la malattia può essere intesa come fuga, come stato d’emergenza fisio-psicologico, ed è parte costituente della poetica di Cechov. Se ne serve per strappare i suoi eroi dal quotidiano e la gamma va dall’eccitabilità nervosa fino alla follia. Attinge dalla tradizione cristiana, che vede nella sofferenza e nella malattia qualcosa che nobilita l’uomo e che gli fornisce l’opportunità di prendere coscienza di sé. In Cechov viene trasformata in qualcosa che fa comprendere all’uomo il suo essere uomo, impossibilitato a sfuggire la quotidianità, è la prova della più cupa quotidianità. Quest’uomo non vorrebbe stare solo, soffre la mancanza di contatto con un suo simile, cui si aggiunge la perdita di un luogo fisso, la casa, un giardino, cui corrisponde il continuo movimento, viaggi, gite, visite. L’uomo cechoviano desidera essere dove non è mai, vuole ciò che non ha, una volta raggiunto uno scopo, prova soltanto una nuova frustrazione. Dunque non si può sapere cosa attende concretamente i personaggi nel futuro. Una cosa sola è certa, che il futuro non sarà confortante e la “fine aperta” è la conseguenza formale della imperfetta infinità del mondo rappresentato. Cechov non fornisce risposte esplicite, le sue opere non contengono nessuna ideologia, nessuna concezione di un modo di vivere negativo o positivo. Non emette giudizi morali. In lui mancano le risposte. Introduce una nuova maniera di vedere la realtà: all’inizio la casualità di un avvenimento desta una tensione, questa non si scioglie nei modi consueti, anzi vengono eliminati gli effetti e al termine non sapremo nulla sul destino del personaggio stesso.

“A me pare che non tocchi ai narratori risolvere problemi come quelli di Dio, del pessimismo ecc. Compito del narratore è soltanto di scrivere chi, come e in quali circostanze ha parlato o meditato su Dio o sul pessimismo. L’artista non deve essere giudice dei suoi personaggi né di ciò che essi dicono; ma solo testimone spassionato” Diceva al suo amico editore Suvorin, e ribadisce “Lei mi rimprovera la mia obbiettività e la chiama indifferenza al bene e al male, mancanza di ideali ecc. Lei vorrebbe che, descrivendo dei ladri di cavalli, dicessi ‘Rubare cavalli è un male’. Ma questo è già noto da un pezzo, non c’è bisogno che lo ripeta io, per questo ci sono i giudici, il mio compito è soltanto di mostrare i ladri come sono. Io rappresento la vita com’è, punto e basta”.

Critici e lettori si ribellano, vogliono essere confortati, condotti verso soluzioni e finali consolatori. La cultura positivista, le conquiste della scienza, il progresso, dovevano prendere forma nell’impegno. Ma non sono le idee a interessarlo, quanto il modo in cui gli uomini le sentono e le vivono sotto forma di speranza, gioia, dolore, o quando si interrogano sul presente. Ritenute dalla critica mancanza di indicazioni, la sua visione del mondo così antieroica si scontra con lo spirito che quei tempi esaltava. Tutto quello che di soffocato e soffocante traspare dalle situazioni e dai personaggi è il riflesso di una società asfittica e falsa. Questo risultato emerge senza scopo diretto, sappiamo che non vuole sostenere valori extra-artistici. Pur tuttavia vive il suo tempo e senza limitarvi il significato della sua visione, rappresenta una sofferenza universale di fronte a una vita mediocre e dolorosamente subita.

In Una storia noiosa l’unica certezza è stata quella scientifica, ma nella vita significativa di questo professore emerito, mano a mano che si fa avanti il vuoto terribile della morte, tutto perde valore e scopo. L’unica certezza è la propria nullità. È stata dichiarata la sua derivazione da ‘La morte di Ivan Il’ič’, per la somiglianza del tipo d’uomo inerte, dall’esistenza ordinaria, che al termine della vita osserva lo sfacelo della vita passata. Qui il protagonista sa filosofare, abbonda di ragionamenti, detesta tutti e tutto, comprese le giornate ripetitive e i soliti gesti, è in uno stadio malinconico ed è completamente indifferente. Ogni pensiero e sentimento vive isolato in lui, non un’idea complessiva a dare senso e significato. Non sa dire nulla a chi ama perché non è attento alla vita interiore di coloro che lo circondano, perciò quando essi piangono, sbagliano o mentono, li interpreta come manipolazioni teatrali. Così scoraggia e allontana anche chi lo ama di più.

Ne La casa col mezzanino, a dimostrazione che sotto la sua apparente indifferenza aveva una concezione precisa, l’argomento principale della disputa tra il pittore e Lida, è la condizione dei contadini e l’atteggiamento dell’intellighenzia nei loro confronti. Si tratta di una riflessione che era stata al centro dell’attenzione delle forze progressiste, che acquistò particolare urgenza in relazione alla carestia del 1891-92 e all’epidemia di colera che avevano inasprito le condizioni di povertà delle campagne. L’atteggiamento scettico di Cechov sull’efficacia degli interventi di tipo medico e scolastico, è annotata nella frase pronunciata dal pittore: “il contadino affamato non vorrà imparare”, andrà prima nutrito e poi scolarizzato. Lida che mal sopporta il pittore e considera la sua specializzazione, il paesaggio, qualcosa che non descrive i bisogni delle persone, anzi, riflette la sua indifferenza, è la personificazione del movimento Zemstvo che diede vita a forme di governatorato locale, strutturate secondo gerarchie che comprendevano anche le classi sociali più basse. Il suo atteggiamento pedante e deciso ha suscitato reazioni tra lettori e critici, di cui si hanno diverse testimonianze scritte. Alcuni hanno reagito offesi per non veder riconosciuti i loro sforzi offerti al popolo. Altri hanno contrattaccato la posizione del nareatore/artista inattivo rispetto al lavoro attivo di Lida.

Il monaco nero non è solo la descrizione accurata di una malattia mentale, del fanatismo di un proprietario terriero e delle frustrazioni della sua graziosa figlia. Cechov guarda le persone desiderose di ideali, nel momento in cui sono sopraffatte dalla sofferenza prodotta da questa tensione. Non bisogna solo vederci un’escursione nel campo della psichiatria, l’allucinazione come miraggio e fuga capace di liberare dal tragico quotidiano delle cose senza senso. Il sogno è qualcosa di rassicurante per le persone stanche. Lascia che sia qualsiasi sogno che ti piace a rendere gioiosa e felice la tua vita. Krovin il pazzo è l’unico felice perché “crede” nella sua illusione, perché è già fuori dal mondo.

Anche La signora col cagnolino lascia perplessi pubblico e critica, come si può accettare che una storia d’amore finisca con la domanda: che fare? Alcuni scrissero a Cechov esortandolo a proseguire il racconto. Era inaccettabile lasciare i protagonisti nel momento più critico della loro vita senza accennare a qualche soluzione. Anche Virginia Woolf si mostrò sconcertata, ma individuò nella successione dei fatti che compongono il racconto, una composizione nuova, assai diversa da quelle precedenti. “Quando la melodia è familiare e il finale enfatico- gli amanti riuniti, i cattivi puniti, gli imbrogli chiariti- come in quasi tutta la letteratura vittoriana d’immaginazione, non possiamo sbagliare; ma quando la melodia è poco familiare, e alla fine c’è un punto di domanda o semplicemente un dialogo non concluso, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e attento per riuscire a cogliere la melodia e in particolare le ultime note che completano l’armonia. Dobbiamo cercare qua e là se vogliamo scoprire dove vanno messi gli accenti in questi strani racconti”. La signora col cagnolino è una versione minimalista, senza intense emozioni, senza suicidio, di Anna Karenina. Tolstoj disapprovò i protagonisti di Cechov e scrisse nel suo diario: “Ho letto La signora col cagnolino. Le persone che non hanno sviluppato in se stesse una chiara visione del mondo, che separa il bene dal male, pensando di essere oltre il bene e il male, rimangono da questa parte, cioè quasi animali”. La storia appena pubblicata è recepita dai più come incompiuta, l’indecisione sul loro destino e la mancanza di accadimenti significativi è inaccettabile. Pur riconoscendo che la situazione è drammatica, si condannano i protagonisti come esseri incapaci di battersi per la loro felicità, il loro dramma è senza speranza, non rimane loro che sentirsi infelici e tormentati dalla loro stessa impotenza. In realtà Cechov ha scoperto nuovi aspetti, per una comprensione della vita più ampia e complicata. Nel racconto ha raffigurato l’origine dell’amore, c’è qualcosa, in questo aspetto, che lo unisce al “Chiaro di luna” di Maupassant. Tutti gli adultèri felici si assomigliano tra loro, ogni adultèrio infelice è infelice a modo suo. Il racconto di Maupassant, dove Henriette cerca l’amore per sfuggire alla monotonia, mira ad un effetto, la frase conclusiva è quella che colpisce, risolve ma impoverisce la possibile complessità dei fatti e dei legami che avevano messo in relazione i protagonisti. Per i critici in Cechov c’erano troppe cose banali e superflue, che non servivano a descrivere gli stati d’animo o le soluzioni per risolvere i problemi del matrimonio borghese. In effetti il racconto prosegue senza niente di straordinario e si conclude senza un punto fermo, tutto sommato il modo più naturale, dal momento che i protagonisti sono ancora vivi e non si sono conclusi i loro problemi.

La fidanzata è uno schizzo, non un personaggio ma una sagoma. Ancora incomprensibile e immotivato il cambiamento repentino. Pochi i segni esteriori, sottili le sfumature negli umori e poche le righe per delineare il tipo e le caratteristiche del momento, dell’atmosfera dove Nadja non vuole la sua lenta autodistruzione e, come nessuno dei precedenti protagonisti si è concesso, trova la forza per un passo decisivo. Nadja è una figura attiva che affronta il vuoto, forse dovrebbe essere vista come una tappa successiva nell’attività di scrittura di Cechov. Forse Cechov “sentiva” l’avvicinarsi del cambiamento? Cechov non è interpretabile come ideologo di un gruppo sociale, tant’è che i compiti di Nadja verso una nuova vita sono comunque poco chiari anche quando si è inoltrata nel cambiamento. Il racconto si conclude con l’abbandono “per sempre, o almeno così credeva”. Permane un timido scetticismo, quasi che alla fine della stesura abbia voluto correggere l’ultima frase, per non abbandonare totalmente la sua diffidenza o per non rendere troppo differente questa dalle sue opere precedenti.

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Nikolaj Leskov – Il viaggiatore incantato.

Ivan Sever’janyč è il viaggiatore incantato che racconta la sua vita fatta di avventure dalle quali esce in maniera incredibile, in uno spazio aperto che gli fa raggiungere gli estremi della terra russa, la steppa Kazaka, gli altopiani del Caucaso, i santuari sul mar Bianco, da nord a sud e da oriente a occidente della Russia europea. “Incantato” perché Ivan ha la capacità di rispondere alla bellezza e alla perfezione della natura corrispondendo con una spontanea espressione di sé. L’incanto gli fa commettere atti spericolati ma Ivan ammette che molto gli è accaduto non per sua volontà, e qui rientra l’incanto nel senso di incantesimo, l’essere sotto l’influenza di incantesimi, infatti siamo informati subito del fatto che sua madre, appena nato, lo ha promesso a Dio e che il monaco che ha ucciso e che gli è apparso in sogno, gli ha predetto che dovrà morire più volte.

Sul battello che sta attraversando il lago Ladoga i passeggeri si scambiano impressioni sull’orribile tedio percepito durante la breve visita alla tristissima città di Korela. Qualcuno ricorda che l’apatia di quel luogo faceva durare poco la permanenza degli esiliati, tra loro un seminarista mandato lì per insubordinazione a fare il sagrestano che s’impiccò nell’attesa della risposta alla sua supplica di rimuoverlo. Dopo questa rievocazione nasce uno scambio di idee tra i sostenitori del gesto del sagrestano e gli oppositori, cioè coloro che considerano il suicidio un gesto senza perdono. Tra i sostenitori c’è Ivan, il quale asserisce che per i suicidi esiste un uomo che può aggiustare la loro posizione, che ci sono prove sicure che questo sia vero, perché le ha verificate il metropolita di Mosca. Comincia il racconto di quella storia meravigliosa che Ivan non si rifiuta di raccontare attirando sempre più l’attenzione dei passeggeri che all’inizio desiderano solo passare il tempo e divertirsi sui dettagli insoliti, poi lo spingono ad aprirsi e a raccontare di sé e come nella modalità utilizzata nelle Mille e una notte, si incastonato una dietro l’altra una serie di affascinanti storie.

Le storie sono pezzi della sua biografia raccontata in modo cronologico, episodi separati e messi insieme perché alla fine di ogni racconto i compagni di viaggio gli fanno una nuova domanda per ottenere un nuovo racconto. La composizione del romanzo è dunque basata sull’intersecazione di una storia nella storia o di una storia interna e una storia esterna, dove la trama esterna viene utilizzata per chiarire le circostanze che appaiono nell’interna. Questa costruzione è significativa per dare credibilità su eventi incredibili, raccontati da chi li ha vissuti ma non è in grado di spiegarli.

Ivan Sever’janyč è il tipico rappresentante del popolo, la sua forza e abilità sono l’essenza della nazione russa. All’inizio è un ragazzo sconsiderato e spericolato, agisce peccando fino ad uccidere, è costretto a cambiare molti ruoli, da cocchiere intenditore di cavalli, anzi connessèr come si autodefinisce, a schiavo dei Tartari, poi balia, soldato e poi ufficiale, attore, impiegato, sempre adattandosi alle circostanze e neppure alla fine, da novizio al monastero, si concluderanno le sue trasformazioni, sarà un’ulteriore tappa del suo viaggio senza fine. Il racconto utilizza i motivi del romanzo d’avventura e del romanzo di viaggio, delle epopee popolari, quelle dell’amore per i cavalli e l’arte di addestrarli, le storie epiche che richiamano gli eroi come Il’ja Muromec e delle antiche biografie russe dei santi. Di santi e di eroi però conosciamo solo gli aspetti positivi, nel caso di Ivan il quadro è complicato da ambiguità etiche e morali. D’altra parte si potrebbe ricordare una lunga stirpe di santi, a cominciare da San Paolo, che condussero una lunga vita da peccatori fino al momento della rivelazione divina. Ivan è spesso crudele, nella volontà dell’autore c’è una precisa intenzione che deriva dal desiderio di descrivere in modo dettagliato aspetti della vita della gente comune. In quegli anni, siamo nel 1873, sia nella narrativa che nella letteratura saggistica, appaiono una quantità di dettagli relativi a una morale grossolana o semplicemente antiestetici, utilizzati sia da coloro che cercavano di mostrare tutto l’orrore della vita della gente comune, sia da coloro che la idealizzavano come fonte di nuova saggezza. Ci sono gli scrittori che hanno aderito all’ideologia del narodismo che propugnano un avvicinamento tra l’intellighenzia populista e i contadini, alla ricerca della verità e saggezza. C’è Tolstoj con i suoi interessi verso il mondo contadino e le comunità tradizionali e i riferimenti ideali alla religiosità contadina sentita come spinta al perfezionamento interiore. Il personaggio di Ivan segue le tendenze del tempo ma con l’aggiunta di qualcos’altro, egli è un figlio promesso a Dio da sua madre e quindi guidato da una forza per la quale nemmeno lui stesso è sicuro di chi compie determinate azioni. Ciò si manifesta quando è affascinato (incantato) dalla bellezza e quando fa qualcosa sotto l’influenza di un inspiegabile impulso momentaneo.

Gli episodi sono narrati da Ivan con un linguaggio insolito, frasi composte da parole che a volte le rendono poco comprensibili. Si tratta di giochi di parole, tra l’altro molto difficili da tradurre in altre lingue, parole pseudo popolari che vogliono ricreare il discorso dialettale. È una forma precisa che prende il nome di Skaz e si definisce come narrazione scritta che imita un resoconto orale spontaneo nel suo uso del dialetto, del gergo e del peculiare linguaggio di una persona. Queste storie e questo gergo irregolare nel quale l’ascoltatore deve immergersi il più possibile trova vicinanza al processo di narrazione della fiaba: “Una fiaba è una voce strana che oltre alle caratteristiche linguistiche, introduce una visione del mondo straniera che l’autore usa intenzionalmente nel suo testo” – (Problemi della poetica di Dostoevskij, Mikhail Bachtin). È interessante sapere che tra le idee iniziali sul titolo ci dovesse essere un riferimento a Telemaco. Telemaco si è messo in viaggio per cercare suo padre, il viaggio di Ivan è ricerca del significato della vita e il suo posto in essa. Per continuare a fare riferimenti, Ivan potrebbe assomigliare a Don Chisciotte o al Chichikov delle “Anime morte”, a quei personaggi in trasformazione, che cambiano nella ricerca della verità.

Ci si aspetta che gli scrittori russi ci mostrino lo sviluppo spirituale di un personaggio e ci diano verità per vivere. Malgrado l’ovvia base letteraria, Leskov vuole dimostrare che la vita reale è più stravagante e imprevedibile delle storie di fantasia, la “stranezza” è accentuata dal comportamento di Ivan che non sente nulla di insolito nelle metamorfosi della sua vita. Il percorso della sua vita è in parte un’espiazione per i suoi peccati, il potere oscuro, egoistico, animale della sua giovinezza, viene gradualmente illuminato dall’autocoscienza morale, dal superamento del proprio egoismo, da una crescente attenzione alle preoccupazioni e ai sentimenti degli altri, senza però rinnegare nessuno degli atti riprovevoli commessi in passato. In lui c’è la convinzione che il suo destino è stato predeterminato e che in tutta la sua vita non ha compiuto molto per libero arbitrio. Sul suo destino fanno luce i sogni e le visioni in contrasto con le sue intenzioni, ma rivelano anche la versatilità della sua natura e la ricchezza della sua immaginazione. È probabile che per un russo la storia contenga un implicito significato distintivo nazionale. Per un non russo la storia può chiedere di essere letta come la somma delle tristi assurdità degli sforzi umani, la vita come viaggio estenuante, meraviglioso e triste, come una eterna ricerca di un obiettivo inafferrabile.

Anatolij Mariengof Romanzo senza bugie – I cinici.

Anatolij Mariengof

Anatolij Mariengof e Sergej Esenin si conobbero nel 1919 e da subito stabilirono un’amicizia che li rese inseparabili per quattro anni. Condivisero tutto, propositi, viaggi, guadagni, casa, persino lo stesso letto. Nel 1923 il loro rapporto si raffreddò, cessò la collaborazione creativa e si separarono, per poi riavvicinarsi poco prima del suicidio di Esenin nel 1925. Il talento di Mariengof non era uguale a quello di Esenin ma neppure inferiore, quanto fosse elevata la sua qualità letteraria si può accertare in Romanzo senza bugie scritto nel 1926 per rispondere agli attacchi che lo accusavano indirettamente della morte del poeta. Scritto in memoria dell’amico scatenò una rabbia senza limiti, venne accusato di contraffazione e falsificazione dei fatti, di atteggiamento blasfemo nei confronti della memoria del compianto poeta. Il romanzo sotto una maschera di spudoratezza in realtà possiede un atteggiamento riverente e poetico, è davvero un documento della vita letteraria e reale di Esenin e allo stesso tempo è difficile non percepire quanto sia stato tragico, personalmente per Mariengof, l’epilogo della storia vissuta.

Lavorando come segretario letterario della casa editrice del Comitato Esecutivo Centrale incontra Esenin che era già abbastanza famoso, subito, insieme ai poeti e amici Ivnev, Shershenevich, Kusikov, Jakulov e Erdman, fondano il gruppo degli Immaginisti. Si riunivavano al caffè letterario La stalla di Pegaso dove avvenivano dispute su cinema teatro e pittura, pubblicavano una rivista, conducevano una libreria e una casa editrice. Gli Immaginisti sono degli sperimentatori, innovatori della forma della strofa e della rima riuscendo ad ottenere grande espressività. La parola imažinisty la presero da una rivista di poesia americana che parlava di Ezra Pound e di altri poeti proclamatisi “imaginistes”. È molto probabile che non abbiano mai letto le poesie di quegli autori perché la più grande influenza venne loro da Majakovskij e dal Futurismo. Il loro immaginismo vuole esaltare l’immagine autonoma dal contenuto, puntare sul metaforico a catena, ciò che più conta è trovare l’analoga affinità di cose distanti, cancellare le differenze tra le cose, far salire quel linguaggio della somiglianza che è poi il sostrato di tutti i poeti. Da un punto di vista strutturale è un’accentuazione barocca del Futurismo.

**Parlando dell’immagine, del suo posto nella poesia, della rinascita della grande arte verbale, Esenin aveva già una sua classificazione delle immagini. Quelle statiche le chiamava dighe, quelle dinamiche e mobili le chiamava invece navi, collocandole al di sopra delle prime; parlava delle qualità decorative del nostro alfabeto, delle immagini simboliche della vita di ogni giorno, del galletto-banderuola sul tetto delle case contadine, dei diversi disegni delle stoffe, di quel seme d’immagine ch’era in tutti gli indovinelli, proverbi, filastrocche.- (pag. 11)

**Esenin amava sempre rivoltare la parola, restituirla al suo senso primitivo. Nel loro secolare cammino le parole si sono consunte. Alcune le abbiamo leccate con le nostre lingue sino a scoprirvi splendide figure metaforiche, in altre un’immagine sonora, in altre ancora un senso sottile e beffardo.- (pag.17).

**Stavamo ore e ore sui versi, e insieme gettavamo le basi della teoria dell’immaginismo. Il lavoro sulla teoria ci introdusse nei labirinti fantastici della filologia. Creammo una scienza fatta in casa, scoprendo e mettendo a nudo nelle parole radici e tronchi figurati, curiosi e a volte sostanziali. Esenin urlava: ratto! -Rispondevo: grattare. -E adesso da grano.- Grandine, granita. -Ma è bella anche l’immagine dentro la radice: sorso-sorgente; riga-rigagnolo….ci sembrava che una volta dimostrata la sedimentazione delle immagini nell’infanzia della lingua, avremmo reso inoppugnabile la nostra teoria…….. Sulle spalle il mio frugoletto di due anni Kirillka, guardiamo entrambi il sole rosso fuoco che sta tramontando. Kirill dice raggiante: Palla. Guarda ancora e muta parere -Sfera. E alla fine, molto sicuro della sua congettura proferisce: Orologio. Che immagini. Che chiarezza, una conferma delle nostre formazioni verbali. -(pag.58)

Esenin e Mariengof

Come personaggi, il ghigno cinico e brutale li rende simili a espressionisti e dada anche per il senso della distruzione totale della vecchia cultura, del passato, per il senso della fine e tramonto della cultura. Si dichiarano profetici, usano un tono sfrontato e irriverente, sono megalomani e narcisi. Facevano scherzi macabri annunciando morti, cambiavano i nomi alle strade, coprivano di citazioni blasfeme i muri del Santo Monastero di Mosca, le letture pubbliche si trasformavano in controversie violente, accompagnate da reciproci attacchi offensivi tra oratori pubblico e stampa. Esenin aveva un fervore eroico che non è negli altri, lo aveva già da prima e l’Immaginismo accentua la sua tendenza dello scavezzacollo, del “chuligan” invasato e furioso e i suoi versi caleidoscopici con il gusto della distruzione.

**Del teppismo di Esenin sono responsabili innanzitutto i critici, poi i lettori e chi affollava le serate letterarie, i caffè e i club. Ancora prima delle spacconate letterarie degli immaginisti, la stampa aveva affibbiato questa parola, poi ne fece un’etichetta che cominciò a ripetersi. Fu la critica a suggerire a Esenin di creare una sua biografia di teppista e recitare la parte di teppista nella poesia e nella vita….. Non so se Esenin trasformasse più spesso la vita in poesia, o la poesia in vita. La maschera diventava per lui il volto, il volto la maschera.-(pag. 51)

Il motivo dell’allontanamento tra i due non fu un litigio ma, spiega Mariengof, il venir meno di quell’energia e quell’identificazione che li aveva legati. Le loro strade si dividono, Mariengof si sposa, lo fa anche Esenin per la terza volta, adesso con Isadora Duncan. Con lei viaggia per l’Europa e gli Stati Uniti aumentando la sua inclinazione teppista. Girava vestito in smoking con il cilindro e le scarpe lucide, tre cose impeccabili che avevano su di lui l’aria di una mascherata, lui lo sapeva, cedergli era stato un tradimento, era stato rinnegare la propria interiorità mugicca.

**L’Europa fa schifo noia tremenda da vita insulsa, per l’abbondanza ho smesso di bere. Malgrado tutto sia lucido questo è un cimitero, il continente è una cripta sono tutti morti da tempo. È di gran moda il dollaro, dell’arte invece se ne fregano, la forma più elevata è il music-hall. Noi saremo anche dei mendicanti, da noi ci sarà anche la fame, il freddo e il cannibalismo, ma almeno abbiamo un’anima.-(pag.115)

**Ed egli era così intelligente da capire, una volta in Europa, tutto il carattere antiquato, il logorio e il disfacimento delle proprie convinzioni, e di non essere sufficientemente fermo e deciso per rifiutarle, per trovare un nuovo mondo interiore.-(pag. 113).

Esenin torna a casa con un profondo senso di insofferenza, consapevole dell’avanzata della civiltà meccanica che porta rovina al mondo patriarcale del villaggio, nelle poesie piange la vecchia Russia. Oppure scrive poesie di adeguamento per capire il nuovo ma continua come una ricaduta il distacco dalla realtà, con continui presagi di morte, di gusto per l’autosarcasmo e disgusto per la notorietà. Decide allora di andare nel Caucaso che ha ispirato molti poeti, con il desiderio di staccarsi dalle bettole, ma i temi sono sempre quelli.

**Sul treno che li deve portare nel Caucaso dal finestrino osservano uno spettacolo commovente. Nella steppa un puledro pazzo di paura galoppava a fianco della locomotiva. Esenin urlando a squarciagola incoraggiava e spronava il cavallo e i due cavalli, quello vero e quello d’acciaio, per un tratto restarono alla pari. Poi il quadrupede cominciò a restare indietro. Esenin non era più lui, scrisse una lettera a una ragazza che gli piaceva descrivendole la scena. Per lui il puledro vinto era la tangibile cara e morente immagine della campagna.-(pag. 74)

Esenin sa di essere del passato, di aver sciupato la vita, di aver tradito il mondo contadino per la bettola il cilindro e le scarpe di vernice, di aver sviato la verità mugicca, di incarnare la morte di una civiltà. Il suicidio è l’unica cosa che distingue il poeta dalle piante e dalle bestie.

I cinici è incentrato su una coppia, Vladimir e Olga, e descrive in generale la vita del paese dal 1918 al 1924. Il romanzo fu vietato dalla revisione delle autorità di controllo ma riuscì ad essere pubblicato in Germania dando il via alla persecuzione di Mariengof, sostenuta anche dalla Società degli scrittori alla quale egli scrisse una lettera indignata. Poi, piegatosi alla pressione, si pentì pubblicamente per il suo romanzo sul Giornale letterario del novembre 1929. Nella prefazione all’edizione francese Seuil, Josif Brodskij lo ha definito una delle opere più innovative nella letteratura russa del xx secolo sia nello stile che nella struttura. La principale caratteristica strutturale è l’assemblaggio che alterna elementi di narrazione artistica con elementi documentari, cioè con inserti di citazioni da giornali, annunci, estratti di decreti governativi. Come modo può essere paragonato alla tecnica multidimensionale di Dos Passos, in cui trame simultanee si intersecano con titoli di quotidiani, versi di canzonette e notizie di cronaca, oppure alle idee di montaggio delle attrazioni di Eisenstein che per catturare l’attenzione del pubblico e per spingerlo alla riflessione, inserisce sequenze estranee al racconto con immagini che non hanno significato in sé ma possiedono una valenza metaforica in relazione al contesto principale. Oppure ancora ai fotomontaggi di Rodchenko, realizzati con collage che combinano testo e immagine. Nel romanzo l’argomento degli inserti riguarda principalmente la guerra, le notizie dal fronte e soprattutto i razionamenti, l’esaurimento, la mancanza di cibo. La fame viene descritta in un crescendo sempre più drammatico fino agli episodi di cannibalismo e necrofagia. I dettagli naturalistici servono a scioccare e fanno parte degli inserti “oggettivi”, quelli della vita dei protagonisti sono gli inserti “soggettivi”. Questa tecnica compositiva permette di vedere come gli eventi oggettivi ridisegnano quelli soggettivi. Ad esempio: un articolo di giornale parla della preparazione della carne di cavallo come soluzione contro la fame per i due milioni di moscoviti, segue la cena di Vladimir e Olga dove viene servita carne di castrato commentata da Vladimir senza ottimismo, perché secondo lui la raccolta di carne di cavallo è solo il massacro di cavalli utili al lavoro. Oppure alla paradossale iniziativa dei soviet del popolo di erigere monumenti, fa da contrappunto l’assurda preoccupazione di Olga di procurare calzini pesanti all’amante che deve partire per il fronte. Per acquistarli al mercato in una gelida giornata si fa accompagnare da Vladimir che, non avendo vestiti sufficientemente pesanti, deve prima indossare mutande da donna in lana d’angora lilla e adorne di nastri. All’inizio del racconto, subito dopo gli eventi rivoluzionari, le basi dello stato sono state ristrutturate e la vecchia vita rovesciata, adesso gli amanti se si fanno regali portano in dono sacchi di farina, Vladimir invece porta a Olga dei fiori, segno di un romanticismo vecchio stile. Questo è uno degli elementi che perpetuano per sopravvivere, per non partecipare ai tragici problemi quotidiani, che tuttavia esistono e che proporzionalmente accrescono la loro ironia sulla vita. Gli eroi di Mariengof non sono cinici, sono eroi romantici, sono il passato calpestato consapevole di non avere speranza, quel che fanno, combinare ironia con tragedia, violare norme etiche e culturali, non riesce a liberarli dalla sofferenza morale che provano. Come una maschera hanno indossato la provocazione per difendersi ma sarà proprio questa, quando qualcosa sta migliorando, che distruggerà loro stessi

Hanyeo – The servant – La cèrèmonie – The housemaid. I film ispiratori di Parasite.

Hanyeo (The housemaid)

Hanyeo (The housemaid) è del 1960 ed è considerato il film più rappresentativo di Kim Ki-young, nonché un classico del cinema coreano, tanto da aver influenzato molti tra i registi delle generazioni successive. I mutamenti sociali registrati dal cinema, spesso si sono concentrati sul tema della famiglia e in perfetta linea con la tradizione culturale coreana che vede nella famiglia un valore assoluto, Kim Ki-young si è appropriato del tema. In netto contrasto con il realismo, l’armonia, l’equilibrio e il sentimentalismo tipico del canone coreano, ha elaborato il suo racconto in tonalità melodrammatica, per esaltare le passioni, per accentuare l’espressività con cui vengono interpretate le sventure e i violenti contrasti. Un’intensità che a volte supera così tanto l’autenticità da suscitare la risata. L’esigenza estetica tradizionale aveva imposto troppa sobrietà, dolori repressi e sublimazione, adesso va sostituita dalla necessità di appagare un bisogno, dall’esperienza coinvolgente di soddisfare un desiderio. Ambientato in una casa la cui struttura tra piani inferiori e superiori, scale, porte scorrevoli, interni e balconi è ideale anche simbolicamente come luogo dove si svolgono i conflitti, è incentrato sulla psicologia femminile, ed è definito thriller domestico. Un racconto sulla distruzione della famiglia per l’infiltrazione di una cameriera sessualmente predatoria, prima seduttrice poi sempre più psicologicamente instabile, fino a divenire assassina e suicida che induce il suo amante al suicidio attraverso un rito, a voler legittimare la loro passione. Tutto è avvolto in un bianco e nero che oscura ancora di più l’atmosfera. Kim Ki-young è intenzionato a rappresentare avidità, brama di potere e sessualità, perché trova interessanti quelle emozioni che corrono violente. Lo fa con molta ironia, allontanandosi dall’eccessiva serietà associata all’istituzione familiare, mettendone in discussione i valori conservatori e avanzando dubbi anche sulle disuguaglianze sociali in determinate condizioni. Con sarcasmo fa la caricatura della famiglia, dove un marito moralmente discutibile che fa l’insegnante di pianoforte, si sottomette sessualmente alla cameriera che disprezza. Dove la moglie accetta di condividere il marito con l’amante, per non compromettere l’ascesa economica e per salvare le apparenze. Dove il figlio maschio è un bambino sprezzante che già manifesta alterigia e disgusto verso gli altri. Tutta questa storia di distruttività, è conclusa dal narratore che sembra voglia smorzare l’eccesso di orrore, facendo l’occhiolino allo spettatore, ammonendo tutte le famiglie su quel che potrebbe capitare.

The servant

1963. Tratto da un romanzo di Robin Maugham (parente del più famoso Somerset), la sceneggiatura della versione cinematografica è di Harold Pinter che ha definito i temi lavorando sulle forme del doppio, dell’ambiguità e dell’intrusione che scardina gli equilibri. Offrendo a Joseph Losey la struttura narrativa per la ricerca formale, con i continui movimenti della m.d.p. che sottolineano la non linearità del rapporto tra i personaggi, il nobiluomo e il suo servo. Anche qui l’intruso è un cameriere che si appropria dell’ambiente e del suo padrone per ridurli a rifiuti. L’indagine del film è concentrata sull’ambiguità di fondo dell’identità umana e della condizione esistenziale, sul comportamento dei protagonisti avviluppati dalla crudeltà che sottende il rapporto servo-padrone, qui rappresentati da un condiscendente aristocratico e un malvagio cameriere. Da una situazione del tutto ordinata, si passa all’irrazionale della trasgressione e del divieto, mediante vicende e relazioni che vedono i due ribaltare i loro ruoli e i loro rapporti che sono anche sessuali. Non sono l’uno il male e l’altro il bene. Il servo è qualcuno diventato così, ha già prestato servizio presso altri nobili che lo hanno ridotto così, cinico e malizioso e adesso si trova al servizio di qualcuno che non rispetta, perché troppo debole per troppa facilità di vivere. “La corruzione è insita nel rapporto di servitù, come stato d’animo, come potrebbe essere in ogni rapporto dialettico, tra giudice e giudicato, ispettore e indiziato, carceriere e carcerato” (parole di Losey). Quindi il film, più che un apologo moralistico con implicazioni politiche e classiste, per l’intreccio di sopraffazioni e per l’attrazione ambigua che prova il padrone, è una sconfortante analisi del dissolvimento di una identità. E se il servo ha preso il posto del padrone, non può per questo sentirsi più libero, all’interno di un ordine morente non ne esce neppure lui.

La cèrèmonie

1995. La sceneggiatura è tratta da un romanzo giallo di Ruth Rendell derivato da un fatto di cronaca accaduto in Francia nel 1933 che ha anche ispirato Jean Genet per la stesura de “Le serve”. Il titolo La cèrèmonie deriva dal modo di dire che usavano i francesi al tempo della Rivoluzione per indicare l’evento che portava alla morte per mezzo della ghigliottina. L’interesse di Chabrol è rivolto alle scelte che compiono gli individui nelle situazioni più estreme, perché più cariche di conseguenze e perché definiscono più di qualsiasi altre la personalità di chi le compie. In questo caso sono due i personaggi che commettono una strage, insieme, perché nessuna delle due sarebbe in grado di compierla da sola. Le due sono un’impiegata delle poste arrogante, sfrontata, logorroica, invidiosa e dominante sull’altra, una cameriera appena assunta da una famiglia ricca che non sembra molto sveglia e che pur riuscendo a svolgere molto bene il suo lavoro, nasconde di essere analfabeta, quindi rivela di possedere l’abilità dell’inganno. La cameriera all’inizio sembra tranquilla e svolge con cura le sue mansioni, fino a quando diventa amica dell’impiegata che nutre disprezzo per lo stile agiato dei ricchi signori e sta già macchinando per fare della cameriera il suo strumento di vendetta. Una storia di potere, manipolazione e segreti che esplode contro la rispettabilità borghese, nel momento in cui le due si trasformano in flippate in cerca di vendetta. Uno sfogo scoppiato per cause oscure, provenienti da zone d’ombra della psiche, perché solo così si può dar motivo di tanta irrazionalità. Per tutta la durata del film non ci sono colpi di scena che possano annunciare il tragico finale, la m.d.p. non indaga e si limita a registrare gli avvenimenti, come gesti quotidiani qualsiasi. L’allegra ferocia con cui le due celebrano il rito (la cèrèmonie) omicida, non sottintende alcuna vendetta di classe, lo stesso Chabrol ironizzò a quattro anni dalla caduta del muro di Berlino, dicendo che si trattava dell’ultimo film marxista. Solo confuse aspirazioni e fascinazioni irresistibili verso la rovina.

The housemaid

2010. Cinquant’anni dopo, Im Sang-soo realizza il remake di The housemaid. Il punto di vista è diverso, là intrigante inquietante sullo sviluppo dell’identità femminile, con le minacce e i danni che una donna infligge alla famiglia, qui, adesso che i rapporti di potere sono cambiati e le persone reagiscono in modo diverso, l’intento è uno studio sulle relazioni di classe e sul deformato senso del diritto dei ricchi. Quando uscì la prima versione del film nel 1960, le spettatrici coreane nelle sale cinematografiche reagirono urlando “uccidi la pazza!” e l’attrice che interpretava la parte, fu costretta a concludere la sua carriera per le minacce che riceveva. L’intrusa predatrice operava una sovversione intollerabile, la sua avidità immorale si contrapponeva alla “buona moglie che fa bene alla nazione”, che se questa lavora lo fa per aiutare il marito, così possono accelerare i tempi per trasferirsi in una casa occidentale piena di oggetti di lusso. Nel film più recente la cameriera non veste i panni della femme fatale, ha una natura gentile e infantile e, se prima asseconda il padrone, poi diviene vittima della sua famiglia appartenente alla classe dei nuovi super ricchi coreani che, ci dice il regista, sono affetti da un complesso di inferiorità derivante da cinquant’anni di dominio coloniale giapponese che provoca in loro una violenza inaudita che esercitano soprattutto in casa. La casa in questo film è imponente, contiene apparecchi costosi, il tecno camino, una scala interna sontuosa, quadri. I signori ogni giorno gettano parecchio cibo avanzato, la m.d.p. indugia troppo sui dettagli, così come fa con le scene di sesso, spogliandoli della loro funzione simbolica presente nel primo film. L’opulenza è grande tanto quanto il distacco dalla realtà di coloro che la esibiscono. Il padrone è un uomo di potere che, facendo suoi certi cliché del nobile occidentale, saper degustare buoni vini o suonare al pianoforte Beethoven, pensa che questi lo rendano raffinato ed elegante. La ricchezza gli consente di avere a disposizione tutto e alla sua logica del consumo appartiene anche il corpo femminile. In questa nuova versione c’è un personaggio aggiunto, la governante anziana molto efficiente, apparentemente fredda, in realtà piena di rabbia e di disprezzo. A lei sono affidate le battute più cariche di biasimo, le più divertenti, e risulta essere quella che esprime l’unica vera critica di classe, quando definisce la famiglia composta da persone disgustose. La cameriera giovane dopo aver ceduto al suo padrone tenta di cambiare le regole, tenendosi il bambino che vogliono farle abortire, ma viene stritolata dal meccanismo. La famiglia può tornare così al suo stato iniziale e lei, modellandosi alla mostruosità dominante nella casa, si adopera in un suicidio spettacolare, recando loro un danno che ricorderanno per un pezzo. Im Sang-soo si è detto poco deferente nei confronti del film di Kim Ki-young, che ha il suo principale merito nell’essersi mostrato propenso a esplorare ciò che si nasconde sotto i personaggi. Avesse seguito questa inclinazione, anche lui non avrebbe smarrito il potenziale sovversivo della storia e, avrebbe concluso il suo film con una ribellione femminile costruttiva invece che autodistruttiva.

Senza titolo

Cetrioli salati alla russa

Esiste un modo per riavere il ricordo del sublime. Basta mangiarlo.

Così anch’io ho iniziato a mangiare cetrioli alla russa.

…….andavamo a sedere sulla Promenade des Anglais. Le poltrone erano a pagamento anche là, ma era un lusso che al momento non potevamo offrirci. Scegliendo bene la poltrona ci potevamo piazzare in modo che sia l’orchestra del Lido che quella del Casinò fossero alla nostra portata senza dover pagare un soldo. Di solito la mamma portava, discretamente nascosti dentro la borsa, pane nero e cetrioli salati, le nostre ghiottonerie preferite. Pertanto, a quell’epoca si potevano vedere, verso le nove di sera, in contemplazione della folla di bighelloni sulla Promenades des Anglais, una distinta signora dai capelli bianchi e un adolescente in giacca azzurra, seduti con la schiena alla balaustra mentre assaporavano cetrioli salati alla russa con pane nero su un foglio di giornale posato sulle ginocchia. Ed erano buonissimi.

La promessa dell’alba – Romain Gary

https://laurabzzhome.wordpress.com/2019/10/05/romain-gary-la-notte-sara-calma-la-promessa-dellalba-la-vita-davanti-a-se-biglietto-scaduto/

Daniil Charms -Casi- Racconti di anni diversi, materiali pseudo-autobiografici, lettere, diari, scritti teorici.

“A me interessano solo le sciocchezze, solo ciò che non ha alcun significato pratico. La vita mi interessa solo nel suo manifestarsi assurdo. Eroismo, pathos, ardimento, moralità, commozione e azzardo sono parole e sentimenti che mi sono odiosi. Ma comprendo perfettamente e ammiro: entusiasmo ed esaltazione, ispirazione e disperazione, passione e riservatezza, dissolutezza e castità, tristezza e dolore, gioia e riso”.

Precoce nella poesia, quando ha vent’anni si precisano le sue inclinazioni letterarie che sono quelle dello sperimentalismo che punta ai valori puramente fonetici della parola.

Andava/ una fanciulla/ portando/ un ritratto/ sul ritratto/ c’era un cornetta./ Al cornetta/ al posto/ delle braccia/ sulla guancia/ pendeva/ una prefettizia/ e nella tasca/ della prefettizia/ si muoveva/ la mano. (Passeggiata 1926-1928?)

Compone per bambini racconti prose e liriche e insieme ad altri poeti fonda nel 1926 il gruppo letterario-teatrale Oberiu. Le serate degli oberiuty sono enigmatiche e provocatorie, suscitano le violente reazioni del pubblico della stampa e delle autorità che lo arrestano una prima volta nel ’31 e lo costringono al confino. L’impossibilità a pubblicare ha gravi conseguenze non solo per la sua situazione economica. Nel 1941 viene arrestato nuovamente e dopo umilianti costrizioni, obbligato a ritrattare e ripudiare ogni cosa scritta e le proprie idee. Una vera e propria abiura. Sarà internato in un ospedale psichiatrico, dove muore di fame a trentasette anni, nella Leningrado assediata dall’invasione tedesca.

La spinta creativa che aveva caratterizzato in Russia lo sviluppo delle cosiddette avanguardie storiche, si scontra con una struttura sociale e politica rigida. Se da un lato il Futurismo con Majakovskij tenta un esperimento che sia rivoluzionario e al tempo stesso ufficiale, ogni sperimentalismo incontra ostacoli e proibizionismo e la critica è sempre più spesso condanna e intimidazione. Il sospetto e la minaccia diventano una condizione quotidiana del vivere, ed è quello che sta dietro le pagine di Charms. La sua prosa passa dalla fase sperimentale degli anni ’20 a una fase di ricerca di forme più complesse, nel mezzo, durante gli anni ’30 c’è un momento tradizionale, una fase di crisi o di assestamento intorno a nuclei problematici i cui temi sono: sul problema della conoscenza e del rapporto con il mondo, l’assurdo come risultato dell’indagine conoscitiva e la tensione verso il divino come possibilità per superare l’assurdo.

Scrive poesie che testimoniano la ricerca sulle possibilità espressive del ritmo e del suono, su una componente giocosa vicina alle cantilene e alle filastrocche, oppure poesie dialogiche dal breve domanda-risposta

Dalle diverse sciagure/ preserva Iddio? / Risposta:/ Preserva e addirittura / nelle sue mani tutta la vita è più sicura.

Oppure strutture teatrali dove le varie contaminazioni diventano qui una scelta e materializzano l’estetica charmisiana, vale a dire la moltiplicazione dei punti di vista, lo sconvolgimento delle gerarchie, la volontà di colpire lo spettatore con mezzi diversi: massima condensazione poetica, svuotamento di senso, contaminazione tra poesia e teatro, testo e vita quotidiana, rappresentazione dell’assurdo. È il preannuncio con vent’anni di anticipo di Beckett e Ionesco.

Il repertorio spazia tra la cronaca giornalistica il pettegolezzo di strada il verbale. La forma miniaturizzata si presta particolarmente alla concentrazione dei fatti narrati rovesciandosi nel suo opposto, in quei racconti dove non succede niente e dove viene annullato il finale. Oppure di eventi anche troppo notevoli, di fatti eccezionali con uccisioni, amputazioni, incidenti, arresti, presentati come normali e dove dall’eccesso si passa allo smorzamento.

I rapporti di causa-effetto sono particolari, alcune sequenze non hanno alcuna causa, il caso è significativo proprio perché è assolutamente arbitrario. Può esserci un legame tra minuscoli fatti indipendenti oppure fatti straordinari sono collocati uno dopo l’altro senza motivo, il legame è preteso da motivazioni assurde e ignote. Il registro nell’impostazione del racconto è quello dello straniamento, il narratore è emozionalmente assente, il tono neutrale della narrazione contrasta particolarmente con gli episodi di violenza sempre immotivata e insensata.

Le sopraffazioni privano di significato la violenza stessa, poiché in un mondo disumanizzato anche la crudeltà perde i connotati del dolore e si riduce a puro gesto meccanico.

Il grottesco oscilla tra il tragico e il comico tra humour e incubo

è una presa di posizione, unica visione possibile di un reale non più leggibile. È un’illusione considerare che il reale sia strutturato in modo comprensibile, non c’è niente da comprendere.

Il tentativo del poeta con i suoi scritti teorici di mettersi in relazione con il mondo per registrarlo e misurarlo, evidenzia che se l’unico strumento conoscitivo a disposizione è la parola si tratta di un’arma assai povera. La forma intelligibile del mondo si sottrae a qualsiasi logica e razionalità, ci sono solo frammenti che si lasciano vedere ma non si ricompongono in un tutto dotato di senso. Charms è sempre stato attratto dai procedimenti della conoscenza, dalla logica e i suoi segni, dai simboli in cui la conoscenza si cristallizza

ma la sua indagine è sempre ironica, perché dopo ogni tentativo di appropriazione del reale c’è la certezza all’impossibilità della conoscenza. Il “caso” è la conseguenza di un principio, l’assurdo è l’evidenza dei fatti. L’unica possibilità è nella fede, in qualcosa che superi il piano del plausibile, il miracolo. Succede però che se in Dostoevskij la grazia che scende su Raskolnikov è connessa alla sua colpa da un legame di necessità, in Charms c’è una morte orribile ma senza senso di colpa del protagonista e proprio per questo la sua redenzione improbabile e il miracolo non può compiersi malgrado la disperata volontà di fede che leggiamo nelle pagine del suo diario.

a cura di Rosanna Giaquinta
Bisogna scrivere versi tali che a gettare una poesia contro la finestra il vetro si deve rompere. (autoritratto)

Jaroslav Hašek – Racconti

Una stella a cinque punte è la rappresentazione della prosa per Bohumil Hrabal, formata da Kafka, Klima, Deml, Wiener e come prima punta da Jaroslav Hašek che ha dato senso a una certa esistenza che si può osservare a Praga per colui che non ha niente da perdere e che si trova in situazioni dove a chiunque gelerebbe il sangue. Complicato è il contesto in cui poterlo collocare sul piano stilistico: humour nero, racconto storico/umoristico, satirico denso di scetticismo o qualunquismo anarcoide? È altresì difficile inserirlo tra quelli che scrivono fuori e contro la società e le sue idee, ne nega i valori ed è anche contro quelli della tradizione letteraria ma definirlo un “maledetto” vorrebbe dire situarlo tra i romantici rivoluzionari o intellettuali colti e dada, lui maledetto e dada lo è, però sui generis. È ignorato e osteggiato, incompreso, dicono sia trascurato nello stile, non ha una bella forma ed è senza regole, non è un prodotto intellettuale e non è poetico, in realtà non è vero che sia incolto, semplicemente la sua cultura non coincide con quella alta. I suoi racconti sono carichi di humour antiistituzionale, humour plebeo, presurrealista, ma dove non è alle prese con l’ideologia borghese e le istituzioni è ricco di humanitas, è intimo e sorridente (es. Il giuramento di Micha Gamo). Al momento giusto, nel 1918, fu anche capace di impegno politico e ideologico a sfatare la leggenda del suo essere qualunquista.

Maledetto perché è contro, fuori, pieno di rabbia malgrado il ghigno, di questo è fatto il suo mito che egli stesso alimenta conducendo una vita durissima, da irresponsabile, all’insegna della libertà scatenata ma accompagnata da tristezza e anche da tragedie. La sua vita singolare e attraente, straordinariamente rischiosa perché ricca d’incognite è significativa per ricostruire non solo il contesto sociale e psicologico ma anche quello letterario, elementi indispensabili per comprenderlo anche se mai sino in fondo, perché rimane sempre un’impenetrabilità. Hašek è irriverente nei confronti delle istituzioni, della chiesa, degli insegnanti, quando scopre l’inclinazione letteraria comincia a scrivere racconti sarcastici che ridicolizzano vari personaggi a cominciare dal rettore dell’Accademia che frequenta, portato in giudizio si fa beffe anche del giudice. Comincia e conclude in fretta svariati lavori, vagabondaggio e ubriacature in osteria lo portano ad avere spesso problemi con la polizia. Scrive su vari giornali e su quello di zoologia per noia inventa scoop sensazionali su balene sulfuree, pulci paleozoiche e lupi mannari con pedigree. Licenziato fonda un istituto cinologico in cui raccoglie cani randagi che dopo opportune modifiche, tipo tintura del pelo, vende come cani di razza. Le sue imposture lo portano dinanzi ai tribunali, forse tenta il suicidio gettandosi da un ponte, magari è un’altra delle sue provocazioni, di sicuro viene internato per curare l’alcolismo. Dimesso fonda il “Partito del progresso moderato nei limiti della legge” e durante i comizi il pubblico è invitato a fare domande, la prima gratuita le altre dietro pagamento di una pinta di birra. L’intento è osteggiare l’odiata monarchia asburgica e i partiti progressisti che con la moderazione vorrebbero portare i cechi verso l’indipendenza. Alle elezioni ottiene 38 voti ma la sua fama cresce nelle osterie. Quando nel ’14 scoppia la guerra cambia identità per fuggire alla chiamata, quando viene arrestato nell’interrogatorio dice di averlo fatto per tastare l’efficienza della polizia. Ammesso alla scuola per la formazione degli ufficiali sono talmente tanti gli episodi di indisciplina che lo espellono lo incarcerano e lo inviano in un centro d’addestramento che gli fornisce un sacco di materiale per il suo Svejk, il soldato cretino. Spedito al fronte in Galizia si arrende ai russi che lo spediscono ai lavori forzati e lì, come volontario nelle legioni ceche che combattono a fianco dei russi, il suo ruolo sarà reclutare e fare propaganda antiaustriaca. La rivoluzione d’ottobre lo porterà a schierarsi per l’appoggio ai soviet nella speranza di raggiungere l’indipendenza dall’Austria. Accusato di alto tradimento si nasconde nei villaggi del Turkestan fingendosi il figlio scemo di un colono tedesco. Grazie all’intercessione di importanti personalità della sezione ceca dell’Armata Rossa eviterà nuovi arresti e sarà incaricato di organizzare la propaganda rivoluzionaria. Dal 1920 divulga l’importanza della Terza Internazionale, entra in contatto coi comunisti cinesi, redige riviste in tedesco, inglese, burjato mongolo e cinese. Finalmente può tornare in patria dove è accolto con freddezza anche dagli altri scrittori cechi, in più, con un’accusa di bigamia che gli pende sul capo è continuamente sorvegliato dalla polizia. La sua situazione economica è disperata, si sente odiato perciò riprende a bere, sono solo gli amici a soccorrerlo. Nel ’22 trova un accordo con un editore che gli consente un compenso regolare che gli permette l’acquisto di una casa, malgrado la sua salute peggiora giorno dopo giorno non riesce a smettere di bere e nel 1923 a soli trentanove anni muore.

Il buon soldato Svejk

I racconti traggono spunto dagli avvenimenti della sua vita reale e dall’ambiente circostante, mediante una visione irriverente e grottesca narra la psicopatologia della vita quotidiana. Narra storie su casi giudiziari paradossali, fatti quotidiani diventati bizzarri perché compiuti da personaggi stravaganti, vicende bibliche che riportate nella loro oggettività perdono sacralità e senso di ordine assoluto, accadimenti di guerra di gerarchie militari e poliziesche tutte insensate e assurde. L’eccezionale è che ogni avvenimento o avventura è folle idiota o scriteriata senza dirlo mai direttamente, ma ogni cosa è scritta.

Il processo a Cam figlio di Noè Cam ha trovato suo padre Noè ubriaco e seminudo addormentato in giardino e poiché non l’ha coperto è accusato di infrangere il quarto comandamento. Il peccato del parroco Andrea Nel suo libro De retractatione vel librorum recensione, Agostino ha definito eresia la fede negli antipodi. Per il fatto di appartenere agli antipodi, anche la fede nell’esistenza dell’Australia significa reato di eresia, aggravato dall’imputato parroco Andrea con la spedizione di una lettera al fratello a Sidney, Australia, agli antipodi. Su un censore Quando uno fa la fatica di cercare in 500 pagine le singole frasi da incriminare e di comporle poi in modo che si possa accusare uno scrittore. Il piccolo bisogno e la giustizia “Noi dobbiamo indagare accuratamente in che misura voi abbiate danneggiato l’amministrazione cittadina col vostro comportamento. Non ricordate per caso quanti decimetri quadrati di selciato avete asperso? ” “Per tre anni ho ricevuto convocazioni perché andassi a farmi detenere per sei ore”. Racconto sulle cimici Ogni prigioniero politico aveva in media cinquemila cimici, otto custodi, un custode capo, un ufficiale e un settimo di direttore in quanto i prigionieri erano sette, le cimici trentacinquemila, i custodi cinquantasei, i custodi capo sette, gli ufficiali sette e il direttore era uno. Le proteste per le cimici ebbero il solo effetto di produrre anziché pulizia un’interpellanza presso il ministero della Giustizia da parte del direttore, che ottenne come risposta l’informazione della convocazione di un congresso di giuristi per trattare la questione e un questionario da compilare con domande su quale fosse il tipo di riproduzione delle cimici, sull’influenza che queste hanno sui detenuti, se sono stati osservati casi di tortura su cimici gravide, in caso affermativo come si era comportata l’autorità religiosa del penitenziario. La piccola orfanella e la sua misteriosa madre Dove le edizioni dei giornali con articoli sempre più sensazionalistici, oramai da rubrica fissa, se ne occupano al solo scopo di guadagnarci sopra. Il rapinatore omicida in tribunale Nella sala delle udienze l’eccitazione è grande, ogni seduta è uno spettacolo. Le brutalità raccontate eccitano il pubblico, le signore mandano bacini ai giurati e questi scrutano con aria sanguinaria l’imputato, il quale dopo la sentenza di condanna a morte mediante impiccagione emise una flatulenza, che non fa parte delle maniere della buona società. La misteriosa scomparsa del profeta Elia Elia gira per la Palestina accompagnato da due orsi che aizza contro due ragazzini che lo prendono in giro. I genitori di uno si rivolgono al tribunale per ottenere il risarcimento, perché questo sia il più alto possibile esagerano sui danni materiali, dichiarando che il ragazzo per non sentire freddo indossava diciannove camicie, diciannove cappotti, diciannove calzoni, aveva con se diciannove monete d’oro e per sapere sempre che ora fosse portava diciannove orologi. Quanto misurano di collo I commissari di polizia Sliva e Klabicek erano uno nero e l’altro biondo. Stavano sempre insieme e facevano insieme una specie di bandiera giallonera vivente. Il commissario Klabicek aveva oltretutto i baffetti rossi, sicché insieme ai baffetti era il tricolore pantedesco: nero rosso giallo. La scienza chiama questo fenomeno mimetismo. L’animale si adatta col colore all’ambiente in cui vive. Tentativo di intrattenimento astinente ovvero una serata americana Una gentile signora americana con idee proibizioniste tenta di educare alla sobrietà con giochi di società, è tale l’ottusità del proposito che non si accorge di quanta birra circola lì intorno e neppure di come sia finita cavalcioni sulle ginocchia di un partecipante. Unimpresa onesta “La gente è scema”, continuò a filosofeggiare “più è grossa una stupidaggine e più mette mano alla tasca per poterla vedere”. Così costruisce una baracca vuota e buia con un’entrata e un’uscita, dove la gente entra sfila ed esce liberata per aver visto una meraviglia indimenticabile fatta del niente assoluto. Gli orecchi di S Martino di Ildefonso Gli furono tagliati perché non voleva rivelare al re Alfonso la confessione della regina Isabella. Si tratta di un santo martire inventato così come Santa Margherita Nera, la cui immagine collocata all’interno della cattedrale di Siviglia era venerata perché le sudavano i piedi e i fedeli per una modesta somma potevano leccare quel sudore. S. Martino era stato inventato dall’Inquisizione per arginare il fenomeno dell’eresia. Comandante della citta di Bugul’maE scosse la polvere dai suoi piediChen-ssu la verità supremaIl bravo soldato Svejk Tutti relativi all’esperienza di guerra e alla sua follia assurda. Guida al nulla Itinerario al viaggio dentro le bellezze del nulla, dove non c’è niente e dove i ringraziamenti doverosi vanno allo sconosciuto vagabondo che in quel luogo dove non vi sono monumenti né bellezza nei dintorni, stava disteso sull’erba con una bottiglia di acquavite e mi fece notare che anche lì si stava bene.

Bohumil Hrabal – Opere scelte

-Io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero non si scioglie in me come alcol, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola nelle vene fino alle radicine dei capillari.- Una solitudine troppo rumorosa

Esattamente così, non si legge Hrabal, si sorseggia, all’inizio anche un po’ faticosamente per quelle liriche riflessive, impressioniste, dove prevale la metafora e il decorativismo. Poi pian piano si diventa più pratici delle sue associazioni e quando sono arricchite da maggior lirismo allora è fatta, ti si scioglie dentro. Si comincia con i versi delle poesie in prosa d’ispirazione apollinairiana, il surrealismo lo aiuta ad ampliare lo spazio immaginativo dei suoi contenuti che sono e saranno sempre gli stessi, gli ambienti e le persone che frequenta nelle osterie, nelle fabbriche e in ferrovia che gli forniscono un’infinità di materiale. Passato il periodo della sperimentazione, il “trascrittore”, così si autodefinisce considerando la sua una scrittura che registra linguaggi e fatti di vita che gli accadono attorno, comincia ad usare espressioni originali e slang con l’obiettivo di riprodurre lo splendore e la grettezza di un microcosmo, dove ci sono vite tempestose in mezzo alla banalità e al di fuori della Storia. Narra vicende che si susseguono senza sosta come tanti microracconti, pagine di narrazioni drammatiche, altamente umoristiche, sentimentali, con continue citazioni di scrittori e filosofi, con discorsi sconclusionati, scombinati, dadaisti, assurdi eppure tremendamente lirici, alla Chaplin. Sono stramparloni coloro che possiedono la capacità di essere logorroici, di ingarbugliare se stessi e i fatti in un intreccio di parole e di atti stupefacentemente belli. Sono persone comuni o appartenenti al gradino più basso della scala sociale, ma sono quelli che spesso dicono di più con le loro esperienze profonde, accadute in ambienti duri, disumani, che fanno scaturire la giocosità e una posizione etica a partire dal ridicolo. Il suo realismo magico è apolitico e non ideologico, a-morale per come riporta la spontaneità senza senso di colpa della sfera erotica, senza vergogna, fanno parte del Ludibrionismo, di quelle cose che si designano come oscene o dileggi. La meraviglia è il carattere lirico che illumina i suoi testi, il rispondere ridendo alle tragedie non è sarcasmo, non fa passare sotto silenzio la tragicità ma svela l’ambivalenza particolare della sua intrinseca complessità.

In Hrabal ci sono cose intellettualmente importanti e stilisticamente belle ma ogni lettore decodifica a suo modo rischiando la banalizzazione e l’idillio, come ho fatto io che ho raccolto frammenti di evocazioni commosse alla luna.

La bella Poldi -……quando la luna folle rispecchia i riflessi dei suoi riflessi anche l’aria è imbrattata di lei……Così tra due lune-grembi risplendè la luna della mia vita………E ridivenni sole e la mia morte semplice luna del mio volto.

Mortomat ….amarsi su una panca al chiaro di luna, ora felice.

Caino…..Gli occhi di lei erano chiari e indulgenti e aveva il colletto pulito come la mezzaluna che stava spuntando in quel momento.

Gli stramparloni……oramai era buio e sopra il querceto era spuntata la luna, una enorme luna gialla, e si rispecchiava fino a me, stavo seduta su una pietra e con le gambe sguazzavo nell’acqua in cui si rispecchiava quella luna gialla e poi mi sono lasciata scivolare nell’acqua e ho nuotato in quell’acqua d’ottone, mi piaceva nuotare nel riflesso della luna, smuovere con la mano quel colore metallico, e se alzavo un braccio ce l’avevo di ottone……..La ragazza delle ninfee ebbe un tremito fino a dove sarebbe volata se si fosse staccato il seggiolino? Forse fino in mezzo al fiume, dove avrebbe mandato in frantumi la luna che vi si rispecchiava. …..La luna era appesa sopra la città e nella fontana il getto d’acqua giocherellava con la pallina bianca da ping pong…….”Vede quella luna storta”……Attraverso i rami la luna illuminava i polsi ammanettati. Il guardiano era fermo vicino alla panchina, macchiata di luce bianca, e gridava:”Non ve ne andate ancora! Guardate questa bella notte! Questa luna storta……

Treni strettamente sorvegliati …….Sulla luna passò una lunga nuvola e cominciò a fioccare neve ghiacciata. …La luna affiorò da quella nuvola di neve e nella notte gelida le piane dei campi scintillavano. …La luna era nascosta dietro una nuvola beige dalla quale fioccava così fitta la neve, eppure quella piccola nuvola si vedeva sempre. ….Strappai quella catena alla quale si teneva il morto, e alla luce della luna vidi che era un piccolo medaglione…..

Inserzione per una casa….bolle di silenzio salgono fino alla luna che si esercita al trapezio della notte.

Ho servito il re d’Inghilterra….. Fra passeggiate nel parco per le notti di luna….Ora stava correndo per il giardino inondato dalla luce della luna….Prese a dondolare come una sedia a dondolo e guardava quel ramo disegnato sulla falce della luna.

Un tenero barbaro…Salimmo per la via crucis alla chiesa in rovina. La luna splendeva, e così percorrendo il viale dall’ombra profonda degli alberi frondosi passavamo nella calce della luce lunare….Poi Vladimir tastò il cancello e senza far rumore lo aprì. Entrammo nella chiesetta diroccata, attraverso un foro nel muro splendeva la luna. …..la luce della luna nella chiesa era accecante. ….Poi allungò una gamba, con la punta della scarpa toccava la luce perpetua senza luce e faceva dondolare quel vasetto decorativo appeso a tre catenelle chiazzate in modo che entrasse nella luce clorata della luna e si accendesse, fino a diventare accecante…..il pendolo dell’eternità scompariva nelle tenebre sempre come un uccello notturno, ma quando compariva nella luce della luna, il vasetto si accendeva come uno stupendo fagiano, come l’araba fenice, per un momento rimaneva immobile, quando raggiungeva la fase culminante, per la forza di gravità e il movimento naturale della scarpa di Vladimir tornava nel buio. E l’intero meccanismo, fissato al soffitto con una catenella, cigolava tenero, perché i cerchietti si strofinavano rugginosi l’uno contro l’altro come i dischi di una spina dorsale malata.

Una solitudine troppo rumorosa…..Sulla testa gli misi quel suo berretto da ferroviere che stava appeso alla cabina e andai a prendere Immanuel Kant e tra le dita gli aprii quel bel testo, che mi ha sempre commosso…Due cose riempiono il mio animo di un’ammirazione sempre nuova e crescente. ….il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me….Poi però ci ripensai e sfogliai le frasi più belle. …del giovane Kant. ..quando la luce tremolante di una notte d’estate è piena di stelle tremolante e la luna è immobile nel plenilunio, vengo lentamente risucchiato in un’altra sensibilità piena di amicizia e di disprezzo pel mondo e per l’eternità. ….E mentre il vecchio artista stava sulla scala e lottava per raggiungere l’espressione del volto alla luce della luna, che era sbucata e splendeva per indicare la via dello scalpello all’artista…..Per la scala scendevano le scarpine bianche e i pantaloni bianchi, mentre la mantella azzurro chiaro si fondeva con la notte di luna come se scendesse dai cieli…….Piume in pietra, piume che mentre partivo brillavano là nella luce della luna come due finestre illuminate di un castello stile impero nella profondità della notte.

Luttobello ….Non avevo altro desiderio che avere a casa simili lampioni parlanti…protendere le braccia e meravigliarsi della luce verdazzurra che somiglia alla luce di una notte di luna, quando la luna piena mi faceva sempre alzare dal letto e io protendevo a quella luce braccia e gambe, sentivo che quella luce aveva anche un peso, come se dall’alto venisse versata farina o polvere di stelle. E tutto nella stanza è come un sogno e si cammina sulle punte dei piedi, perché la notte di luna mette paura….

La notte dei bucaneve…..Un boschetto di betulle..e il prato dietro i tronchi d’albero biancheggiava e si levava una nebbia e su tutto sbirciava la luna, ma una luna così stupida da esser magnifica come un deficiente. ….Una panchina verniciata di bianco e la luna si specchiava sul piano e la ragazza si sedette su quella luna…

Quadernetto dell’attenzione che non distingue…Verso il sole ho la stessa possibilità reale di prendere tra gli ultimi ramoscelli protesi la rugiada che cade, la pioggia le stelle e tutte le fasi della luna di notte….-Tra tutti gli strumenti quello che preferisco è l’ago. Al posto della testa ha una cruna in cui si infila il filo, e così con quell’ago si cuce. A volte quando guardo in alto una notte di luna ho la precisa sensazione che qualcuno mi infili la luce della luna nella cruna dell’occhio dentro la mia testa. A volte quando chiudo gli occhi ho la sensazione che qualcuno mi infili dall’alto tutti i pensieri belli nel cervello, e così vengo a conoscere cose di cui non so nulla-…….Ogni cosa che mi venga incontro sempre mi colpisce, mi terrorizza, mi distrugge a tal punto con la propria bellezza che non sono capace di fissarla negli occhi, qualsiasi cosa mi venga incontro, tutto è più forte di me, ho bisogno sempre di riprendermi, di risollevarmi da un breve svenimento non solo per le persone, ma per esempio anche quando la luna balza sopra i prati nuovi mi colpisce, talmente che non sono in grado di guardarla, devo guardare prima a sinistra, poi a destra, e soltanto dopo con smisurata agitazione la fisso negli occhi, per abbassare gli occhi un secondo dopo, come se mi lanciasse un’occhiata una bella donna della quale so per certo che se mi rivolgesse la parola comincerei subito a straparlare, e nello squilibrio del discorso ci vuole molto tempo prima che torni tranquillo. Allo stesso modo vengo confuso da un bel fagiano, da una capriola che con riverenza si alza se la sorprendo distesa nel mio giardino, il mio primo desiderio è di schizzare via dalla fonte della mia commozione, scappare e portare con me l’impressione che mi scorre addosso come un amore a prima vista, allo stesso modo quando vedo un bel porcinello rosso sotto le betulle, guardo subito da un’altra parte, sono tutto tremante, mi agita tanto quel primo sguardo così prezioso proprio come un campo di frumento ondeggiante, come un bel cavolo rivestito di mercurio, come i fuscelli di una pannocchia. Dev’essere per il fatto che con quel primo sguardo d’amore penetra dentro di me l’essenza di ciò che vedo, ma io in quell’attimo per un momento divento, irrompo nella cosa appena vista. Dovrei essere uno spaccone, dovrei essere un ganzo, ma sono un umile amante impaurito dalla bellezza che in ogni cosa mi è venuta incontro. Perciò gusto ogni cosa solamente quando è tardi, soltanto dopo, quando le immagini tremolanti si placano ….Non mi sazio mai di guardare i gatti che giocano con la luna……..

Il manuale di un apprendista stramparlone….Sono un estimatore del sole nei ristoranti all’aperto, un bevitore della luna che si specchia nel selciato bagnato.

Il flauto magico…….Sere di luna, sere cineree, un tempo ero giovane e ogni cosa era diversa…Sarà una notte fredda e ci saranno le stelle, e di scorcio dalla mia finestra al quinto piano stasera vedrò la falce della luna….-P.S. E a casa mi sono messo a sfogliare la conclusione del terzo capitolo della Terra desolata di T.S. Eliot e dal quinto piano l’ho letta alla luna….

Luragano di novembre…..Cara Dubenka sono a Kersko e dietro i boschi è spuntata la luna, è forse il quinto giorno dopo il plenilunio, fa freddo e la luna è come una grossa scheggia di una vetrina, è di un pallido arancione. …..

Romain Gary: -La notte sarà calma- -La promessa dell’alba- -La vita davanti a sé- -Biglietto scaduto-

“Credevo che si potesse, in letteratura come nella vita, piegare il mondo secondo la propria ispirazione e restituirlo alla sua autentica vocazione, che è quella di un’opera ben fatta e ben pensata. Credevo alla bellezza, e quindi alla giustizia. ” –La promessa dell’alba

Scrittore al di fuori delle principali correnti letterarie, tanto che non gli è mai stata riconosciuta una grande dimensione letteraria, la critica si è concentrata principalmente sulle questioni di identità. Le sue molte facce e i suoi tanti pseudonimi vengono attribuiti al gusto per il travestimento a tendenze schizofreniche o al rifiuto della realtà. C’è da chiedersi: se si costruiscono storie, non è per aiutarci a vivere? Se si inventano altre identità non è per scivolare facilmente nei panni degli altri e fingere di avere tutta un’altra vita? Il continuo confronto tra realtà e finzione non sono i presupporti per diventare uno stimato romanziere? Comunque, ogni suo scritto è ridotto ad analisi troppo rapide e molti aspetti sono appena toccati. Ha certamente posto l’immaginazione al di sopra della concentrazione sullo stile, tuttavia ha sviluppato in esso quel tratto comico, probabilmente derivato dalla tradizione ebraica dell’Europa centrale, che ha via via utilizzato come sberleffo provocatorio parodia e autoscherno, come prova di resistenza per smascherare l’inautenticità, come banco di prova per la ricerca della verità, sul quale niente e nessuno ha da temere se esce indenne da queste aggressioni. “Il comico è un richiamo all’umiltà, è un’affermazione di dignità, per questo lo rivolgo tanto più volentieri verso me stesso” –La notte sarà calma– . Diventa mancanza di rispetto nel momento storico in cui la ricerca della verità semplice e onesta va contrapposta alla frode ideologica intellettuale, aspetto più ignobile del ‘900. Lui, uomo della Francia libera che non ha mai smesso di proclamare la sua lealtà alla confraternita combattente, con l’umorismo si salvò perché gli permise di superare la delusione per il divario tra i tributi pagati e l’avidità di una società che ha voltato le spalle a quelli che hanno dato la vita. Tuttavia non è rimasto fermo alle commemorazioni del passato, ha osservato e sostenuto le generazioni successive e i movimenti degli anni ’60 e ’70. Ha criticato la politica europea fino alla metà degli anni ’70 sottolineando quelli che dovevano essere i fondamenti dell’Europa e la sua vocazione umanistica, “Non c’è politica possibile se prima non mette radici la cultura…I politici non pensano veramente al futuro. Non c’è (1973) alcuna programmazione per l’avvenire, discorso politico in cui non si avvertono inadeguatezza e le piccole furbizie dei monchi. …..Quando si fanno scelte politiche bisogna astrarsi da se stessi, bisogna partire dagli uomini….invece sono solo modi per rifiutare il cambiamento, diverse le maniere di sistemare le poltrone e le cuccette dell’espresso, ma senza alcuno sforzo per spostare i binari, la direzione. “-La notte sarà calma-. Fautore di una civiltà che abbia i suoi valori in principi femminili (non dice femministi): dolcezza, tenerezza, maternità, rispetto per le fragilità.”È banale sostenere che basta sostituire le donne agli uomini per il semplice motivo che la maggior parte delle donne che “fanno” sono state già ridotte al rango di uomo in virtù delle esigenze stesse e delle condizioni della lotta. Le idee prendono corpo e forma tra le mani, prendono la forma, la delicatezza o la brutalità delle mani che danno loro corpo, ed è venuto il tempo che le idee siano raccolte dalle mani di una donna”-La notte sarà calma-. Condanna i pregiudizi morali contro l’aborto come vere e proprie bassezze, definendoli principi di chi se li può permettere e parte di un cristianesimo privo di umiltà e di pietà.

Pioniere delle rivendicazioni ecologiste, fa sue anche le denunce di arretratezza e sfruttamento del cosiddetto terzo mondo. Tutti i suoi libri gravitano attorno al tema di una costitutiva fragilità e i personaggi trovano la forza di rimanere attaccati alla speranza di qualcosa. Illusioni? Forse, mai però storie fraudolenti, piuttosto versioni ottimizzate della verità. Vero è l’orrore per quello che causa odio dispotismo guerre e tutto ciò che ci rende infelici, cioè una vasta schiera di nemici contro cui ogni uomo degno di questo nome deve battersi; primo tra tutti il dio della stupidità, poi quello delle certezze assolute, poi quello della meschinità del pregiudizio e del disprezzo e poi molti altri, loschi nascosti e difficili da identificare.

Ha reso tributi per onorare sogni speranze e sacrifici e ha dedicato un intero libro a sua madre che lo ha amato enormemente, tanto da fargli dubitare che non sia un bene ricevere così tanto amore, perché si crede sia dovuto e che si possa trovare anche altrove “Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi, fino alla fine”- La promessa dell’alba-. Sua madre era invadente e dominatrice, profondamente entrata in lui, tanto da costituire il suo testimone interiore cioè l’osservatore di ogni azione e di ogni pensiero, quella cosa che controlla giudica approva o condanna, la guida che ogni essere umano dovrebbe sentire dentro di sé per non perdersi. E sarà per sua madre che metterà in gioco ogni energia per realizzare i suoi sogni di rivincita, per riaffermarne il valore con un risarcimento: veder diventato suo figlio scrittore e ambasciatore di Francia. Lui si farà carico di tutto per raggiungere gli obiettivi perché la posta in gioco era d’importanza capitale e ce la farà, ma alla fine si renderà conto che malgrado tutto non gli sembra abbastanza e che il capolavoro resta irraggiungibile. Con un espressivo riferimento al giocoliere Rastelli che, malgrado fosse il più grande al modo, non riusciva a superare il limite dei sette oggetti sospesi in aria ” L’ultima palla è sempre rimasta fuori dalla mia portata…dopo aver vagato a lungo in mezzo ai capolavori, si fece strada in me la verità poco a poco, e capii che l’ultima palla non esiste” ” Tutti hanno mentito sul caso Faust, Goethe più degli altri….la vera tragedia di Faust non è di aver venduto l’anima al diavolo. La vera tragedia è che non c’è nessun diavolo che voglia la sua anima. Nessuno che venga ad aiutarti ad afferrare l’ultima palla, qualunque sia il prezzo che siete disposti a pagare ” La promessa dell’alba .

La presa di coscienza non deve necessariamente essere seguita dalla rinuncia. La consapevolezza di un limite che ti appartiene può diventare il risveglio per un cambiamento, per cambiare uno schema. Forse è questo che lo ha spinto a voler cambiare tante volte il suo nome, mai invece l’attenzione verso le figure fragili. È giocoso e colorito il linguaggio del piccolo musulmano Momò che in prima persona racconta una storia di banlieue. Lui e i coprotagonisti sono esseri sradicati che vivono nel degrado e nell’emarginazione, tra avversità e contrapposizioni religiose ( “Per molto tempo non ho saputo di essere arabo perché non c’era nessuno che mi insultava. L’ho saputo soltanto a scuola” La vita davanti a sé), in miseria ma con imprevedibili atti di solidarietà dovuti alla spontanea benevolenza e alla comprensione di chi condivide la medesima condizione. C’è in ognuno di loro una tale purezza di cuore che lo spaccio di droga, la prostituzione, la devianza sessuale per necessità di sopravvivenza e tutto quello che fa di loro dei derelitti, risultano niente di fronte al calore affettivo di cui sono capaci. Pagine scritte con un linguaggio imprevedibile, colme di tenerezza e umorismo “Signor Hamil come va? Come va rispetto a ieri vuoi sapere? Ieri o oggi, Signor Hamil, fa lo stesso, è solo tempo che passa…….Sono rimasto ancora un po’ con lui lasciando passare il tempo, quello che scorre lentamente non è francese. Il signor Hamil mi ha detto tante volte che il tempo viene lentamente dal deserto con le sue carovane di cammelli e che non ha fretta perché trasporta l’eternità. Ma è sempre più bello quando ti viene raccontato che quando lo guardi sulla faccia di un vecchio che ogni giorno se ne fa rubare un po’ di più e se volete sapere la mia opinione, il tempo bisogna andarlo a cercare dai ladri” La vita davanti a sé. E fantastiche sono tutte le circonvoluzioni verbali e mentali di Momò che hanno la linearità logica e il candore ingenuo di un bambino che parla di eutanasia omosessualità e vecchiaia.

“Sei rimasto giovane. Gli uomini invecchiano sempre male quando restano giovani” Biglietto scaduto . La tragedia della decadenza virile è impossibile da accettare quando si è imprigionati nel ruolo machista di uomo forte e sempre pronto all’azione. L’angoscia del fallimento fisico è nel protagonista concomitante con quella economica e diventa una metafora del declino dell’occidente, delle sue crisi, disfunzioni e del suo svuotamento (economico sociale ideologico culturale). “Nel corso degli anni ’60 ’70 la prosperità economica pareva aver scoperto il segreto della crescita perpetua e la prosperità economica europea e americana aveva fatto ritrovare quel lustro morale e quasi spirituale che non aveva più conosciuto dai grandi fasti della borghesia del 19simo secolo. Una frase meravigliosa la pronunciò la moglie di un ambasciatore che tornava da un viaggio in Cina -Insomma il comunismo è per i poveri!-. Il mercato dell’auto veleggiava, il credito scorreva a fiumi, il petrolio sgorgava da solo, la costruzione di complessi immobiliari fruttava miliardi ai suoi fautori, ma si offriva al tempo stesso di che sognare a quelli che fino a quel momento avevano dovuto accontentarsi dei gioielli offerti da Richard Burton a Elisabeth Taylor, dei miliardi di Onassis e di Niarkos” Biglietto scaduto. L’incertezza negli sviluppi dell’attività economica alludono all’ansia per la perdita del vigore sessuale, così come il riaffermato successo economico diventa il riscatto per l’umiliazione della regressione sessuale. Pur progettando di eliminarsi, a differenza del Gary reale, questo protagonista non ha rivolto la pistola verso se stesso, probabilmente solo per rimandare l’inevitabile tramonto.

Romain Gary è stato una casuale felice scoperta, ho letto avidamente questi romanzi di cui ho sottolineato frasi che ho poi trascritto su fogli per adornarci casa, su alcune ho riflettuto su altre mi ci sono rispecchiata. Ho trovato comunanza di pensieri sentimenti ed emozioni, una identica visione di fiducia e ottimismo anche nei momenti più duri, una stessa (piccola) dose di misantropia, stessa passione verso il cinema, verso Malraux, verso l’umorismo e verso il mare che lui spesso chiama “mio fratello”. Non ho mai mangiato i cetrioli salati russi da lui adorati, li andrò a cercare per scoprire cosa mi sono persa. Stessa repulsione che diventa avversione e poi vero e proprio astio nei confronti della stupidità “Quando la stupidità diventa troppo potente, quando la più grande forza spirituale di tutti i tempi, che è la cazzata, si fa sentire di nuovo, chiamo sempre alla riscossa mio fratello l’Oceano….è allora che si leva in me un boato liberatorio, venuto dal fondo della nostra antica notte, una voce potentissima che parla a nome nostro, giacché soltanto l’Oceano mio fratello possiede i mezzi vocali necessari per parlare in nome dell’uomo” La promessa dell’alba.

Stephen Greenblatt – Il tiranno. Shakespeare la politica il potere i populisti.

Non sono solo le tematiche universali che ha trattato: amore, potere, gelosia, paura e morte a fare di Shakespeare un nostro contemporaneo, anche l’intuizione che in politica controllare la situazione è un sogno o un’illusione era una sua consapevolezza che ci appare oggi drammaticamente attuale.

Re Lear , Enrico VI, Riccardo III, Macbeth, Leonte, Giulio Cesare, Coriolano, hanno in comune il fatto di non vivere in tempi normali. Un fatto spaventoso, allora una carestia o una crisi per successione dinastica, oggi il crollo del mercato immobiliare o un risultato elettorale inaspettato, hanno per conseguenza la messa in luce della fragilità delle istituzioni e il disordine delle classi dirigenti che non sanno prevedere, figuriamoci affrontare. Questa è la condizione ideale per l’affermazione del demagogo.

Per Shakespeare i politicanti sono disonesti per natura, ogni parola che dicono è una menzogna, ciascuno di loro nutre la segreta speranza che la sua menzogna, e la sua soltanto, inganni gli altri. La politica è quasi esclusivamente una prerogativa dell’elite e gli individui alla base della piramide sociale nelle sue opere compaiono solo di tanto in tanto, per esempio quando York ( il duca tra i protagonisti della guerra delle due rose, pretendente al trono inglese durante il regno di Enrico VI ) scorge l’opportunità di stringere un’alleanza con le classi inferiori, infelici trascurate e ignoranti, la coglie al volo. Scopriamo così che i poveri ribollono di rabbia e la guerra di partito sfrutta cinicamente la guerra di classe. L’obiettivo è creare il caos che getta le basi per la presa di potere. Forse il populismo sembra una concessione agli indigenti ma in realtà, è una forma di sfruttamento cinico. Il leader non è interessato a migliorare il destino dei poveri anzi, nutre un vero disprezzo per le masse e per la democrazia eppure, quando la gente gli urla la sua approvazione li ringrazia e continua a pronunciare falsità. In tempi normali, quando una figura pubblica viene sorpresa a mentire, la sua reputazione ne risentirebbe ma questi non sono tempi normali. Se qualcuno dovesse sottolineare tutte le distorsioni grottesche, gli errori e le bugie, la folla si sfogherebbe sullo scettico e non sul demagogo. “La prima cosa da fare, uccidiamo gli avvocati”. Questa frase (sempre nell’Enrico VI) pronunciata da un seguace di Jack Cade, il leader dei contadini ribelli del Kent sollevati contro l’incapacità reale di governare contro il parlamento e l’aristocrazia, suscitava ilarità smorzando l’aggressività. Anche oggi le frasi che certi gruppi pronunciano contro tutti gli agenti dell’apparato sociale che costringe a onorare contratti, debiti e ad adempiere agli obblighi, non sono propriamente il permesso a trasgredire le regole quanto a volere che le qualità di responsabilità siano nei loro leader. Così si rinfocolano le passioni degli esclusi e dei disprezzati, dei tagliati fuori dall’economia. Shakespeare ha intuito un’altra cosa molto importante, benché la retorica del demagogo sia evidentemente ridicola e assurda, i suoi seguaci non si tireranno indietro perché l’elite politica tradizionale e gli eruditi considerano quel capo un imbecille. Il rancore e il risentimento entro il quale il demagogo può attingere è profondissimo e il disprezzo e il ridicolo con cui vengono ricoperti lui e i suoi seguaci non fa altro che intensificare questo rancore.

Riccardo III odia la legge e la viola perché lo intralcia e perché disprezza il bene pubblico. È prepotente, odia, disprezza, è irascibile, misogino, si diverte a vedere gli altri indietreggiare ma pur essendo pericoloso ha sostenitori che lo aiutano a raggiungere i suoi obiettivi. L’odio che suscita lo stimola rendendolo circospetto ma ben presto è questo che inizia a consumarlo e stremarlo, quelli come lui prima o poi vengono rovesciati. Riccardo III è tra i pochi drammi che descrive un rapporto madre-figlio e ritiene che i danni possono venire dall’impossibilità o dall’incapacità di una madre di amare il figlio. La rabbia rancorosa verso le donne e verso la natura che l’ha fatto orrendo gobbo e zoppo è un camuffamento della collera contro la madre. Shakespeare non s’illude che un modello compensativo (il potere come sostituito del piacere sessuale) possa spiegare appieno la psicologia di un tiranno, ma resta aggrappato alla convinzione che ci sia un rapporto significativo tra potere tirannico e vita sessuale frustrata. La scelleratezza di Riccardo è evidente a tutti da subito, allora com’è stato possibile che abbia conquistato il trono? Dipende da una fatale combinazione di reazioni differenti ma ugualmente autodistruttive da parte di coloro che lo circondano. Insieme, queste reazioni equivalgono al fallimento collettivo di un intero paese. Ci sono persone che si lasciano raggirare, i babbei che credono alle sue assurde promesse. Ci sono coloro che sono spaventati dalle minacce. Ci sono quelli che lo riconoscono come folle bugiardo ma hanno dimenticato quanto sia orrendo un tiranno e pensano di poter normalizzare ciò che non è normale. Ci sono quelli che hanno consapevolezza ma si convincono che ci saranno sempre abbastanza adulti nella stanza per garantire che le promesse vengano mantenute. Ci sono quelli che approfittano dell’ascesa per qualche vantaggio e saranno i primi ad andare a fondo. Ci sono quelli che eseguono gli ordini per restare fuori dai guai. Per il tiranno c’è poca soddisfazione, chi lo serve è di solito un farabutto egocentrico come lui e lui non è interessato alla lealtà sincera o al giudizio imparziale, piuttosto vuole lusinghe e obbedienza. Il dramma non incoraggia un’identificazione con il protagonista ma stimola una certa complicità nel pubblico, la complicità di coloro che traggono piacere per procura dallo sfogo dell’aggressività repressa, dall’espressione schietta dell’indicibile. Nel dramma la sua ascesa dipende da vari gradi di complicità da parte di coloro che lo circondano, a teatro siamo noi che assistiamo agli eventi a venire attratti verso una forma di collaborazione. Restiamo affascinati dal comportamento scandaloso, dalla sua indifferenza alle norme della correttezza, dalle sue menzogne che sembrano aver effetto benché nessuno ci creda. Riccardo ci invita a sperimentare cosa significhi soccombere a ciò che sappiamo essere ripugnante.

Macbeth, Leonte, le figlie di re Lear, il tiranno ha sempre nemici potenti, può ucciderne alcuni, altri piegarli alla sua volontà, però non può eliminarli tutti. Quelli che riescono ad uscire dalla linea di tiro del despota, che uniscono le forze con altri esiliati, tornano con un esercito d’invasione. Questa è la strategia fondamentale non solo in ambito letterario, si è rivelata utile per i combattenti della Resistenza. Shakespeare non pensava che i tiranni possano durare a lungo, una volta al potere si rivelano del tutto incompetenti. Non avendo alcuna lungimiranza, sono incapaci di assicurarsi un sostegno duraturo ed essendo crudeli e violenti, non riescono a soffocare l’opposizione. La solitudine la rabbia e la diffidenza, unite a un’eccessiva sicurezza di sé, accelerano la loro caduta. Shakespeare credeva che non si potesse contare sulle persone comuni come baluardo contro la tirannia, erano, pensava, troppo facili da manipolare, da intimidire, da corrompere. I suoi tirannicidi vengono per lo più dalla stessa elite. Con il servitore che intima “Fermate quella mano mio Signore” (nel re Lear), creò un personaggio che rappresenta l’essenza stessa della resistenza popolare ai tiranni. Quest’uomo si rifiuta di restare a guardare in silenzio, prende le parti della correttezza umana anche a costo della vita.

Le società si proteggono dai sociopatici, di solito riescono a isolarli e espellerli . In circostanze speciali, tuttavia, la protezione si rivela difficile, perché alcune delle qualità pericolose del tiranno possono tornare utili (Coriolano). Negli Stati civili ci aspettiamo che i leader abbiano raggiunto un livello minimo di autocontrollo adulto, ci auguriamo onestà, rispetto per gli altri e riguardo per le istituzioni. Qui ci troviamo di fronte al narcisismo, all’insicurezza, alla follia, un bambino cresciuto fuori dal controllo di un grande e che questi ha aiutato ad accentuare le sue qualità peggiori.

Shakespeare riflettè tutta la vita sui modi in cui le comunità si disintegrano. Dotato di una conoscenza misteriosamente accurata della natura umana, tratteggiò abilmente il tipo di individuo che emerge in tempi difficili per fare appello agli istinti più abbietti e per sfruttare le ansie più profonde dei suoi contemporanei. Una società divisa in fazioni agguerrite è, a suo giudizio, particolarmente vulnerabile al populismo fraudolento. Ci sono sempre istigatori che solleticano l’ambizione tirannica e agevolatori che, pur intuendo il pericolo, si illudono di tenere sotto controllo il tiranno e trarre profitto dal suo attacco alle istituzioni. Shakespeare pensava anche alle tribolazioni necessarie per sbarazzarsi di coloro che provocano simili sofferenze. Tuttavia nutriva anche qualche speranza. La migliore risiedeva nella pura e semplice imprevedibilità della vita collettiva, nel suo rifiuto di obbedire agli ordini di chicchessia. L’incalcolabile numero di fattori costantemente in gioco impedisce all’idealista o al tiranno di controllare gli eventi e di vedere il futuro. Come drammaturgo Shakespeare accettò questa imprevedibilità, scrisse drammi che ruotavano intorno a molteplici intrecci, che accostavano alla rinfusa re e contadini, che disattendevano le aspettative e cedevano il controllo dell’interpretazione ad attori e spettatori. Tutti avevano lo stesso diritto di farsi un’opinione. Una convinzione analoga della città che si salva per un soffio dalla tirannia è nel Coriolano, con un salvataggio dovuto a un guazzabuglio di cose: l’instabilità psicologica dell’autocrate, la capacità di persuasione di sua madre, la modesta libertà d’intervento concessa al popolo, il comportamento degli elettori e dei leader eletti. Shakespeare sapeva quanto poco ci vuole a diventare cinici per questi leader e perdere la speranza per gli uomini che si fidano di loro. Spesso i leader sono compromessi e corruttibili, spesso la moltitudine è stupida, facilmente condizionabile e lenta a capire dove veramente risiedono i suoi interessi. Tuttavia credeva che tiranni e tirapiedi prima o poi avrebbero fallito, abbattuti da uno spirito popolare di umanità che si poteva soffocare ma mai spegnere del tutto. La migliore possibilità di recuperare l’onestà collettiva era, riteneva, l’azione politica dei comuni cittadini. Non perse mai di vista le persone che si chiudevano in un silenzio tenace quando venivano esortate ad urlare il loro sostegno al tiranno, o il servo che cercava di impedire al perfido padrone di torturare un nemico, o il cittadino affamato che pretendeva giustizia economica. “Che cos’è la città, se non è il popolo” – Sicinio, atto terzo scena prima -Coriolano-.

Nel 2013 durante gli scavi in un parcheggio della città di Leicester sono stati rinvenuti i resti di re Riccardo III.